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Home CULTURA INTERVISTE

“Sacred Bread”: viaggio lento tra le rotte del pane

Una chiacchierata con Stefano Torrione, a proposito di uno dei riti più antichi dell’umanità.

Lello Piazza di Lello Piazza
11 Giugno 2026
in INTERVISTE
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Etiopia, Lalibela, Genna (Natale), Biete Abba Libanos (Casa dell'abuna Libanos) distribuzione del pane santo della Domenica Sembete Kitta

….
Da mare, da terra faremo pane,
coltiveremo a grano terra e pianeti,
il pane a ogni bocca,
a ogni uomo,
ogni giorno
arriverà perché lo seminammo,
perché lo abbiamo fatto
non per un uomo
ma per tutti,
il pane, il pane
per tutti i popoli e con esso ciò che è
di forma e sapore di pane
divideremo:
la terra,
la bellezza,
l’amore.
Questo ha sapore di pane.
….

da Pablo Neruda, Oda al Pan, in Odas elementares (Buenos Aires, Editorial Losada, 1954).

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In missione per conto del pane

Il pane è una delle forme più povere e più solenni della cultura umana. È quotidiano (.. dacci oggi il nostro pane quotidiano … recita il Padre Nostro, Vangelo di Matteo, 6, 9-13, circa 70 e 90 d.C.). È materia umile, ma anche simbolo religioso, sociale, familiare. È nutrimento, ma anche misura della civiltà: “guadagnarsi il pane”, “spezzare il pane”, “mangiare lo stesso pane”.

Palestina
Palestina

Per Stefano Torrione, uomo di montagna, il pane è un soggetto perfetto: perché nasce da un equilibrio tra natura e gesto umano. Come la montagna, richiede pazienza. Come un rito, richiede ripetizione. Come la fotografia, richiede tempo, luce e attesa.
La mostra attualmente in corso a Milano, una raccolta di settantasette immagini in bianco e nero in allestimento di Roberto Bernet – tutte molto grandi (la più piccola in formato 70×100 cm), magistralmente stampate su carta Canson Infinity Baryta, magistralmente illuminate, magistralmente scelte, magistralmente esposte – racconta di un lavoro portato a termine in sei anni di viaggi. 

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Il pane ci porta dalla Mesopotamia alle sponde del Mar Mediterraneo, dal Corno d’Africa all’Algeria e ai monti del Marocco, dalla Spagna alla Francia, fino all’Italia (in Sardegna, Sicilia e della Puglia dove il Pane Sacro assume un ruolo centrale), a Sarajevo, alla Grecia del Monte Athos e fino a Konya, antica città della Turchia dove è stato ritrovato il pane più antico del mondo.
Quasi dieci anni fa, quando per FOTOgraphia – il bimestrale diretto dal mai dimenticato Maurizio Rebuzzini – presentavo Alpimagia, un lavoro di Stefano, scrivevo le parole che potrete leggere cliccando sul titolo qui sotto.

Alpimagia di Stefano Torrione (clic per leggere l'estratto dell'articolo pubblicato su FOTOgraphia)

Stefano Torrione ha, per storia personale, ben chiaro il concetto di rito. È un uomo di montagna, ambiente dove, per ragioni geomorfologiche (clima, difficoltà di viver-ci, isolamento, vicinanza con la natura), sono sopravvissute modalità e ritmi di vita antichissimi. La sua valle natia, la Valle d’Aosta, si è formata ai piedi delle più alte cime d’Europa arrestandosi davanti al massiccio del Monte Bianco.
Stefano Torrione non è solo un montagnard, (… Haltelà, haltelà, haltelà, les montagnards
sont là canta un famoso inno regionale). È un brillante fotografo che appartiene a quella generazione di giovanotti di “belle speranze” che all’inizio degli Anni Ottanta sogna di poter vivere con il reportage fotografico. L’esempio ispiratore è rappresentato non dalla pur
mitica Magnum, ma dalle fotografie del mensile americano National Geographic Magazine,
che si può avere solo per abbonamento. Il fatturato viene invece cercato nelle redazioni del glorioso settimanale Epoca o di neonate riviste come Weekend, dedicata al viaggio, trasferitasi da Torino a Milano proprio all’inizio di quegli anni, o come Airone, in edicola dal mese di maggio 1981, un mensile che ha il suo motto araldico in vivere la natura, conoscere il mondo.
I maestri di questi giovani non sono i mostri già allora sacri della fotografia italiana, non è il bianco nero di Ugo Mulas, Gianni Berengo-Gardin, Federico Patellani o Mario Giacomelli.
Tra gli italiani i maestri sono piuttosto Walter Bonatti, il giovane Daniele Pellegrini, Mario De Biasi, Giorgio Lotti, mentre all’estero gli esempi sono David Alan Harvey, Frans
Lanting, Bill Allard, Cary Wolinsky, Eliot Porter, Bill Curtsinger, Steve McCurry, Jim Brandenburg, tutti nomi sconosciuti alla intellighenzia fotografica milanese, salvo forse Steve McCurry, scoperto però dalla intellighenzia solo in tempi recenti.
A differenza di altri giovani fotografi, Torrione ha una visione appassionata del mondo. Per lui il viaggio non è una planata a volo d’uccello su lande sconosciute. Ogni reportage richiede una immersione in profondità nello spirito e nella cultura della gente del luogo.

Etiopia, Lalibela, 2020Chiesa Biete Lehem, distribuzione del pane benedetto
Etiopia, Lalibela, 2020. Chiesa Biete Lehem, distribuzione del pane benedetto

Le parole da me scritte in quell’articolo valevano allora come valgono adesso. Inutile inventarne di nuove.
C’è qualcosa di profondo che collega direttamente Sacred Bread – Le vie del pane ad Alpimagia: là i riti alpini facevano sopravvivere un rapporto antico tra uomini, stagioni, paure, comunità, natura. Nel lavoro sul pane il rito è forse meno spettacolare — niente maschere, demoni, campanacci, fuochi — ma ancora più universale: farina, acqua, lievito, mani, attesa, forno, condivisione.
Il pane è uno dei riti più antichi dell’umanità. Nasce da pochi elementi e da una cosa che la modernità tende a dimenticare: l’attesa. Il pane non si improvvisa. Si prepara, si lascia crescere, si cuoce, si divide. È un cibo, ma anche una promessa. È materia quotidiana, ma porta con sé il senso della casa, del lavoro, della comunità, della festa, della sopravvivenza.
Abbiamo parlato con Stefano di questo lavoro. Ecco cosa ci ha detto.

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Dove e quando nasce Sacred Bread?

Sacred Bread nasce apparentemente in un modo casuale. Ma non credo al caso e preferisco credere più al destino. Era un tema per il quale ero portato.
Una donna berbera che viveva vicino a noi ci aveva invogliati a fare il pane in casa.
Poi comprai un libro, ‘Pane nostro’ di Predrag Matvejević. Sono rimasto affascinato dalla narrazione del vagabondaggio del grano e dei vari tipi di pane all’interno delle grandi civiltà e della storia millenaria del Mediterraneo.
Così mi sono messo a studiare e mi sono tracciato le mie rotte del pane, le vie del pane come le chiamiamo nel sottotitolo della mostra. Ho fatto i primi scatti in Sardegna, nel 2018, a Bottida, per la festa di San Antonio Abate legata a un pane particolare. La Sardegna è stata la prima tappa di un viaggio durato otto anni, compresi i due di fermo per la pandemia.

Algeria, Algeria, Tassili N'Ajjer, Erg Admer, preparazione "Taguella"
Turchia, Konya, pane Yumurttali ve Susamli Pide nel forno Öz Burcu Pide Firini

Si ha l’impressione che il soggetto non sia il pane, ma il rito di fare il pane, la sua preparazione.

È vero. Infatti, laddove mi è stato possibile, ma quasi sempre, cominciavo a fotografare dall’inizio della preparazione del pane, prima la farina, l’acqua e l’impasto e poi la cottura.
Per me era ogni volta come la celebrazione di un rito. Voglio aggiungere che il pane è un bel lasciapassare perché intorno al pane ci sono sempre delle energie buone, anche in ambienti dove avrei potuto essere interpretato come un barbaro, un estraneo.
Quando dicevo che volevo fotografare il pane, venivo subito percepito in una maniera positiva perché pane è simbolo di pace, simbolo di convivialità, è simbolo di sopravvivenza, è simbolo di tantissime cose.

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Venivo accettato, ma diventavo subito trasparente, le persone si dimenticavano di me e non si accorgevano più che ero lì a fare le foto. Questo mi ha permesso di affrontare ambienti difficili come i forni degli ultraortodossi a Nea Sharim a Gerusalemme, o le case del Maghreb e le donne, o il monaco fornaio del Monte Athos che sotto la supervisione di un monaco anziano si inchina sulla scodella del lievito.
Io e le macchine fotografiche non eravamo percepiti come uno pericolo ma come un’astratta entità in missione per conto del pane.

Iraq, Kerbala, 2024. Pellegrinaggio sciita dell’Arbaeen, fedeli al Mausoleo dell’Imam Hussain
Iraq, Kerbala, 2024. Pellegrinaggio sciita dell’Arbaeen, fedeli al Mausoleo dell’Imam Hussain

C’è qualcosa di montanaro nel pane?

Mi piace pensarlo. Matvejević scrive che i primi campi di grano sono stati coltivati sugli altipiani dell’Etiopia quindi un po’ di montagna. Però il pane arriva anche dalla Mesopotamia. O dall’Antico Egitto, dove hanno trovato frammenti di pane nelle tombe dei Faraoni. Quindi non voglio dire che l’origine del pane sia legato alla montagna. Però io da montanaro ci vedo una vicinanza, un riflesso di lentezza.
La preparazione del pane (e anche la consumazione) richiede lentezza e la montagna è lentezza, si sale piano piano, passo dopo passo, molto lentamente.

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Il pane è anche un oggetto molto carico di simboli: religiosi, familiari, sociali, politici. A volte questi simboli sembrano rappresentare divisioni inconciliabili.

Erri De Luca, nella postfazione del libro di Matvejević scrive che il pane è un trattato di pace, il che escluderebbe divisioni inconciliabili.
Per me, comunque, il pane oltre che simbolo di pace è anche simbolo delle diversità dei popoli. Ci sono delle culture millenarie e quindi mi piace pensare che ogni popolo, ogni religione abbia il suo pane.
Non sono un esperto di storie delle religioni, però so che per lievito sì – lievito no si è bisticciato per secoli. Le divisioni tra ebrei e cristiani sono nate anche da questo e quindi in nome del pane si sono fatte anche guerre.
Ma il fatto che ogni popolo abbia il suo pane mi piace, sfugge alla standardizzazione globale dei sapori tipo McDonald’s.
D’altronde noi viviamo in un Paese che ha pani regionali dappertutto: a Milano c’è la michetta, in montagna c’è il pane nero, il pane di segale, in Sicilia la Mafalda, in Puglia il pane di Altamura.

Nei tuoi lavori migliori sembra sempre esserci un rispetto profondo per le persone fotografate. Nel caso del pane, chi sono i protagonisti: i fornai, le mani, la materia, le comunità?

Sono esattamente tutti quelli che hai citato, tutti simboli dell’umanità.

Grecia, Monte Athos, 2022 Monastero di Pantokratoros, rito dell’agrypnia

Cambiamo argomento. Rimanendo nell’ambito della fotografia racconti spesso di due fotografi a cui ti senti particolarmente vicino, Piergiorgio Sclarandis e Mauro Galligani.

Piergiorgio Sclerandis è stato il mio primo maestro. Ho fatto il suo assistente subito dopo la laurea in scienze politiche. Era un fotografo di grande nome in quel periodo (Anni Ottanta), l’unico italiano presente nella prestigiosa agenzia americana Black Star. Mi ha insegnato tante cose tra questi due mantra: “la luce è quello che fa ogni fotografia” , “lo scatto è solo una piccolissima parte della professione del fotografo”.
Mauro Galligani era invece un fotografo di punta di Epoca, la storica rivista il “Life Italiano” dove lavoravano i mitici sette fotografi, oltre a Mauro, Walter Bonatti, Mario De Biasi, Sergio Del Grande, Nino Leto, Giorgio Lotti e Walter Mori, sotto la direzione di Nando Sampietro.

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Da Galligani, una delle persone più rigorose che abbia mai incontrato ho ricevuto l’insegnamento più grande: l’attenzione per la purezza della fotografia assoluta.
Nel suo ultimo libro (Alla luce dei fatti – Gribaudo 2025), tutte le foto sono circondate dal nero del bordo perforato della pellicola per dimostrare che ogni suo scatto non ha subito nessuna modifica rispetto all’inquadrato, neppure un semplice ingrandimento. Adesso ha più di ottant’anni anche lui, ma fotografa ancora.
Pensa che quando è tornato dopo cinquanta giorni di rapimento in Cecenia, la prima cosa che disse all’intervistatore fu: «Non sono riuscito a portare a casa il servizio».

Marocco, Valle dell’Ourika, 2019. Villaggio berbero di Tizi n’Oucheg, donne e bambini mangiano pane Agroum con l’olio
Marocco, Valle dell’Ourika, 2019. Villaggio berbero di Tizi n’Oucheg, donne e bambini mangiano pane Agroum con l’olio

Brevemente vorrei che mi dicessi due parole su due dei tuoi lavori che mi piacciono molto, cioè Alpimagia (il rito) e La Guerra Bianca ( la memoria).

Sono innamorato della montagna. Alpimagia è un viaggio tra le popolazioni alpine, per confrontare, per trovare radici comuni al rito. Ne La Guerra Bianca sono andato alla ricerca di testimonianze visive di quanto è rimasto sulle cime della guerra combattuta nella neve: vivere e morire sul Fronte Alpino durante la Grande Guerra del 15-18.

Così si conclude la mia intervista a Stefano.

Ma non chiudo prima di ricordare che tra i libri della mia giovinezza fotografica ho da più di quarant’anni sugli scaffali Le Pain et le sel. Vues aériennes, di Georg Gerster (Arthaud 1980), con 167 fotografie in bianco e nero e a colori. Foto aeree, un’eccezione per allora: il libro di Yann Arthus-Bertrand, La Terre vue du ciel (La Martinière 1999), doveva arrivare quasi vent’anni dopo.
In sintesi: Gerster guardava i segni materiali del nutrimento umano fotografando dall’alto la superficie della Terra, guardava con gli occhi di Dio come direbbe Karen Blixen, con la lontananza divina dalle miserie terrene, come direi io. Torrione invece racconta da vicino, immergendo l’obiettivo nella fatica, negli odori dei forni, nel sudore dei panettieri, nel vociare delle celebrazioni dei riti popolari che portano al pane.

Le Pain et le sel. Vues aériennes, di Georg Gerster

Mi congedo continuando a riflettere. Il pane, nelle fotografie di Stefano non è soltanto pane.
È grano diventato gesto, attesa diventata forma, fuoco diventato nutrimento. È una piccola montagna domestica, fatta di terra macinata, acqua, aria e fuoco. È un rito senza clamore, ripetuto da secoli, che ogni volta ricomincia da capo. E come tutti i veri riti non serve soltanto a produrre qualcosa: serve a ricordarci chi siamo, da dove veniamo, e con chi vogliamo sederci a tavola.

Qualcosa in più su Stefano Torrione

Stefano Torrione nasce ad Aosta sessantacinque anni fa. Accarezza l’idea di diventare maestro di tennis, ma si laurea in Scienze Politiche a Torino e poi si dedica alla fotografia.
Professionista dal 1992, inizia come collaboratore del settimanale Epoca. Oggi vive e lavora tra Milano e Saint-Pierre, uno dei più antichi villaggi della Valle.
Inizialmente si interessa a temi sociali e, nel 1994, ottiene ad Arles (Francia) il Premio Kodak Europeo Panorama con un reportage sui ragazzi di strada di Bucarest.
Successivamente si rivolge al reportage geografico ed etno-antropologico viaggiando in molti Paesi e pubblicando i suoi reportage su riviste nazionali quali Geo, National Geographic Italia, Gulliver, In Viaggio, Bell’Italia, Meridiani Montagne e molte altre.
Ha collaborato con agenzie fotografiche internazionali quali la Black Star di New York, Hemis a Parigi e Sime Photo in Italia.
Ha pubblicato diversi libri monografici e partecipato a numerose esposizioni. Attualmente è docente di fotogiornalismo del Master di Giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

www.stefanotorrione.com

Stefano Torrione. SACRED BREAD, Le vie del pane

  • Fabbrica del Vapore, via Giulio Cesare Procaccini, 4 – Milano
  • dal 7 maggio al 28 giugno 2026
  • mar-ven 12.30-19, sab-dom 10-19
  • ingresso gratuito
  • fabbricadelvapore.org
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