Torino
Dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027
Cresciuto con uno spiccato senso visivo, quando Fan Ho incontrò per la prima volta lo scenario di Hong Kong, dopo essercisi trasferito con la sua famiglia, sentì il desiderio di interpretarlo, di raccontarne le scene di quotidianità. Le sue fotografie sembrano fondere insieme lo stile di Henri Cartier-Bresson e l’attenzione maniacale alla composizione e sfruttano al meglio le luci, le ombre e le geometrie urbane che la città cinese gli offriva.
La mostra Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom e ospitata a Palazzo Falletti di Barolo, a Torino, raccoglie cento fotografie che documentano un passaggio chiave per la storia della città e del paese in piena trasformazione, e al contempo raccontano la lettura poetica e autoriale del fotografo cinese. Abbiamo intervistato le curatrici per approfondire la complessità del suo lavoro e la mostra a lui dedicata.
Fan Ho arrivò a Hong Kong, con la sua famiglia, nel 1949. Le sue fotografie della città sono degli anni ’50 e ’60. Cosa lo aveva stimolato a iniziare a fotografare?
Fan Ho iniziò le prime sperimentazioni con la fotografia da adolescente, a Shanghai, utilizzando la Kodak Brownie che apparteneva al padre. Una delle sue stampe vinse addirittura il primo premio in un concorso scolastico, incoraggiandolo ad esplorare ulteriormente le potenzialità del mezzo fotografico. A diciott’anni si trasferì con la famiglia ad Hong Kong, dove si dedicò con particolare intensità allo studio della letteratura e alla scrittura, tanto da iniziare a soffrire di emicrania. Dietro consiglio medico, Fan Ho si trovò costretto ad astenersi dallo studio e dalla lettura, e cercò di distrarsi con lunghe passeggiate in città, accompagnato dalla sua Twin Lens Reflex Rolleiflex 3.5 – uno dei modelli di fotocamera prediletti dai fotoamatori dell’epoca – ricevuta in regalo dai genitori.
Il suo stile era un connubio tra street photography e una particolare attenzione alla composizione geometrica e formale. Chi e cosa lo influenzò stilisticamente?
Fan Ho occupa un posto particolare nella storia della fotografia perché riesce a conciliare diverse tradizioni. Il suo approccio si differenzia in modo significativo da quello di altri street photographer suoi contemporanei, perché oltre alla fascinazione per il momento fugace e alla sensibilità umanista con cui tratta i suoi soggetti, Fan Ho ha portato in strada un formalismo insolitamente rigoroso. Le sue immagini non sono puramente spontanee, ma altamente strutturate.
Diagonali marcate, inquadrature geometriche, drammatici contrasti tra luce e ombra: questi elementi rivelano una sensibilità radicata tanto nella composizione quanto nell’osservazione, coniugando la tradizione umanista della street photography in stile Henri Cartier-Bresson – il solo fotografo ad aver influenzato la sua visione fotografica, a detta dello stesso Fan Ho – a un modernismo più astratto. Il suo interesse per il cinema, a cui dedicò la sua lunga carriera, influenzò ulteriormente il suo linguaggio visivo nell’importanza della messa in scena, la cura nella restituzione dell’atmosfera, e soprattutto il senso di tensione narrativa che traspare dalle sue immagini. Molte delle sue fotografie sembrano quasi fotogrammi tratti da un film noir, a tratti malinconiche e cariche di tensione psicologica.
Approaching Shadow è forse la sua fotografia più famosa. Ce la può raccontare?
Approaching Shadow può essere interpretata come un fotogramma tratto da un film non realizzato. La protagonista, una cugina di Fan Ho, ‘recita’ la parte di una donna solitaria: è vestita di nero, con la schiena appoggiata ad una colonna, lo sguardo verso il basso, in posa davanti a un’imponente parete bianca. Una linea diagonale separa luce ed ombra e taglia in due la parete, a partire dall’angolo in alto a destra e terminando ai piedi della figura, nell’angolo in basso a sinistra.
Tre linee, una verticale a sinistra, una orizzontale e la linea diagonale definita dall’ombra – aggiunta in un secondo momento in camera oscura – guidano lo sguardo dello spettatore verso la donna che, secondo le parole di Fan Ho, sta contemplando la sua giovinezza che svanisce. Approaching Shadow sintetizza perfettamente la ricerca estetica e formale di Fan Ho: l’equilibrio compositivo, la geometria essenziale del chiaroscuro, il simbolismo dell’ombra che avanza verso la protagonista evocando la fragilità umana e l’ineluttabilità del cambiamento.
Fan Ho dava molta importanza anche al lavoro di camera oscura. Che apporto davano il fotoritocco e il ritaglio del negativo al suo stile?
Il fotoritocco in camera oscura, che oggi chiameremmo ‘post-produzione’, era considerato da Fan Ho come un elemento imprescindibile della sua pratica. Da un lato, la manipolazione del negativo consentiva di intervenire su quegli elementi che generalmente sfuggono al controllo del fotografo sul campo, correggendo ad esempio la posizione del soggetto in relazione all’inquadratura; ma permetteva anche di calibrare la tensione emotiva della scena, disegnando ombre artificiali, come nel caso di Approaching Shadow, illuminando o oscurando porzioni dell’immagine, alterando i contrasti per rendere certi dettagli più o meno visibili.
In particolare, la pratica del ritaglio del negativo, detta “cropping”, consisteva nel ridefinire l’area dell’immagine prima della stampa, alterando le proporzioni originali. Quest’operazione consentiva di escludere dettagli insignificanti dalla scena, rifinire la composizione e focalizzare l’attenzione sugli elementi considerati di rilievo. Nel caso di Fan Ho, si trattava di uno strumento indispensabile per infondere nuova vita al suo lavoro.
Era solito lavorare con il bianco e nero, ma produsse delle fotografie anche a colori. Che differenze comportò l’utilizzo del colore e cosa ne pensava a riguardo?
Preferiva lavorare con la fotografia in bianco e nero in quanto offriva una certa distanza dalla vita reale, una distanza vitale tanto per il fotografo che per lo spettatore. A proposito della sua relazione con il colore, affermava: “La vita reale è multicolore, mentre il bianco e nero offre un senso di distacco. Un distacco che considero molto importante, poiché offre allo spettatore lo spazio e la profondità necessari per riflettere e meditare su ciò che cerco di trasmettere attraverso le mie immagini.”
Il nucleo principale della sua opera, con le fotografie di Hong Kong, viene prodotto prima dei suoi ventotto anni. Perché la sua produzione fotografica, dagli anni ’70, rallentò, fino a fermarsi?
Dalla fine degli anni ’60 Fan Ho iniziò a dedicarsi al cinema, lavorando prima come attore per gli Shaw Brothers, e successivamente come regista di lungometraggi di successo. La pratica fotografica venne quindi accantonata a favore della sua attività professionale di fronte e dietro la cinepresa, e soltanto dopo essersi ritirato dalla carriera nel cinema alla fine degli anni ’90 Fan Ho tornò a dedicarsi alla fotografia. Invece di realizzare nuovi scatti, però, preferì dedicarsi principalmente al suo archivio di negativi e stampe degli anni ’50 e ’60 selezionando e rielaborando in chiave sperimentale immagini, per la maggior parte inedite, poi divenute oggetto di esposizioni e pubblicazioni monografiche, contribuendo a far conoscere la sua opera a livello internazionale.
Come e quanto la sua opera è conosciuta nel mondo?
Fan Ho è oggi ampiamente riconosciuto come uno dei grandi maestri della street photography del XX secolo. Ha ottenuto i primi importanti riconoscimenti negli anni ’50 e ’60, vincendo centinaia di premi internazionali di fotografia prima di compiere trent’anni. All’epoca era particolarmente orgoglioso di essere un fotografo “Five-Star, Double Fellow”, uno dei più alti riconoscimenti che un fotografo potesse ottenere. «Five Star» si riferisce al punteggio massimo assegnato ad un fotografo attivo nei circuiti competitivi amatoriali dei saloni fotografici.
Il «Double Fellow» indicava che era membro sia della Royal Photographic Society nel Regno Unito sia della Photographic Society of America.
All’età di 28 anni, Fan Ho si era già dimostrato un attivo sostenitore della comunità fotografica di Hong Kong, aveva pubblicato articoli, tenuto numerose conferenze, e pubblicato il suo primo libro Thoughts on Street Photography.
La mostra Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, a cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom, è organizzata da Ares, in collaborazione con Blue Lotus Gallery.
Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong
- A cura di Elisa Maupas e Sarah Van Ingelgom
- Palazzo Falletti di Barolo, via delle Orfane, 7 – Torino
- dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027
- mar-dom; 10-19. Lunedì chiuso
- intero 13 euro, ridotto 11 euro
- operabarolo.it
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