A muovere Alex Zoboli nella produzione di Shine On (Cesura, 2026) è stata la curiosità di capire le ragioni profonde della Brexit, ma anche il desiderio di scoprire una parte della nazione meno raccontata e lontana dai luoghi che aveva frequentato quando ci viveva. L’autore ha documentato l’Inghilterra da una posizione ibrida: abbastanza dentro da sentirsi coinvolto, abbastanza fuori da guardare con lo sguardo curioso e spiazzato di chi scopre qualcosa per la prima volta.
Quello che ne è seguito è un lavoro emotivo, ma puntuale sul magma umorale che investe il Regno Unito, anche ora che il riavvicinamento all’Unione Europea sembra vicino. Abbiamo intervistato Alex per farci raccontare meglio il suo progetto.
Come nasce Shine On e che cosa simboleggia il titolo?
Il progetto Shine On nasce dal mio personale legame con l’Inghilterra. Sono cresciuto tra Italia e Regno Unito, per cui la Brexit non è stata una notizia lontana, ma un evento che ha toccato da vicino un Paese e una comunità che sento miei; da qui la scelta di tornarci con la macchina fotografica per raccontare non gli effetti economici o istituzionali, ma la vita quotidiana delle comunità che l’hanno vissuta più da vicino e che spesso sono le più invisibili nel dibattito pubblico.
Il titolo, invece, nasce dall’incontro con Danny Sloggett, residente di Jaywick — una delle zone più povere d’Inghilterra — che rappresenta l’opposto della divisione e della chiusura alimentate dal dibattito sulla Brexit. Partendo da esperienze di vita difficili, Danny ha scelto la condivisione, la collaborazione e l’empatia, dando voce a chi non ne ha attraverso un canale YouTube e con il centro ‘Jaywick Sands’, dove organizza pranzi sociali, eventi e incontri di quartiere. È in questo suo continuo costruire comunità, nonostante tutto, che ho trovato il senso del titolo del libro. Shine On, quindi, è un invito a non scomparire, a custodire la propria luce e a mantenerla viva anche per gli altri.
Come le parole di Danny Sloggett dialogano con le tue immagini e che importanza ha questo dialogo per la struttura del tuo libro?
A partire da una lunga conversazione libera con Danny sulla sua vita, sulla Brexit e sulla società inglese, ho selezionato i passaggi più significativi rispetto alla contemporaneità. Proprio perché non era un’intervista classica, le sue parole hanno mantenuto un’intimità che porta il lettore dentro la sua prospettiva, anche quando parla della sua comunità o del Paese più che di sé.
Sviluppando il libro mi sono accorto di quanto fosse difficile costruire una narrazione coerente attorno a un tema intangibile e sfaccettato come la Brexit, che nella vita delle persone si manifesta in modo ambiguo e stratificato — fatto di sentimenti, frustrazioni, appartenenza, spesso contraddittori — e le fotografie da sole rischiavano di restare troppo aperte a letture diverse.
Ho quindi usato le parole di Danny come struttura portante del libro, trasformandole nei capitoli attorno ai quali organizzare le immagini, dirigere la narrazione e orientare la percezione di chi guarda e legge. Ne nasce un dialogo tra due registri: le fotografie, interpretative e frutto di uno sguardo esterno che prova a restituire un’atmosfera, e le parole di Danny, più reali e radicate in un’esperienza vissuta — ed è proprio in questo scarto che si apre lo spazio per l’immedesimazione del lettore.
Con che coinvolgimento hai documentato l’Inghilterra in questi anni bui?
Pur sentendo l’Inghilterra in parte mia, in questo progetto non sono mai tornato nei luoghi in cui avevo vissuto, se non genericamente a Londra, e il mio coinvolgimento è stato quindi più complesso di un semplice ritorno a casa: ho provato un misto di appartenenza e distanza personale rispetto all’idea di Inghilterra che mi ero fatto vivendoci, come se il Paese conosciuto e quello che avevo davanti fossero insieme la stessa cosa e due cose diverse.
Per realizzare il tuo progetto hai viaggiato sia nelle zone che avevano votato contro la Brexit che a favore, ma è un diffuso sentimento di disagio e di sconforto ad ammantare l’intera tua documentazione…
Nei miei viaggi, sia nelle zone favorevoli che contrarie alla Brexit, ho trovato non solo disagio ma un tono sorprendentemente simile nelle conversazioni con le persone — fatto di disappunto, delusione, rabbia, tristezza, preoccupazione — che le accomunava in profondità più di quanto le dividesse in superficie: un senso diffuso di tradimento da parte della politica verso il proprio popolo, più che uno scontro tra fazioni opposte. Ho cercato di restituire il maggior numero possibile di sfaccettature nelle foto, mantenendo però coerenza nell’atmosfera generale per non frammentare il racconto in posizioni contrapposte.
Il testo mi ha permesso di restituire anche l’altra parte, quella che nonostante tutto tira avanti con resilienza, costruendo comunità e dignità. Era importante per me tenere insieme questi due poli, la fatica e la capacità di resistere, perché solo così si può raccontare la vera complessità di quel tessuto sociale, senza ridurla a una narrazione unica.
La voce del tuo lavoro è la voce della tua generazione?
Essendo nato nel 1990, ho sempre vissuto l’UE come un dato di fatto solido più che come una scelta politica discutibile, e come molti della mia generazione non pensavo che la Brexit potesse accadere: siamo cresciuti dando per scontata un’idea di Europa, di libera circolazione e di appartenenza a qualcosa di più grande dei confini nazionali.
In questo senso il mio lavoro può rappresentare lo spiazzamento vissuto da altri coetanei, ma non credo si possa parlare di una voce unica della mia generazione, né di un’unica voce inglese o europea sul tema, perché conviviamo con storie, contesti e sensibilità molto diversi anche all’interno della stessa fascia d’età. Il mio lavoro è quindi una delle tante voci possibili, non ‘la voce’; è uno sguardo che nasce dalla mia biografia specifica, più che un tentativo di parlare a nome di tutti quelli che hanno vissuto la Brexit alla mia età.
Quanto il lavoro in bianco e nero del primo Martin Parr, degli anni ’70, ha influenzato il tuo stile? Quali altri riferimenti culturali lo hanno fatto?
Nell’avviare il progetto ho scoperto una grande tradizione di maestri della fotografia inglese che prima conoscevo solo in parte — Martin Parr, Tony Ray-Jones, Chris Killip — insieme a lavori come Ray’s a Laugh di Richard Billingham, che pur essendo a colori resta per me uno dei più belli sull’Inghilterra. Questi riferimenti mi hanno ispirato non tanto per il linguaggio visivo o la palette, quanto per il loro modo di guardare distaccato ma intimo, ironico e critico ma sempre radicato in empatia e amore verso i soggetti. Penso ad esempio a Tony Ray-Jones, che partiva in macchina senza meta con un fogliettino di parole chiave, in un metodo di ricerca istintivo più che pianificato.
Mi hanno mostrato che è possibile raccontare le tensioni di un Paese, le sue classi sociali e le sue ferite restando vicini alle persone che lo abitano, anzi proprio a partire da quella vicinanza — un equilibrio difficile tra lucidità quasi antropologica e calore, senza scivolare nel giudizio o nella distanza fredda.
Shine On è il tuo primo libro, ma in passato hai già dato dimostrazione del tuo impegno sociale attraverso la fotografia. Da dove nasce questa tua particolare tensione progettuale?
Uno dei progetti che mi hanno formato è Abitare, realizzato in Italia durante il Covid. Dopo una fase iniziale dedicata alle prime conseguenze della pandemia, ho spostato lo sguardo sulla crisi abitativa, viaggiando da Nord a Sud, in un momento in cui la casa era diventata il centro di tutto e rivelava fragilità sociali rimaste a lungo nascoste. Il progetto è uscito con Cesura Publish nella serie di zine Dispatch, dedicata a raccontare l’Italia attraverso i suoi momenti collettivi.
Il lavoro in Algeria è nato, invece, in modo più personale, dopo aver visto La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Ci sono stato due volte, trovando un Paese ricco di storie da raccontare, ma prima di un terzo viaggio sono scoppiate proteste e le tensioni politiche seguite mi hanno impedito di ottenere di nuovo il visto, lasciando il progetto sospeso. È stata comunque un’esperienza che mi ha fatto capire quanto mi interessasse questo modo di lavorare, lo stesso approccio poi portato avanti in Abitare e in Shine On.
Giusto ora si sta parlando di un ritorno del Regno Unito nell’Unione Europea. Cosa ne pensi?
Penso che, alla luce degli sviluppi geopolitici recenti, un riavvicinamento del Regno Unito all’UE sia ormai quasi inevitabile, perché l’idea di un’Inghilterra più autonoma e indipendente immaginata con la Brexit si scontra oggi con un contesto internazionale instabile in cui un blocco europeo unito appare più necessario che dieci anni fa. Allo stesso tempo il tema resta politicamente delicato, quasi intoccabile, perché molti politici continuano a usare la Brexit come piattaforma elettorale, pur essendoci una propensione crescente nel sentire diffuso verso un ritorno nell’UE. Credo comunque che si tratti di un processo lunghissimo e complicato, non immediato, ma forse realizzabile tra circa dieci anni, quando la ferita politica e simbolica della Brexit sarà diventata meno divisiva di oggi.
Il tuo lavoro proseguirà con le evoluzioni politiche di questo momento storico?
Lo spero. Shine On resta per me un progetto aperto, perché la Brexit non è stata un evento isolato ma il sintomo di tensioni economiche, identitarie e politiche che continuano a evolversi, e mi piacerebbe continuare a seguirle nel tempo. Vorrei inoltre espandere lo sguardo ad altri paesi europei, attraversati da dinamiche simili a quelle trovate in Inghilterra — sfiducia verso la politica tradizionale, crescita di movimenti identitari, insicurezza economica e sociale — per capire se dietro a fenomeni spesso raccontati come esclusivamente nazionali esista un filo comune europeo.

Titolo Shine On
Fotografie di Alex Zoboli
Parole di Danny Sloggett
Formato 21 x 26,5cm
Pagine 128
Immagini 56
Prezzo 40 euro
Lingua inglese
Editore Cesura
Data pubblicazione maggio 2026
ISBN 9791281396050
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