Le voci corrono, le foto pure e la lista dei luoghi da raggiungere per assistere al bramito del cervo in Italia è ormai a portata di chiunque. Spesso si tratta di mete raggiungibili col minimo sforzo, letteralmente prese d’assalto da orde di turisti armati di smartphone, che la mania del selfie induce a comportamenti sprovveduti, irrispettosi e pericolosi per sé, per gli altri e per gli animali stessi.
Altrettanto discutibile è l’approccio di tanti sedicenti fotografi naturalisti: l’attrezzatura è più ingombrante, l’abbigliamento è inspiegabilmente mimetico, ma la dinamica è esattamente la stessa. Accorciando irragionevolmente le distanze, saltando fuori da qualsiasi cespuglio, invadendo i percorsi più battuti dai maschi in amore, tali individui praticano quanto c’è di più lontano dalla fotografia naturalistica etica.
La stagione degli amori dei cervi è ormai alle porte e con questo articolo realizzato in collaborazione con i due fotografi Valentina Formenti e Andrea Gavardi tentiamo la strada della sensibilizzazione alla caccia fotografica assennata… che poi è anche quella più appagante per chi non ama “vincere facile”.
Bramito del cervo: cosa sapere prima di fotografare
Il periodo nel quale è possibile ascoltare dal vivo il bramito del cervo si estende più o meno dalla metà di settembre alla metà di ottobre. Per i maschi adulti si tratta di un momento particolarmente stressante, durante il quale l’attenzione è concentrata sulla difesa dell’harem, sui combattimenti con gli altri maschi e sull’accoppiamento. Il procacciamento di cibo passa in secondo piano, la massa corporea di un maschio dominante può diminuire del 25-30%. Fatta tale premessa non è difficile comprendere come in questa fase delicata un cervo apparentemente tollerante possa celare uno stato di costante tensione. I più recenti casi di reazione violenta di questi animali nel comune di Scanno (Abruzzo) ne sono la conferma.
È indubbio che ascoltare il bramito regali emozionanti momenti di contatto con la natura, che non vanno negati a nessuno, ma l’esperienza risulta altrettanto memorabile se vissuta mantenendo una distanza di rispetto con animali che, per quanto confidenti, restano selvatici.
Alcuni Parchi e Comuni italiani hanno fissato la distanza minima a 25 metri, 50 in presenza di femmine coi piccoli, sebbene la distanza etica consigliata sia di almeno 100-150 metri.
È qui che si innesca il dilemma del fotografo: il più avido fatica a rinunciare alla qualità dell’immagine presa a due passi dal soggetto; il più saggio riconosce il valore di uno scatto contestualizzato.
“Andrea ed io preferiamo gli scatti ambientati ai primi piani da cartolina”, ci ha raccontato Valentina. “Il primo piano capita, ma spesso non racconta le storie e la fatica che ci sono dietro la nostra passione. La distanza di sicurezza costante è una delle poche regole che ci siamo imposti insieme alla decentralizzazione degli itinerari. Cerchiamo aree meno battute da turisti e altri fotografi per non amplificare il disturbo in aree già frequentate, accettando anche il rischio di un’uscita ‘a vuoto’. La terza regola riguarda la riservatezza sui social: niente coordinate esatte, geotag o indicazioni precise sui luoghi di avvistamento. Le pubblicazioni avvengono a fine stagione o a distanza di molti giorni”.
Prima di un’uscita Valentina e Andrea studiano la topografia della zona, gli orari di alba e tramonto, i momenti in cui l’attività vocale dei cervi è più intensa e la luce è migliore.
I due sottolineano l’importanza di un sopralluogo diurno, da svolgere nelle ore centrali della giornata, qualche settimana prima dell’inizio della stagione degli amori. Con la luce del sole è più facile non trovare animali al pascolo e quindi concentrarsi sulle tracce di passaggio, come i camminamenti e i cosiddetti fregoni, ossia le lesioni della corteccia degli alberi provocate dai maschi tramite lo sfregamento del palco.
“Il sopralluogo – spiegano i due fotografi – consente di scegliere con calma il luogo giusto per l’appostamento e di sapere come raggiungerlo riducendo al minimo il disturbo quando ci si muove al buio, prima dell’alba. Dal punto di vista fotografico, inoltre, è utilissimo sapere in anticipo dove puntare l’obiettivo e provare a scegliere lo sfondo ideale”.
“Nei giorni delle sessioni fotografiche”, proseguono, “la sveglia suona spesso alle quattro, per essere al punto scelto con un buon margine prima che il cielo cominci a schiarire. Restiamo fermi per due o tre ore, a volte di più, cambiando posizione solo se strettamente necessario. Sulle Alpi i boschi sono fitti e le radure contenute: le distanze di osservazione si allungano, si scatta spesso alla massima focale disponibile e il soggetto resta comunque piccolo nel fotogramma. È un’esperienza faticosa, che richiede pazienza, ma restituisce un contesto selvaggio e autentico. Sull’Appennino, gli ampi pascoli e il numero elevato di animali rendono gli avvistamenti più facili e le distanze più brevi”.
Fotografare i cervi in natura: difficoltà tecniche e attrezzatura
Le difficoltà tecniche più frequenti riscontrate dai due fotografi riguardano le condizioni di scarsa luminosità negli orari in cui i cervi sono più attivi e le distanze di ripresa variabili, con soggetti in movimento tra la vegetazione e spesso visibili solo in parte. A questo molte volte si aggiunge il freddo, specialmente sulle Alpi, la cui percezione è amplificata da lunghe attese che costringono a restare immobili per ore senza alcuna certezza di riuscire a vedere l’animale.
Valentina e Andrea scattano con una fotocamera mirrorless full frame Canon Eos R5 e una APS-C Canon Eos R7. La R5 garantisce un buon livello di dettaglio anche ad alti ISO nelle prime ore del mattino o al crepuscolo, mentre della R7 i due fotografi apprezzano il fattore di crop e il sistema autofocus con tracciamento degli animali.
“Parlando di ottiche”, aggiungono, “il Canon RF 100-500mm F4.5-7.1 L IS USM è il tuttofare per eccellenza, per la caccia fotografica itinerante e per la fotografia ambientata: leggero, nitido, veloce nella messa a fuoco e dotato di un’ottima stabilizzazione integrata. Il Canon RF 200-800mm F6.3-9 IS USM è invece fondamentale nelle uscite alpine, per raggiungere i soggetti più distanti senza dover azzardare avvicinamenti pericolosi. Per sostenere le lunghe attese senza affaticare le braccia e garantire stabilità con i tempi lunghi del crepuscolo, utilizziamo treppiedi o monopiedi abbinati a teste con movimento fluido, ideali per seguire i movimenti imprevedibili dei cervi”.
Organizzazione, determinazione e pazienza, dunque, si confermano elementi imprescindibili della fotografia naturalistica sana, che non promette nulla, ma che sa ricompensare con emozioni uniche, che valgono tanto quanto le migliori immagini accumulate in una scheda di memoria.
“Chi non ha mai sentito il bramito del cervo dal vivo”, ha concluso Valentina, “fa fatica a capire di cosa si tratta: è un verso profondo, quasi un ruggito, che nel buio dell’alba risuona ancora più forte. È uno dei momenti più intensi da vivere sul campo. Quando l’ho sentito per la prima volta l’emozione di essere avvolta dalla natura è arrivata ben prima che potessi estrarre la fotocamera dallo zaino. Restare lì al buio, in silenzio, con quei versi che rimbombavano tra le montagne, è stata una delle esperienze più forti che mi abbia regalato la fotografia naturalistica”.
Bio e contatti
Valentina Formenti è nata a Vimercate, nel 1993. È fotografa naturalista per passione dal 2019 e si dedica alla fauna selvatica e al paesaggio in Italia e all’estero. Di recente ha iniziato a documentare le sue esperienze sul campo sul suo diario/blog personale tracciafotografica.it. Andrea Gavardi (1987, Lecco) è il compagno di Valentina, lavora come lei nel mondo del marketing e si dedica da anni alla fotografia naturalistica e all’outdoor. Pianificano e organizzano insieme tutte le loro uscite fotografiche, condividendo un interesse per la fotografia autentica e talvolta imperfetta piuttosto che patinata.
www.tracciafotografica.it.
Instagram: @vale.formenti e @andrea_ghev
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