Luzzara, paese emiliano che ha dato i natali a Cesare Zavattini, è stato da sempre – da quel primo Un paese di Paul Strand nel 1955 – terra fertile per l’immaginario fotografico. A succedersi dopo il fotografo americano, molti altri autori italiani e internazionali di grande fama che hanno raccontato il territorio e i suoi abitanti in modo tale da far convergere nelle proprie immagini un concetto stratificato di tempo, che includesse sia le tracce di ciò che il paese era stato in precedenza, sia le sue interpretazioni pregresse. In questo modo, Luzzara, oltre le sue connotazioni geografiche, è diventato un grande ricettacolo vivo di storia e di sguardi, proiettato verso nuove narrazioni.
Di recente la Fondazione Un Paese ha consegnato il testimone di un nuovo capitolo a Guido Guidi, fotografo che nel panorama della fotografia mondiale si è fatto conoscere proprio per la sua dimestichezza nel rilevare e rivelare le tracce del tempo, le loro manifestazioni tramite la luce, le ombre, i vuoti e le latenze.
Sabato 26 settembre alle ore 18, al Chiostro dell’ex Convento degli Agostiniani, Luzzara (RE), sarà presentato il progetto di Guidi, A Luzzara, con interventi dell’autore, in compagnia di Simone Terzi, Antonello Frongia e Sabrina Ragucci, con la partecipazione di Silvia Camporesi e Michele Buda. Abbiamo intervistato Simone Terzi, curatore del progetto e direttore della Fondazione Un Paese, per approfondire le sfaccettature dell’immaginario legato al paese di Luzzara.
Il titolo del progetto appare come una chiara dedica, A Luzzara. È una dedica al paese o all’immaginario che il paese incarna partendo dal primo lavoro di Paul Strand e Cesare Zavattini, Un paese, pubblicato da Einaudi nel 1955?
Direi più all’immaginario che il paese incarna. Come è noto, l’opera di Paul Strand e Cesare Zavattini intorno a Luzzara avrebbe dovuto essere la prima di una serie di indagini, e poi di pubblicazioni, sulle realtà locali del Paese, da uno speciale punto di vista in grado di cogliere umanità universali. Un paese non è stato solo il primo e unico volume della collana Italia mia, che descriveva la realtà italiana nel secondo dopoguerra, ma è stato anche un modello di riferimento per le narrazioni d’immagine successive. La Luzzara di Strand e Zavattini è insomma un luogo dove si torna.
Tuttavia, sappiamo che tornare non vuol dire reiterare identicamente un’esperienza, ma verificare nella contemporaneità una rappresentazione del passato, anche mitica. Per questo nel settantenario della pubblicazione di Un paese, grazie al bando Strategia fotografia, Fondazione Un Paese ha deciso di promuovere un nuovo progetto fotografico affidandolo a Guido Guidi, autore tra i più significativi del panorama nazionale e internazionale.
Ci racconta come sono andate le cose per quello storico progetto?
Nel 1953, quando Paul Strand fotografa Luzzara, mette in scena tutta una vicenda che si riflette nei volti e nelle immagini dei compaesani di Zavattini: un compendio di corpi, gesti e professioni che restituisce un’Italia ancora viva settant’anni fa, ma oggi pressoché scomparsa. Era un universo sociale sospeso tra una struttura arcaico-contadina e i primi segnali di una modernizzazione omologante e tecnologica.
Un paese è universalmente riconosciuto come il capolavoro di Strand, che finalmente trovava nella scommessa Luzzara la definitiva realizzazione di un’idea lungamente inseguita, quella di fotografare una piccola località, e la sua gente, sul modello letterario dell’Antologia di Spoon River. A Luzzara, nelle fotografie di Strand, ogni volto, ogni ruga, ogni sguardo assumeva un carattere decisivo per cogliere e rivelare l’identità peculiare di un luogo. Strand aveva capito che tra quei volti e quei luoghi, quel territorio e la sua natura, c’era un mutuo, silenzioso, rapporto di scambio.
E poi c’è il testo di Zavattini. Un paese è sorretto dall’interazione tra due poetiche, personalità e mezzi di comunicazione profondamente diversi. Se Zavattini accolse la proposta di Strand di realizzare un libro a quattro mani “su qualche luogo italiano”, allo stesso tempo Un paese risente palesemente di quella prospettiva sociologica e antropologica che mosse Zavattini nel varo della collana Italia mia. Sotto questo aspetto particolarmente significativa è l’attitudine dello scrittore ad allargare lo sguardo anche alla dimensione sociale e comunitaria.
Perché, come Fondazione Un Paese, avete pensato a Guidi per questa commissione?
Abbiamo pensato a Guidi per la sua profonda riflessione intorno al linguaggio dell’immagine, che ha dato vita a una poetica della visione tra le più incisive della cultura contemporanea. Da Un paese c’è stata una mutazione radicale nel rapporto tra l’uomo e il territorio, un vero e proprio sradicamento. Volevamo uno sguardo capace di testimoniare le tracce che il tempo ha lasciato in questi settant’anni.
Penso che a posteriori una delle possibili chiavi di lettura del lavoro di Guidi a Luzzara – coerente con uno sguardo fatto di piccoli spostamenti, di ritorni sullo stesso punto e di lenta misurazione del tempo che lo trasformano – sia proprio il fatto che ha messo in luce, senza esplicitarlo, questo scollamento, questa perdita di contatto con il territorio, dando attenzione a ciò che è rimasto, a questa materia che continua a testimoniare il tempo trascorso. La residenza è iniziata a novembre 2025 e si è conclusa a fine maggio 2026, mentre il lavoro “sul campo” si è svolto principalmente in cinque sessioni di lavoro con il banco ottico.
In che modo il pensare fotografico di Guido Guidi incontra l’immaginario di Luzzara?
Guido Guidi a Luzzara riprende quell’idea di scommettere sulla realtà quasi invisibile e tutt’altro che straordinaria del quotidiano. Un aspetto interessante nel lavoro fatto a Luzzara è il modo in cui Guidi ha declinato questa attenzione per le cose qualunque, che sono anche le cose lasciate a sé stesse, in via di sparizione, considerate inutili. Ha costruito una sequenza dove predominano le case, le porte, le finestre; i muri sono come ossificati, mineralizzati; gli interni, appena accennati, sono in rovina. In particolare, in tutto l’attraversamento di Luzzara, uno dei temi ricorrenti è quello della porta, che è presente da sempre nel lavoro di Guidi, ma che qui è presente con un’insistenza più immediata.
Sono porte ricche di texture, dove venature, crepe e i segni del tempo che affiorano nel legno consumato invitano a non considerarla soltanto come un elemento funzionale di una determinata architettura, ma come una superficie capace di raccontare una storia attraverso i suoi dettagli. E allo stesso tempo, come ha detto Guidi, la porta diventa un po’ meno porta, configurandosi invece come luogo in cui pensare e su cui pensare. Se vogliamo, è anche una chiara citazione del lavoro di Strand, che nel fare un ritratto generalmente metteva la persona davanti a una porta: una porta che ha spesso un battente chiuso e un battente aperto che dà sul buio dell’interno.
Come le modalità e le strumentazioni di lavoro di Guidi (la fisicità e la lentezza del processo del banco ottico) si ricollegano all’identità del paese e anche al lavoro di Paul Strand e Cesare Zavattini?
Credo che tutta l’opera di Guidi possa essere considerata un omaggio al tema della qualsiasità zavattiniana (la possibilità di trovare cose interessanti in qualsiasi luogo ci si trovi): nessuna gerarchia fra le immagini, piuttosto un unico grande lavoro che, attraverso il tempo, mostra uno sguardo “democratico” verso i luoghi, le persone, i dettagli, i margini del paesaggio. Una cosa che ha colpito molti che hanno visto Strand fotografare a Luzzara è il suo modo di lavorare con il banco ottico.
Paolo Costantini aveva parlato della durata del suo sguardo nel diventare una forma di linguaggio, della “sua macchina fotografica di aspetto antico”; poi c’è quella bellissima immagine di Nancy Newhall, nella quale Strand appariva “lento come un ghiacciaio”. Nel vedere fotografare Guidi con la 20×25 mi sembra di aver riconosciuto lo stesso atteggiamento: un movimento fatto di attese, di silenzi, una danza calibrata e animata da quella preoccupazione per il silenzio che caratterizzava anche il realismo del fotografo americano.
A fotografare Luzzara, dopo Strand, si sono succeduti Gianni Berengo Gardin, Stephen Shore, Luigi Ghirri, Olivo Barbieri. Che immagine di Luzzara ne è uscita? Caleidoscopica o c’è un fil rouge tra tutti questi autori?
Una parte considerevole delle collezioni gestite da Fondazione Un Paese è costituita dal patrimonio fotografico rappresentato dalle opere di Paul Strand, Hazel Kingsbury Strand, Gianni Berengo Gardin, Stephen Shore e Vittore Fossati. Le opere conservate, pur mantenendo una propria autonomia costitutiva, sono legate ad un medesimo fil rouge, ovvero Luzzara, intesa non solo come semplice ambientazione fotografica, bensì anche e soprattutto come luogo depositario di quell’intima essenza che la sensibilità di Cesare Zavattini e Paul Strand seppe rivelare per la prima volta in modo folgorante.
Come la Fondazione Un Paese lavora per valorizzare e promuovere l’eredità di quel primigenio lavoro di Paul Strand e Cesare Zavattini?
Fondazione Un Paese dedica una cospicua parte delle proprie attività alla valorizzazione non solo del patrimonio e delle collezioni che gestisce, ma anche al riconoscimento e alla messa in luce dell’importanza dell’eredità culturale consegnataci dalla tradizione fotografica che nel passato ha eletto Luzzara come luogo ideale di ispirazione artistica.
Un paese di Paul Strand e Un paese vent’anni dopo di Gianni Berengo Gardin, rappresentano i capostipiti di questa tradizione, patrimonio consolidato e fonte di ispirazione per una fitta successione di nomi della fotografia italiana e internazionale. Elemento d’unione e punto di forza delle due opere è stata certamente la figura di Cesare Zavattini: suoi sono infatti i testi che scandiscono il ritmo della narrazione dei due volumi e che permeano di umanità e di incisività gli scatti dei due grandi maestri.
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