Corigliano d’Otranto (LE)
Dal 15 luglio al 15 ottobre 2026
Finora Piero Percoco si era fatto conoscere per un tipo di fotografia che appariva figlia legittima dell’opera di Martin Parr, che si fermava sulla banalità del quotidiano, letto spesso in chiave trash, con un uso del colore molto spinto e molto connotante. La mostra Still Here al Castello Volante di Corigliano d’Otranto, invece, ci riporta all’idea che il lavoro di Piero abbia una radice altra, un’idea sul paesaggio che valica la semplice indagine del quotidiano pugliese. Percoco, pugliese di origine, torna e ritorna sui suoi passi, nei luoghi che sono anche i luoghi della sua memoria.
La curatrice dell’esposizione, Alice Caracciolo, ha svolto un lavoro di ricerca sull’opera di Piero e rivela la matrice di questo suo tornare, illuminandoci su cosa implichi l’azione di persistere con lo sguardo su un paesaggio di cui si fa parte sin dalla nascita.
Per questa mostra hai messo mano all’intero archivio di Piero Percoco. Su che quantità di immagini e di video hai lavorato e come hai affrontato la selezione? Che periodo di tempo abbracciano le foto selezionate?
Ho avuto accesso a tutta la produzione più recente di Piero, quindi ai nuclei di lavoro riconducibili a The Rainbow Is Underestimated, Puglia Cruda e a numerosi materiali video, oltre a immagini che non necessariamente appartenevano a serie già definite. Più che lavorare su un numero preciso di fotografie, mi interessava entrare nel suo archivio in maniera trasversale, mettendo in relazione immagini nate in momenti e contesti differenti.
La selezione abbraccia un arco temporale molto ampio, che coincide sostanzialmente con gli oltre quindici anni in cui Piero ha continuato a fotografare il territorio in cui vive, la Puglia. Ed è stato proprio questo elemento a diventare centrale nel mio lavoro curatoriale. A un certo punto ho smesso di guardare le singole immagini come episodi autonomi e ho iniziato a osservare ciò che la loro successione nel tempo rendeva visibile: ricorrenze, permanenze, trasformazioni, forme dell’abitare, relazioni tra persone e paesaggio.
La selezione è nata quindi non dalla volontà di costruire un’antologia del suo lavoro, ma di individuare una traiettoria precisa all’interno di un archivio molto più ampio.
Finora il lavoro di Piero era riconoscibile, però, per la sua vena pop…
Il carattere pop, l’attenzione per l’inatteso, per la coincidenza visiva e per quelle apparizioni capaci di incrinare l’ordine del quotidiano sono aspetti reali e importanti del lavoro di Piero. Non volevo negarli, ma provare a capire da dove provenissero.
Guardando il suo lavoro nel lungo periodo, mi è sembrato che la radice di quella capacità di cogliere l’inatteso fosse una frequentazione estremamente profonda dei luoghi. Piero torna continuamente sugli stessi litorali, nelle stesse campagne, nelle periferie, nei paesi, nei luoghi dell’infanzia.
La sorpresa, allora, non è più soltanto l’eccezione che interrompe il quotidiano, ma può essere letta come il risultato di un’attenzione prolungata: la possibilità di continuare a vedere un luogo invece di limitarsi a riconoscerlo.
La mia operazione curatoriale è stata soprattutto questa: spostare il baricentro dalla sorpresa alla durata, dall’evento alla relazione. Far emergere un Percoco meno raccontato, per il quale il paesaggio non è uno sfondo in cui accade qualcosa di curioso, ma un sistema complesso di presenze, memorie, trasformazioni e tempi differenti.
Anche se lo stile non è propriamente affine, l’idea di fondo di Piero riconduce un po' al pensiero di Ghirri secondo cui per fotografare bastava spostarsi pochi chilometri da casa. Quanto il concetto di appartenenza ha influito sull’immaginario di Piero?
Credo moltissimo, purché per appartenenza non intendiamo una rivendicazione identitaria o una volontà di rappresentare la Puglia come tale.
Il punto interessante, per me, è piuttosto la prossimità. Piero non ha bisogno di andare altrove per trovare le proprie immagini: lavora dentro un territorio che conosce profondamente, e proprio questa familiarità gli permette di continuare a interrogarlo.
Da questo punto di vista il riferimento a Ghirri è pertinente, non tanto per una vicinanza formale quanto per un’idea della fotografia come pratica capace di rinnovare la percezione di ciò che è vicino. Tornare negli stessi luoghi significa misurarsi continuamente con il rischio dell’abitudine. La vera sfida diventa allora vedere ancora ciò che si crede di conoscere già.
È qui che l’appartenenza assume un valore importante: non come possesso di un luogo, ma come continuità della relazione con esso. Un’appartenenza fatta di tempo, attenzione e permanenza.
In mostra anche alcuni video. Come questi materiali dialogano con le fotografie?
I video sono stati fondamentali proprio perché ampliano la riflessione sul tempo che attraversa l’intera mostra. Sono lavori molto essenziali: uno stormo che cambia forma nel cielo, la luce che attraversa una ragnatela, un insetto tra i fiori, il mare, i fuochi d’artificio. Non costruiscono una narrazione e non hanno bisogno di un evento. Lasciano semplicemente che qualcosa accada nel tempo.
Se la fotografia trattiene un frammento e lo sottrae al flusso, il video accompagna invece il divenire. Permette di sostare dentro una trasformazione, di seguirne il ritmo, di percepirne la durata.
Per questo non ho voluto considerarli come un’appendice alla parte fotografica. Fotografie e video appartengono allo stesso campo di ricerca e rappresentano due modi differenti di stare nel tempo: uno attraverso la sospensione dell’istante, l’altro attraverso la sua continuità.
Che valore ha la figura umana nelle immagini di Piero Percoco?
La figura umana è molto presente nel lavoro di Piero, ma raramente assume un ruolo centrale o dominante. È una presenza inserita dentro un sistema più ampio di relazioni, allo stesso livello del paesaggio, degli animali, degli oggetti, delle architetture e dei fenomeni naturali.
Questo mi sembra un aspetto importante: l’essere umano non è mai separato dal contesto che abita. Compare dentro il paesaggio, lo attraversa, lo modifica e allo stesso tempo ne è modificato. Anche quando non è direttamente visibile, la sua presenza resta leggibile attraverso tracce, gesti, oggetti, costruzioni, segni dell’abitare.
Più che raccontare individui, Piero sembra interessato al modo in cui le persone stanno nel mondo. La figura umana diventa così una misura della relazione con lo spazio.
È proprio questa assenza di gerarchia tra umano e non umano che rende le immagini particolarmente interessanti. L’uomo non è il centro del paesaggio, ma una delle presenze che lo compongono.
Spesso, nelle immagini di Piero, le architetture urbane, unitamente alle ombre, creano una dimensione sospesa, quasi metafisica. È troppo andare con la mente alle opere di De Chirico?
Non credo sia troppo, se lo intendiamo come una possibile risonanza e non come una filiazione diretta. In alcune immagini esiste certamente una sospensione: architetture molto semplici, superfici nette, ombre profonde, spazi apparentemente vuoti. Il quotidiano sembra per un attimo perdere la propria evidenza e diventare altro.
Ma credo che in Piero questa dimensione non nasca dalla costruzione di uno spazio metafisico in senso stretto. Nasce piuttosto dalla realtà stessa, dalla capacità di isolare un momento in cui ciò che è familiare si sottrae alla sua funzione abituale e torna a presentarsi come qualcosa da guardare.
È una sottile uscita dal mondo dentro il mondo stesso. Non viene aggiunto nulla alla realtà; semplicemente, per un istante, ciò che era già lì smette di essere invisibile.
Perché il titolo della mostra Still Here?
Still Here significa, letteralmente, ‘ancora qui’ e mi interessava proprio l’ambiguità di questa espressione. Può riferirsi ai luoghi, alle persone, alle forme di vita che continuano ad attraversarli, ma anche allo stesso Piero, che da oltre quindici anni continua a tornare, osservare e fotografare lo stesso territorio.
Il titolo contiene quindi l’idea della permanenza, ma non di una permanenza immobile. Essere “ancora qui” significa essere dentro un processo di trasformazione continua.
È anche una condizione dello sguardo: restare abbastanza a lungo, e abbastanza presenti, perché ciò che conosciamo possa tornare a mostrarsi.
In questo senso Still Here sintetizza bene la lettura che ho cercato di costruire attraverso la mostra: un lavoro sulla durata più che sulla sorpresa, sulla presenza più che sull’accadimento.
Piero Percoco. Still Here
- A cura di Alice Caracciolo
- Il Castello Volante, piazza Castello, 1 – Corigliano d’Otranto (LE)
- dal 15 luglio al 15 ottobre 2026
- mar-dom 9-13/17-21. Lunedì chiuso
- intero 7 euro, ridotto 3 euro
- ilcastellovolante.it
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