Un uomo, un portone, una baguette, il manico di un carrello per la spesa. Nient’altro.
L’uomo entra, esce e riempie il fotogramma con semplici gesti di quotidianità. Non sappiamo quanto tempo sia trascorso tra uno scatto e l’altro, non sappiamo chi sia l’uomo, non sappiamo quanto sia consapevole dell’occhio che lo guarda… e questo ci intriga.
Scrutiamo la sequenza in cerca di dettagli che possano appagare la nostra curiosità, ed eccoci a notare che la luce è molto uniforme, che la camicia e il cappotto sono sempre gli stessi, che l’inquadratura varia sensibilmente, che proprio all’inizio della sequenza – in effetti – l’uomo sembra guardare dritto nell’obiettivo, per poi dimenticarsene.
La serie sa di cinema, stimola l’immaginazione, contiene una traccia di “Chance Meeting” o delle altre geniali sequenze di Duane Michals e tanto basta a catturare l’attenzione di un pubblico bramoso di quella fetta di fotografia che scavalca con entusiasmo il muro della pura documentazione.
Ciò detto, potremmo mettere un punto e chi volesse trattenersi nel limbo della piacevole incertezza di questo lavoro fotografico potrebbe farlo concludendo l’esperienza di lettura su questa riga.
Per tutti gli altri, è in arrivo il corposo “dietro le quinte” di Monsieur Lóczy.
Dietro le quinte di Monsieur Lóczy
Il titolo della serie contiene il cognome del protagonista, un uomo di origine italo-ungherese. Monsieur Lóczy vive a Parigi, nel palazzo oltre il portone che compare nella sequenza ed è padre di Océane Loczi, giovane fotografa che studia tecniche artistiche presso l’Università Paris-Sorbonne.
È Océane, lo avrete intuito, ad aver scattato le immagini di Monsieur Lóczy.
Tutti gli scatti sono stati confezionati in un pomeriggio di novembre del 2024, sotto un cielo particolarmente nuvoloso.
Chiedete a una ventottenne creativa di realizzare un ritratto sincero del padre e vi sorprenderà con la scelta insolita e vincente di catturarne gesti semplici e abitudinari mettendoci un bel po’ di riferimenti cinematografici e fotografici assorbiti durante i suoi studi universitari. “Innanzitutto, il film La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock – ha messo in chiaro Océane – in cui il protagonista, Jeff, osserva gli abitanti dell’edificio di fronte e immagina ogni genere di storia a partire dai loro gesti quotidiani. Poi, le prime vedute cinematografiche dei fratelli Lumière, come L’uscita dalle officine Lumière a Lione o La pesca dei pesci rossi”.
Fotografi che ispirano altri fotografi
Tra le fonti di ispirazione dal mondo della fotografia Océane conferma il nome di Duane Michals (nello specifico i suoi ritratti a Andy Warhol) per poi citare un autoritratto di Vivian Maier riflessa in uno specchio appoggiato a terra in mezzo alla strada (New York, 1953); l’autoritratto di Agnès Varda che guarda in camera nel suo atelier in via Daguerre, in piedi, davanti al suo banco ottico (Parigi, 1955) e 3 quai Conti di Eugène Atget, uno scatto datato 1900 in cui una figura in movimento assume un aspetto spettrale, oscillando tra presenza e scomparsa, tra realtà e suggestione.
Qualche giorno prima della sessione di scatti l’autrice ha fatto qualche prova per individuare un asse visivo ideale, un punto di ripresa capace, insieme ai gesti del soggetto, di trascinare lo spettatore dentro la scena.
Monsieur Lóczy prende le distanze dalla staticità dei tradizionali codici di rappresentazione del ritratto di famiglia.
“Ho proposto a mio padre di interagire con oggetti familiari – ha raccontato Océane – al fine di rafforzare la dimensione scenografica della serie e conferire maggiore ritmo e vitalità alle immagini. Tuttavia, ciò che mi ha colpito maggiormente nel corso di questa sessione è stato il rapporto estremamente naturale che aveva con la macchina fotografica. Non sembrava affatto disturbato dalla mia presenza; al contrario, gli capitava persino di dimenticarsene e questo consente alle immagini di collocarsi al confine tra il documentario e una forma di discreto voyeurismo, dando allo spettatore la sensazione di assistere a un momento intimo, quasi colto a insaputa del soggetto”.
La scelta dell’ingresso dell’edificio non è casuale. “Il portone – spiega Océane – agisce per me come un marcatore temporale e affettivo. Rappresenta un punto di riferimento intimo ed è un supporto della mia memoria personale e familiare. Nei ventotto anni trascorsi in questo edificio, ho sempre visto mio padre attraversare questo spazio, giorno dopo giorno, e attraverso questa serie ho voluto restituire quei momenti filtrati dalla mia sensibilità, con l’intento di far emergere il ricordo che hanno lasciato in me”.
Dal 2025 Océane Lóczi sta sviluppando un progetto fotografico in bianco e nero che esplora i temi della memoria, del romanticismo e della malinconia.
Monsieur Lóczy può essere considerata una retrospettiva familiare, sensibile e personale, il cui significato si completa con una poesia di presentazione scritta dalla stessa Océane per accompagnare la serie.
Un pomeriggio d’autunno,
quando l’obiettivo della mia vecchia macchina fotografica si è posato su di lui,
quasi per caso,
per alcuni secondi,
o
forse per alcuni minuti,
nel cortile deserto del nostro edificio,
del nostro vecchio edificio,
dal Quartiere Latino
Poco a poco,
nel silenzio
delle nostre esistenze insipide,
colme di solitudine, di ombra, di fiori appassiti
sospesi nel tempo…
Per una volta,
non ho potuto fare a meno di cogliere,
cogliere di lui,
attraverso diversi istanti di vita
quasi privi di interesse,
per la maggior parte delle persone,
sagome spettrali,
anime erranti,
il ritratto senza ritocchi
di un uomo,
di un padre,
di un marito qualunque,
destinato a scomparire,
a scomparire,
con il tempo,
il tempo assassino,
il tempo smemorato,
capace di rendere irriconoscibile
qualsiasi volto familiare,
capace di rendere
qualsiasi scena di vita
quasi sfocata,
capace di trasformare
qualsiasi semplice atmosfera,
anche la più insignificante…
Ulteriori informazioni sul lavoro di Océane Loczi sono disponibili sul sito della fotografa loczi-oceane.com.
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