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Home MOSTRE & CONCORSI MOSTRE FOTOGRAFICHE IN PROGRAMMA

William Klein e i suoi “diari visivi” in mezzo al caos della città

Tra i festeggiamenti per i cento anni dalla nascita di William Klein c’è una mostra a Milano che racconta il girovagare del fotografo americano nelle città del mondo.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
19 Settembre 2026
in IN PROGRAMMA, INTERVISTE
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Street football, Rome 1956. © William Klein Estate
Street football, Rome 1956. © William Klein Estate

Milano

Dal 22 settembre al 14 novembre 2026

Inaugura la sera del 21 settembre a Milano Le mie città di William Klein. La mostra, allestita presso la M77 Gallery, approfondisce lo sguardo del grande maestro della fotografia su alcune delle città più importanti del mondo: New York, Roma, Tokyo, Mosca, Parigi. Famoso per quel suo fotografare prossimale, fisico, anche aggressivo, Klein ha prodotto, come li definiva lui stesso, dei veri “diari visivi” personali e molto viscerali. L’esposizione, visitabile dal 22 settembre al 14 novembre, porta alla luce un concetto di “città” vista non unicamente come conglomerato umano, ma soprattutto come ricettacolo di stimoli, di contraddizioni, di umori, di voci, di movimenti in cui Klein amava perdersi.

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La sua fotografia era demarcata sempre dalla sua partecipazione a questo caos creativo urbano, dalla sua fisicità e da quella di chi gli stava attorno, anche se città dopo città, con il passare del tempo, si nota una chiara evoluzione stilistica della sua produzione, che va dall’astrattismo newyorkese a un figurativismo più marcato a Parigi o a Roma.
Abbiamo intervistato Alessandra Mauro, curatrice della mostra, che ci racconta la progettualità dell’esposizione, ma anche l’avventurosa vita di William Klein.

Bikini, Moscow 1959. © William Klein Estate
Bikini, Moscow 1959. © William Klein Estate

La vita di William Klein è stata molto formativa per la sua visione, fin da giovane…

William Klein, effettivamente, ha avuto una vita abbastanza interessante da un punto di vista artistico, che sicuramente ha segnato la sua visione. Era americano, nato a New York nel 1926, da famiglia ebrea di origine ungherese. La sua storia ricalca un po’ quella di altri grandi fotografi provenienti anche loro da famiglie ebree dell’Europa dell’Est, come Richard Avedon o Diane Arbus. A differenza loro, però, William non viveva a Manhattan, ma in un quartiere irlandese dove veniva spesso bullizzato dai bambini della sua età. Da qui nasce, forse, il suo rapporto conflittuale con la città, un rapporto complesso di amore e odio che portò avanti per tutta la sua vita.

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Cercava conforto nella lettura, nella cultura, nella curiosità intellettuale. Era un ragazzo molto intelligente. Frequentava i musei di New York, si diplomò rapidamente e non appena possibile lasciò la città e il Paese, entrando nell’esercito. Arrivò in Germania e poi in Francia, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. A Parigi lasciò l’esercito e rimase a vivere nella città francese, facendo i primi passi come artista. Alla fine degli anni ’40 frequentò molto spesso l’atelier di Fernand Léger, che lo spinse a proseguire con la sua produzione pittorica astratta e a seguire meno l’impostazione accademica, lasciando che il suo sguardo fosse libero di muoversi, fuori, per strada. Il consiglio di Léger fu un fondamento importantissimo per il suo lavoro fotografico successivo.

Nina + Simone, Piazza di Spagna [variante], Rome 1960 (Vogue). © William Klein Estate
Cineposter, Tokyo 1961. © William Klein Estate

Quando si approcciò per la prima volta alla fotografia?

Dopo l’esperienza di Parigi, arrivò a Milano, dove entrò in contatto con una serie di intellettuali tra cui Giorgio Strehler, che gli organizzò una mostra nel foyer del Piccolo Teatro, con le sue opere pittoriche. Come dicevo prima, era una produzione astratta, a grandi pennellate, che successivamente portò in esposizione anche alla famosa galleria milanese Il Milione, fondamentale nella storia dell’arte italiana, soprattutto per la pittura astratta di quel periodo. Per la mostra Le mie città abbiamo deciso di esporre anche qualche sua opera pittorica e alcune immagini di documentazione di altri suoi dipinti. A Milano, Klein proseguì la sua produzione al seguito del celebre architetto Angelo Mangiarotti, che gli propose di decorare alcuni pannelli mobili che lui stava creando per l’interno dell’abitazione della famiglia Bignardi, genitori di Irene Bignardi.

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William, quindi, realizzò questi grandi pannelli rotanti mobili con decorazioni da una parte all’altra e cominciò a pensare di volerli documentare. È allora che prese in mano, per la prima volta, la macchina fotografica, cercando di trovare un modo di portare il movimento nell’immagine fissa. In seguito, prendendo dimestichezza con la camera oscura, comprese il modo di coniugare il suo stile astratto, appartenente alla sua prima produzione pittorica, con la nuova scoperta della fotografia. In questo modo produsse diverse copertine per Domus.

Gum, Moscow 1959. © William Klein Estate
Gum, Moscow 1959. © William Klein Estate

La mostra Le mie città mette l’attenzione sulla produzione di alcuni suoi “diari visivi” urbani in giro per il mondo. Come iniziò questa produzione?

Dopo aver collaborato con Domus, Alexander Liberman, direttore artistico di Vogue, gli propose di iniziare a lavorare anche per la moda. Così Klein tornò a New York e lì, facendosi ispirare dalla sua città, iniziò le peregrinazioni urbane con la macchina fotografica al collo. Il tono di questo suo primo ‘diario visivo’ è molto viscerale, incontrava New York fisicamente, con un grado di prossimità alle cose e ai suoi soggetti molto ravvicinato, quasi aggressivo. Il suo modo di fotografare New York aveva un alto grado di coinvolgimento per lui e la sua presenza fisica si avverte all’interno delle immagini. Inizialmente, quel lavoro avrebbe dovuto essere un unicum, ma visitando le altre città capì che quel modo di fotografare gli apparteneva e lo usò per altri ‘diari visivi’ urbani.

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Quale era il suo metodo per approcciarsi alla città?

Il suo metodo era non avere metodo, anche se poi anche il non avere metodo risulta, effettivamente, un metodo. Gli piaceva perdersi nella città, tra le persone e cominciare a fotografarle, sempre e comunque, avvicinandosi. Il suo stile era opposto a quello di un Cartier-Bresson che si nascondeva, che non doveva e voleva essere visto. Per William, invece, era molto importante essere visto e anche un po’ provocare. In tutti i suoi ‘diari visivi’ c’è una costante idea di movimento, una necessità di trovarsi mischiato con il caos urbano, di fare delle immagini non necessariamente perfette.

Wings of The Hawk, 42nd Street, New York 1955. © William Klein Estate
Wings of The Hawk, 42nd Street, New York 1955. © William Klein Estate

Un po’ più alla Moriyama…

Esatto, io direi che Moriyama ha preso molto da lui, dal suo stare profondamente dentro alla città che sta raccontando, essere parte lui stesso del racconto che deve fare.

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Nel 1956 raggiunse Fellini a Roma che lo chiamò come assistente per Le notti di Cabiria e lì fotografò, alla sua maniera, la città eterna. Cosa ne uscì?

Nuovamente si mischiò con la folla, ammirava e si divertiva guardando quella Roma. Il suo divertimento è palpabile nelle immagini, conferisce a questo lavoro uno stile da street photography sublimata al massimo. Rispetto a New York, riuscì a vivere Roma con maggiore rilassatezza, con meno conflitti interiori, anche se persiste la stessa fisicità di sguardo rispetto al paesaggio urbano. C’è però meno tragicità, meno pathos, più divertimento nell’incontro con la città e con le persone.

Anne + Isabella + mirror + taxi, Broadway & 46th Street, New York 1959. © William Klein Estate
Anne + Isabella + mirror + taxi, Broadway & 46th Street, New York 1959. © William Klein Estate

In mostra ci sono diverse sezioni, oltre appunto a New York e a Roma. Ci racconti come l’avete progettata?

La prima parte è dedicata a Milano, all’esperienza che fece dopo aver vissuto a Parigi. Durante quel periodo però, come ti dicevo prima, la sua produzione fotografica non era ancora matura, infatti in mostra abbiamo esposto due sue opere pittoriche e qualche copertina realizzata per Domus. La sua fotografia iniziò a New York, per poi passare a Roma, Tokyo, Mosca e Parigi; inoltre, abbiamo voluto dedicare spazio anche alla sua produzione per la moda. Quando Alexander Liberman gli aprì le porte di Vogue William tornò a New York e mise a punto uno stile tutto suo, coniugando la moda allo stile urbano della città che lui perseguiva nei suoi progetti più autoriali. Famosa, ad esempio, è l’immagine della modella in mezzo al traffico di New York, mentre esce da un taxi, con la portiera aperta, mentre la città le si muove attorno. Era un vero genio.

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Si nota, secondo te, un’evoluzione nel modo di guardare e interpretare il paesaggio urbano, città dopo città?

Sì, sicuramente. Per Parigi, ad esempio, perse un po’ la sua resa astratta e diventa più reportagistico, focalizzandosi sulla documentazione delle manifestazioni in giro per la città, manifestazioni di studenti, manifestazioni di tifosi, di tutti i tipi, il Capodanno Cinese oppure il Gay Pride. Amava, in generale, fotografare le persone per strada, ma mentre a New York lo faceva con uno stile molto più enfatico e fisico, nei suoi successivi ‘diari visivi’ i contrasti e l’emotività visiva sono molto più stemperati. Non aveva più la necessità della prossimità corporea, dell’approccio aggressivo attraverso il suo sguardo e nell’immagine dava spazio anche al contesto urbano.

Chevrolet Impala + gas pumps, 6th Avenue, New York 1959. © William Klein Estate
Chevrolet Impala + gas pumps, 6th Avenue, New York 1959. © William Klein Estate

Questa evoluzione ha implicato, nel tempo, anche un cambio di strumentazione?

Prima di partire per New York pensò di comprare una Leica, uno strumento comodo, e così, a Parigi, cercò un’offerta sui giornali. Alla fine, riuscì a comprarne una da un anonimo venditore che si rivelò essere Cartier-Bresson, che gli chiese di raggiungerlo alla sede della Magnum per consegnargliela. Arrivato poi a New York le cambiò l’obiettivo e iniziò a usarla con il grandangolo, modalità con cui ha poi realizzato il lavoro sulla città. Ha poi continuato sempre a lavorare con la Leica.

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William Klein. Le mie città

  • A cura di Alessandra Mauro
  • M77 Gallery, via Mecenate, 77 – Milano
  • dal 22 settembre al 14 novembre 2026
  • mar-sab 11-19. Domenica e lunedì chiuso
  • ingresso gratuito
  • m77gallery.com/it

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