Fotografi siciliani del Novecento è il risultato di anni di ricerche e studi sulla fotografia in Sicilia, dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento, attraverso cui Monica Maffioli è riuscita a mettere ordine in un patrimonio visivo per gran parte sconosciuto. Letizia Battaglia e Ferdinando Scianna ci sono, fanno parte di questa storia, ma la notorietà del loro lavoro non adombra quello di altri autori, spesso amatori, scomparsi nei loro archivi o in quelli delle agenzie per cui lavoravano nel XX secolo, e ora fatti riemergere da Maffioli con cura e consapevolezza.
Abbiamo intervistato la ricercatrice per farci condurre nei meandri della storia della fotografia siciliana.
Come è nato il libro Fotografi siciliani del Novecento?
Giovanni Chiaramonte, nel 1996, per la collana che dirigeva alla casa editrice S.E.I, pubblicò il mio primo libro, che si rifaceva alla mia tesi di dottorato, Il Belvedere. Fotografi e architetti nell’Italia dell’Ottocento. Rimanemmo in contatto e con il tempo si instaurò una bella amicizia. Si parlava molto insieme, d’altronde lui era una persona molto profonda e di grandi meditazioni. Una volta mi confessò di avere un rimpianto: quello di aver curato una mostra sui fotografi siciliani, La Nuova Scuola di Fotografia Siciliana, includendo sette fotografi partendo da Sellerio, ma di non aver mai pubblicato una storia della fotografia siciliana del Novecento.
Poi aggiunse: ‘Solo tu sei così matta da poter pensare di fare una cosa del genere’. Così, cominciammo a lavorarci insieme. Io, dal mio punto di vista, accolsi questa sua specie di sfida per la passione che nutro per la ricerca sulla storia della fotografia e specificamente per quella della Sicilia, una terra a cui sono particolarmente legata. Speravo ci fosse molto di sommerso e, studiando, ho capito che la mia intuizione era giusta. È stata una ricerca molto lunga, durata cinque anni, e nel frattempo, con mio grandissimo dispiacere, Chiaramonte è morto.
Da dove è partita?
Dal punto di vista organizzativo mi ha aiutato molto la mia esperienza come responsabile scientifica delle collezioni Alinari e del Museo, per i contatti con i collezionisti e le Istituzioni del settore. Questo ha fatto sì che venissi molto facilitata nella ricerca, soprattutto con le persone, con i fotografi viventi o gli eredi, nell’avvicinarmi e nell’accedere a certi archivi. Ho preso come data di partenza simbolica l’Esposizione Internazionale di Palermo del 1892-93 e ho concluso il libro con il 1999, perché, consapevolmente, non volevo raccontare il nuovo secolo, che ha comportato delle grandi rivoluzioni nel panorama fotografico.
Volevo concentrarmi specificamente sul passaggio dall’Ottocento al Novecento, soprattutto perché c’è una lunga coda dell’Ottocento, fino agli anni Venti e Trenta del Novecento, legata stilisticamente alla fotografia amatoriale ed editorialista.
Lo scopo di questo libro era quello di mettere a fuoco una molteplicità e una ricchezza di cultura fotografica, di produzione fotografica in Sicilia che non era mai stata veramente affrontata in modo sistematico.
Che tipo di libro è?
È un libro ibrido, non è un catalogo, non è un semplice saggio, è un percorso, è un racconto da vari punti di vista sulla fotografia siciliana, parlando, però, anche di letteratura e di cinema. A concludere il libro c’è un apparato con circa trecento schede di fotografi che li collocano sia geograficamente che stilisticamente. Ho cercato almeno una fonte storica per autore, ovviamente quelli più noti hanno un testo più ricco e accurato.
Sul campo come si è mossa per portare alla luce quel materiale sommerso di cui parlava prima?
Il mio intento era quello di risalire ai nomi di questi autori ‘sommersi’ e poi, conseguentemente, in caso, ai loro eredi e ai loro archivi. Per prima cosa ho iniziato prendendo come riferimento le guide dalla fine dell’Ottocento in poi, guide illustrate come quelle del Touring Club di inizi ’900, con piccole fotografie, dove, però, spesso c’era scritto il nome del fotografo.
Nel generale contesto delle tendenze espressive e strumentali della fotografia in Italia, dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento, come si inserisce la tradizione fotografica siciliana? È una tradizione di rottura o di continuità?
Dalla fine dell’Ottocento la fotografia siciliana si dirama principalmente secondo due filoni, che nel corso del tempo evolvono, rimanendo sempre paralleli: uno è quello relativo alla fotografia commerciale tradizionale di Eugenio Interguglielmi, ad esempio, o Giuseppe Incorpora e altri locali, che fotografavano per raccontare al turista l’immaginario siciliano. Loro si concentravano su una rappresentazione della Sicilia stereotipata, basata più su ciò che chi veniva da fuori si aspettava, piuttosto che su una visione propria del fotografo: il carretto siciliano, il fico d’India, tutti i monumenti più belli, non c’è un’immagine di un rudere.
La seconda frangia, invece, documenta la Sicilia in maniera più aderente alla realtà, sollevando visivamente i problemi della ‘Questione Meridionale’ e viene fuori, in maniera autonoma ed evidente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo degli americani e le nuove attenzioni politiche rivolte all’isola, su cui la politica italiana non si era mai confrontata adeguatamente. Nel periodo fascista, ad esempio, c’era Eugenio Bronzetti, incaricato dall’Ente di Colonizzazione di un imponente lavoro di documentazione dei nuovi insediamenti agricoli, che poi diventò anche un libro contraddistinto da un certo rigore stilistico, La colonizzazione del Latifondo Siciliano. Primo anno.
Nel tempo, quindi, queste due tendenze hanno viaggiato sempre parallele: come diceva Bufalino, la Sicilia della luce e la Sicilia del lutto; quella esposta nella sua bellezza, nelle sue tradizioni e quella antropologica, nel senso più aulico; la Sicilia della miseria, della povertà, della melanconia e la Sicilia della mafia, delle denunce sociali e politiche, quella di Danilo Dolci ed Enzo Sellerio. Poi c’è l’immaginario sacro e religioso delle processioni, ad esempio, con le immagini del 1958 di Mario Finocchiaro della processione di Sant’Alfio a Trecastagni, e contemporaneamente anche il loro valore folkloristico, fino ad arrivare alle fotografie di Ferdinando Scianna.
C'è qualche autore che all’inizio del Novecento tratta la fotografia e l’interpretazione della Sicilia in maniera più concettuale, utilizzando la fotografia come linguaggio e non come strumento per raccontare la “Questione Meridionale”?
In merito a questo aspetto, ci sono due storie affascinanti, legate alla figura di due fotografe del primo trentennio del Novecento: la prima è Louise Hamilton, di origine irlandese e famiglia altolocata, che studiò a Firenze, dove conobbe, poi, anche il futuro marito, di origine siciliana, della famiglia Caico, i più grandi proprietari delle zolfatare della zona di Caltanissetta. La famiglia Caico non accettava il matrimonio e così Hamilton con il marito hanno vissuto a lungo a Bordighera. Solo quindici anni dopo fecero ritorno in Sicilia dove lei si trovò isolata ed emarginata, nella Sicilia più povera, più chiusa, e come strumento di sopravvivenza iniziò a usare la macchina fotografica.
Attraverso la fotografia voleva conoscere il territorio, le tradizioni e le persone. Quello che incontrava l’affascinava, come straniera che vedeva un mondo diverso dal proprio, con una cultura e una civiltà differente. Di quelle fotografie ne fece anche un libro, che distribuì in America, riuscendo a veicolare una certa immagine della Sicilia anche fuori dal nostro paese, una Sicilia tenebrosa, cupa, animata dal nero delle donne che salgono in processione, lungo la montagna, e dalle condizioni di povertà e miseria in cui viveva la popolazione, secondo uno stile molto estetizzante, compositivamente ben congegnato. Il suo lavoro ha un grande valore interpretativo.
Nel libro ho inserito pochissimi fotografi non originariamente siciliani, una è lei, perché la sua storia e le sue immagini sono molto interessanti.
Un altro è Fosco Maraini, ad esempio, che ha dato un contributo fondamentale all’immaginario siciliano e alla sua cultura visiva, o anche Franco Zecchin.
Invece, la seconda autrice che trova una sorta di sua espressività autonoma, rispetto alla tradizione della fotografia in Sicilia agli inizi del ’900, è Adele Gloria. Catanese, di estrazione borghese, Gloria entra a far parte della schiera dei futuristi catanesi, forti dello speciale rapporto che Marinetti ha con la Sicilia e con l’Etna.
In questo fulgore futurista, il pensiero creativo di Adele si concentra specificamente sull’autorappresentazione, sull’interpretazione del sé. A tutti gli effetti è una pioniera in questo campo, anticipando l’uso dell’autoritratto nella fotografia del Novecento e anche ora, soprattutto nel lavoro delle fotografe donne. Il lavoro non si limitava alla realizzazione degli autoritratti, piuttosto proseguiva nell’utilizzo di quegli stessi autoritratti per costruire dei collage, un po’ come fa ora Moira Ricci, ad esempio. La sua produzione abbraccia un arco temporale molto breve, infatti dopo essersi sposata e trasferita a Roma, la sua opera si interrompe e di lei si perdono le tracce. Ho provato a cercarne gli eredi, senza riuscirci.
Chi sono gli autori che maggiormente hanno influenzato la storia della fotografia siciliana?
Diciamo che l’identità e il carattere della fotografia siciliana prendono vigore nella seconda parte del ’900, soprattutto iniziando dalla figura di Enzo Sellerio, che ha condizionato tutto il processo e l’evoluzione della fotografia siciliana. La sua importanza risiede nella capacità sia di lettura degli eventi, sia di ironia e di estetica. Inoltre, aveva una grande cultura visiva e storico-artistica.
Suo mentore è stato Bruno Caruso, pittore e il direttore della rivista La Sicilia, che pubblicò la prima fotografia di Sellerio. Caruso, durante la guerra, aveva vissuto a Parigi e lì aveva conosciuto Brassaï, Cartier-Bresson e gran parte del mondo della fotografia umanistica, patrimonio visivo con cui poi infarcirà le pagine della sua rivista in Sicilia. La Sicilia è stata un vero e proprio laboratorio di arti visive, fondata nel 1953 fino al 1970, e poi dimenticata, dove lavoravano il 90% dei fotografi siciliani dell’epoca.
E dopo Sellerio?
Dopo Sellerio ci sono tante figure importanti, sicuramente Scianna, sicuramente Minnella, sicuramente anche la stessa Lia Pasqualino, andando più in là con il tempo. Poco studiati, invece, sono stati fotografi come Nicola Scafidi ed Enzo Brai, con i loro reportage sul terremoto del Belice, e ancora meno il padre di Enzo, Salvatore Brai, non un fotografo, ma fondatore dell’agenzia Publifoto Palermo e Publifoto Catania, attorno a cui cominciarono a gravitare tutti i fotografi siciliani negli anni ’50 e ’60.
Secondo lei, lo sguardo sulla Sicilia ha poi influenzato anche autori che hanno fotografato anche altro?
Assolutamente sì. I fotografi siciliani rimangono, in ogni occasione, fedeli alla loro cultura visiva profondamente condizionati dalla Sicilia, anche quando vanno fuori. Anche se poi, nel libro, su questo aspetto non mi ci sono voluta soffermare.
Titolo Fotografi siciliani del Novecento
Di Monica Maffioli
Formato 21x28cm
Pagine 416
Prezzo 35 euro
Lingua italiano
Editore Giunti
Data pubblicazione giugno 2026
ISBN 9791223275276
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