Quando ci approcciamo all’acquisto di una scheda di memoria, a volte ci troviamo di fronte a prodotti che sembrano molto simili, magari per capacità e per nome del prodotto, ma con prezzi molto diversi. In questa guida cercheremo di capire quali sono i motivi dietro queste differenze e quali sono le sigle da conoscere per capire qual è il prodotto più adatto alle nostre esigenze.
Anni di evoluzione sul fronte degli standard hanno portato certamente a un continuo miglioramento dei prodotti e delle loro prestazioni, ma anche all’accavallarsi di diverse denominazioni che non sempre si muovono in modo lineare.
Per meglio capire il settore oggi, però, è bene fare un salto indietro nel tempo e vedere come si è evoluto questo mercato e qual è la situazione attuale sul fronte dei formati più utilizzati.
In questo articolo vi proponiamo, per vostra comodità, sotto le immagini, alcuni link diretti per l’acquisto di modelli rappresentativi presenti su Amazon. In chiusura trovate invece una selezione divisa per categorie.
Una guerra di formati durata vent'anni
Chi si affaccia oggi al mondo della fotografia fatica a immaginare quanto sia stato caotico, fino a non troppi anni fa, il mercato delle schede di memoria. Negli anni ’90 e nei primi 2000 molti produttori cercarono di imporre formati proprietari, dando vita a una vera e propria guerra commerciale. Ad aprire le danze fu CompactFlash, annunciata da SunDisk — il nome allora utilizzato da SanDisk — nel 1994: era relativamente ingombrante rispetto agli standard successivi, ma offriva capacità notevoli per l’epoca. Nel 1995 Toshiba introdusse SmartMedia, una scheda estremamente sottile, la cui capacità massima effettivamente commercializzata fu di 128 MB. Sony presentò nel 1998 il proprietario Memory Stick, adottato soprattutto nel proprio ecosistema, mentre SanDisk, Siemens e Nokia introdussero nel 1997 la MultiMediaCard. Nel 1999 SanDisk, Panasonic e Toshiba svilupparono la Secure Digital come successore della MMC, aggiungendo anche funzioni di protezione dei contenuti digitali: da qui il termine “Secure”. In questo affollamento si inserì, nel 2002, la xD-Picture Card, sviluppata da Olympus e Fujifilm per le fotocamere compatte più piccole e destinata a essere progressivamente abbandonata a favore della SD tra la fine degli anni Duemila e l’inizio del decennio successivo.
La convergenza verso i principali formati che utilizziamo oggi è stata determinata tanto dall’economia quanto dalla tecnologia. La SD ha conquistato il mercato consumer grazie a una strategia di standardizzazione e adozione molto più ampia rispetto a quella del Memory Stick di Sony: Panasonic, SanDisk e Toshiba fondarono la SD Association per promuovere il formato presso un vasto numero di produttori. La SD non era però uno standard completamente libero, perché il suo utilizzo era regolato da brevetti e accordi di licenza; la disponibilità presso molti produttori favorì comunque la concorrenza, le economie di scala e la riduzione dei prezzi.
Nel settore professionale, la CompactFlash rimase a lungo il formato di riferimento per le reflex di fascia alta. La XQD, annunciata nel 2010 da Sony, Nikon e SanDisk e formalizzata dalla CompactFlash Association nel 2011, introdusse invece un’interfaccia basata su PCI Express, ma non sostituì immediatamente la CompactFlash. Nel 2016 la CompactFlash Association annunciò la CFexpress, la cui prima specifica fu pubblicata nel 2017: il formato Type B riprese dimensioni, connettore e interfaccia PCIe della XQD, ma utilizzando il protocollo NVMe (lo standard già affermato nel mondo degli SSD), offrendo così una piattaforma più scalabile.
Il risultato, oggi, è un mercato più semplice rispetto a quello di trent’anni fa, con due grandi famiglie di schede, anche se declinate in più formati. Da una parte c’è la famiglia SD, con la MicroSD molto diffusa nei dispositivi compatti e la SD standard ancora comune in numerose fotocamere; dall’altra ci sono le CFexpress, utilizzate soprattutto nelle mirrorless e nelle reflex professionali, nelle videocamere e nelle cineprese che richiedono elevate velocità. Le schede SD più avanzate restano sufficienti per molti impieghi, ma le CFexpress offrono in genere maggiore banda e più margine per raffiche prolungate e video ad alto bitrate. In diverse fotocamere top di gamma troviamo uno slot SD e uno CFexpress tipo B, a eccezione di Sony, che ha puntato sul doppio slot ibrido, in grado di accettare sia le SD, sia le CFexpress tipo A, che hanno dimensioni comparabili.
Un formato, diversi standard: SD, SDHC, SDXC e SDUC
Uno dei motivi del successo delle schede Secure Digital va ricercato nella capacità di evolversi nel tempo, cercando di mantenere la massima retrocompatibilità con lo standard precedente. Le sigle SD, SDHC, SDXC e SDUC non indicano modelli diversi ma soglie di capacità che lo standard ha dovuto alzare progressivamente: le SD classiche coprono fino a 2GB, le SDHC (High Capacity) arrivano fino a 32GB, le SDXC (eXtended Capacity) salgono fino a 2TB, mentre le SDUC (Ultra Capacity), ancora poco diffuse sul mercato consumer, sono pensate per arrivare teoricamente fino a 128TB. La distinzione conta perché non tutte le fotocamere, specie quelle più datate, riconoscono gli standard più recenti: una compatta di dieci anni fa potrebbe semplicemente non vedere una SDXC da 512GB, per quanto la scheda sia fisicamente identica a una SDHC da 16. Il discorso vale in modo speculare per il formato compatto, declinato in MicroSD, MicroSDHC, MicroSDXC e MicroSDUC.
Una nota importante: SD e MicroSD non sono due formati diversi travestiti da uno stesso nome, ma esattamente lo stesso standard in due formati fisici distinti: cambiano solo le dimensioni del guscio esterno, ossia del “francobollo” di plastica, non l’architettura elettronica che sta dentro. Una MicroSD inserita nel suo adattatore funziona quindi esattamente come una SD a tutti gli effetti: l’adattatore non fa altro che estendere fisicamente i contatti elettrici della MicroSD fino a farli coincidere con quelli di uno slot SD standard, senza alcuna conversione elettronica nel mezzo. Per questo MicroSD e SD condividono esattamente le stesse sigle di capacità (SDHC, SDXC) e le stesse classi di velocità.
Standard SD: è anche una questione di filesystem
La sigla della capacità porta in dote un filesystem specifico, previsto dalla specifica ufficiale della SD Association per garantire l’interoperabilità tra schede e dispositivi. Le SD e le SDHC nascono formattate in FAT16 o FAT32 a seconda della capacità, mentre SDXC e SDUC adottano exFAT, sviluppato da Microsoft apposta per le capacità superiori ai 32GB: non si tratta di un vincolo fisico della scheda, che come qualsiasi supporto di massa potrebbe tecnicamente ospitare anche altri filesystem, ma di un requisito dello standard che fotocamere, lettori e dispositivi si aspettano di trovare per riconoscere la scheda senza problemi. Uscire da quella combinazione significa uscire anche dalla compatibilità garantita, con il rischio concreto che il dispositivo non riconosca più la scheda o la veda ma si rifiuti di scriverci.
La differenza pratica tra FAT32 ed exFAT è molto importante: FAT32 impone un limite fisico di 4GB per singolo file (2GB generalmente per FAT16), che in video 4K si traduce nello spezzettamento automatico della clip in più file consecutivi non appena ci si avvicina a quella soglia, mentre exFAT rimuove il limite (arrivando teoricamente a 16 exabyte per file). Quando si formatta una scheda, spesso conviene farlo dal menu della fotocamera piuttosto che da computer, per evitare di ritrovarsi con una SDXC formattata per errore in FAT32 e quel fastidioso limite riportato in vita. La fotocamera, infatti, rispetta il formato dello standard, mentre da PC è possibile modificarlo dal pannello di formattazione.
UHS-I, UHS-II, UHS-III: la velocità del bus
Qui iniziano le sigle che generano più confusione, perché riguardano non la capacità ma la velocità con cui i dati viaggiano tra la scheda e la fotocamera. L’UHS (Ultra High Speed) è uno standard di interfaccia, non un formato a sé stante, ma definisce il bus, che, in elettronica, è semplicemente il canale attraverso cui i dati viaggiano fisicamente da un componente all’altro: un insieme di piste elettriche e contatti che collegano due dispositivi e ne regolano lo scambio di informazioni.
Semplifica in parte le cose il fatto che la versione UHS è riconoscibile dal numero di piedini di contatto visibili sul retro della scheda: una fila sola per l’UHS-I, che tocca al massimo 104MB/s, due file per l’UHS-II, che sale fino a 312MB/s. Lo standard UHS-III, che di fatto non ha mai davvero preso piede sul mercato, ha invece lo stesso numero di piedini dell’UHS-II, ma sfrutta i contatti in modo diverso per fornire fino a 624MB/s di banda.
Sebbene le schede UHS-II e UHS-III siano leggibili anche dagli slot compatibili con UHS-I, quest’ultimo sarà in grado di connettersi fisicamente solo con la prima fila di piedini e la velocità massima, anche in presenza di schede molto performanti, sarà limitata alla prima versione dello standard. Ci sono stati casi di grande confusione tra i fotografi, quando alcuni modelli di fotocamere offrivano un doppio slot SD, ma con supporto UHS diverso, per cui – ad esempio – era possibile sfruttare la massima raffica o la registrazione video ad elevata risoluzione solo su uno dei due alloggiamenti di memoria (previo naturalmente utilizzo della corretta scheda).
Speed Class, UHS Speed Class, Video Speed Class e Application Class
Quando passiamo a parlare delle classi, ci addentriamo in una giungla più fitta: in parole semplici parliamo di quelle sigle che dovrebbero aiutarci a capire la velocità minima di scrittura sostenuta. Parliamo di un parametro fondamentale, spesso più importante della velocità massima, che in molti casi è un valore teorico che si raggiunge solo in determinate condizioni. Il dato della velocità di scrittura minima garantita è il valore sotto il quale la scheda non scenderà mai durante una scrittura sostenuta ed è quello che conta davvero per capire se un dispositivo è in grado di reggere un certo flusso video senza interruzioni. Sebbene esistano diverse classi, una volta capito il meccanismo decifrarne il significato è facile.
La vecchia Speed Class, indicata con un numero dentro un cerchio (C2, C4, C6, C10), garantisce rispettivamente 2, 4, 6 e 10MB/s minimi: oggi la trovate quasi solo sulle schede più economiche. La UHS Speed Class, con la U e un numero dentro una U stilizzata, alza l’asticella: U1 garantisce 10 MB/s, U3 garantisce 30MB/s. La sigla più recente è la Video Speed Class, riconoscibile dalla V seguita da un numero: opera nello stesso modo della prima Speed Class, ad esempio V6 e V10 coprono le esigenze base garantendo 6 e 10MB/s. La classe V30 è generalmente considerato il minimo per la registrazione 4K (sebbene il bitrate possa variare molto a seconda del profilo di registrazione), V60 è consigliabile per chi si approccia al 6K e le raffiche più spinte, V90 è spesso richiesta per salire all’8K e dai video ad elevato bitrate delle mirrorless più recenti. Le schede V60 e V90, non a caso, richiedono anche il bus UHS-II: le due sigle, pur misurando cose diverse, viaggiano quasi sempre insieme nella fascia alta del mercato.
La classe A (Application Performance Class, declinata in A1 e A2) è un’etichetta diversa dalle altre: non misura la velocità di scrittura sequenziale come le Speed Class o le Video Speed Class, ma le prestazioni in lettura e scrittura casuale, quelle che contano quando un’app gira direttamente dalla scheda, come avviene su smartphone e tablet Android. La classe A1 garantisce almeno 1.500 IOPS in lettura casuale e 500 in scrittura casuale, A2 sale a 4.000 e 2.000: per la fotografia pura è irrilevante, ma capita di vederla stampata sulle stesse schede MicroSD usate anche nelle action cam assieme a quelle relative alla velocità di scrittura garantita.
CFexpress: Type A, Type B, Type C e il salto generazionale allo standard 4.0
L’altro standard più diffuso, sicuramente conosciuto da chi possiede una mirrorless di fascia medio-alta è quello alla base delle schede CFexpress. Esso sfrutta l’interfaccia PCIe, la stessa dei dischi SSD interni dei computer, e arriva in tre tagli fisici: il Type A, il più compatto, usato principalmente da Sony e capace di circa 1.000MB/s con una sola pista PCIe; il Type B, più diffuso su Canon, Nikon e Panasonic, con due piste PCIe che permettono di superare i 1.700-2.000MB/s; il Type C, più grande e pensato per le cineprese professionali, che di fatto resta fuori dal mercato consumer.
Anche in questo caso parliamo di un formato in evoluzione, con l’ultimo aggiornamento datato 2023 con la pubblicazione delle specifiche CFexpress 4.0 da parte della CompactFlash Association, che raddoppia ulteriormente la banda disponibile rispetto allo standard 2.0 prima dominante. Le schede CFexpress 4.0 sono state capaci, già dalle prime uscite, di superare i 3.500MB/s in scrittura e arrivare a capacità che toccano i 4TB: numeri pensati più per chi gira video 8K o 12K che per il fotografo amatoriale, ma segnalano bene dove sta andando il mercato professionale.
Anche il formato CFexpress ha una propria classe di velocità minima garantita, distinta dalle Video Speed Class del mondo SD: si chiama Video Performance Guarantee (VPG) ed è uno standard definito dalla stessa CompactFlash Association per certificare la velocità minima sostenuta in scrittura di una scheda CFexpress. Le classi attualmente in uso vanno da VPG200 a VPG1600, con il numero che indica direttamente i MB/s minimi garantiti: l’ultima revisione, VPG-5 pubblicata nel 2025, introduce le classi VPG800 e VPG1600 pensate per il video ad altissimo bitrate.
Attenzione però alla retrocompatibilità, che qui non è scontata come nel mondo SD: VPG-5 non è automaticamente compatibile con VPG-4, quindi non è detto che una scheda VPG1600 funzioni in una modalità di ripresa che richiede VPG200 o VPG400, a meno che la scheda non riporti entrambi i loghi. La CompactFlash Association ha dedicato un approfondimento a questo tema sul proprio sito.
Scegliere bene, in base alle esigenze
Alla fine la scelta si riduce a guardare due cose sole: cosa richiede la fotocamera (lo slot fisico, SD o CFexpress, e lo standard supportato) e cosa si fa davvero con quei file. Per chi scatta soprattutto foto, anche in RAW, una UHS-I U3 già basta e avanza, e spendere per una V90 è quasi sempre superfluo. Chi gira video in 4K a bitrate elevato dovrebbe invece considerare almeno una V30, meglio se su bus UHS-II, mentre solo chi lavora con video 6K, 8K o raffiche fotografiche molto spinte ha davvero bisogno di spingersi fino a V60, V90 o a una CFexpress.
Una nota finale, gran parte delle sigle ci parla delle prestazioni in scrittura, ma nel caso di trasferimenti di grosse moli di dati conta molto anche il dato in lettura. Qui la differenza tra SD e CFexpress si fa notevole: se in fase di scatto per qualcuno le differenze tra le due schede potrebbero essere irrilevanti, il discorso potrebbe essere ben diverso nel momento della revisione e del trasferimento dei file sul computer. Se si utilizza una mirrorless capace di raffiche molto elevate, anche in RAW, una CFexpress è molto utile non solo per memorizzare tutte le foto senza interruzioni, ma anche per velocizzare il trasferimento su PC.
Schede MicroSD
Lexar MicroSD 64GB 3 Pack
SanDisk MicroSD 128GB Ultra
Amazon Basics MicroSDXC da 1 TB
Schede SD
Lexar SD 64GB 2 Pack
SanDisk SDXC 256GB Extreme Pro
SanDisk SDXC 2TB Extreme Pro
Schede CFexpress
SanDisk Extreme PRO 128GB CFexpress Card Type B
Sony CFexpress Type A TOUGH 240GB
SanDisk Extreme PRO CFexpress 4.0 Type B 400GB VPG800
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