Hujar: Contact è il titolo di un nuovo libro pubblicato dall’editore inglese MACK e di un’omonima mostra esposta fino al 25 ottobre alla Morgan Library & Museum di New York, a cura di Joel Smith. La particolarità di questo progetto è che offre un’ampia panoramica sui numerosissimi provini a contatto di Peter Hujar, uno dei massimi ritrattisti della New York anni ’70 (la Morgan’s Peter Hujar Collection, tanto per parlare di numeri, ne include più di 5.700, prodotti dall’autore nel corso della sua intera carriera).
Tra la volumetria erotica di Robert Mapplethorpe e la definitezza psicologica di Richard Avedon, Hujar coglie i suoi soggetti con una visione particolare, con una totale immersione e con l’intenzione di confrontarsi con ciò che ha davanti in maniera diretta e pura. Il corpo, la mortalità, la visceralità esistenziale, sono temi ricorrenti nell’opera di Hujar, che li tratta da vicino, come se facessero parte di lui. Abbiamo fatto due chiacchere con Joel Smith, curatore del libro e della mostra – che espone più di centodieci provini a contatto e venti stampe della Morgan’s Peter Hujar Collection – per farci raccontare chi fosse Peter Hujar e la natura della sua opera.
Le origini fotografiche di Peter Hujar, in un certo senso, sono legata anche a un viaggio che fece in Italia, vero? Ci può raccontare di quel viaggio e come ha influito sulla sua visione?
Hujar visse in Italia tra il 1958 e il 1959, quando il suo compagno era a Firenze per una borsa di studio. Vi fece ritorno nel 1962-63, avendo vinto la stessa borsa di studio, e visse a Roma. Nessuno dei due periodi fu determinante per la sua fotografia: durante il primo viaggio stava ancora acquisendo la sicurezza di un adulto, mentre nel secondo, teoricamente, studiava cinema. Ma quando tornò a New York a 29 anni, aveva maturato una prospettiva più ampia, una maggiore consapevolezza di sé e della vita.
Inoltre, aveva realizzato una serie di fotografie, durante la sua visita del 1963, alle catacombe dei Cappuccini di Palermo con Paul Thek, che avrebbe stampato e pubblicato diverse volte nei decenni successivi, in particolare nel suo libro Portraits in Life and Death del 1976. Quelle immagini lo consacrarono come ritrattista con un atteggiamento decisamente pragmatico nei confronti della mortalità, la propria e quella dei suoi soggetti.
In Italia è stato riproposto, in occasione della precedente edizione della Biennale di Venezia, proprio il suo famoso progetto Portraits in Life and Death, anche ristampato come libro da Liveright, e l’anno scorso è stata esposta un’approfondita retrospettiva al Centro Pecci di Prato. Inoltre, recentemente è uscito il film Peter Hujar's Day. Come mai questo rinnovato interesse per il suo lavoro?
Parlando della promozione e della valorizzazione dell’opera di Peter Hujar, tra il 2017 e il 2020, la Morgan Library e la Fundacion MAPFRE hanno organizzato la mostra Peter Hujar: Speed of Life, che ha fatto tappa in tre città europee e tre americane. La produzione di Hujar, in quell’occasione, era già nota tra i collezionisti di fotografia, ma al termine del tour era entrata a far parte di una più ampia cerchia di pubblico. Poco dopo, Linda Rosenkrantz ha pubblicato il libro Peter Hujar’s Day, tratto da un manoscritto che aveva donato alla Morgan Library, il quale a sua volta ha ispirato Ira Sachs a realizzare il suo film.
Sul perché, oggi, si riscontri un maggiore interesse rivolto all’opera di Hujar, credo sia una combinazione di fattori: per i giovani, la New York degli anni ’70 e ’80 è ora avvolta da un certo fascino romantico, e le fotografie di Hujar riflettono quell’epoca. Poi c’è la sua scarsa notorietà in vita: questo elemento conferisce un certo prestigio a un artista postumo. E, in quanto fotografo che scattava con pellicola in bianco e nero e stampava in camera oscura, incarna un tipo di autenticità analogica che risulta affascinante per una generazione di spettatori cresciuta con la tecnologia digitale.
In questo momento di riscoperta del suo lavoro, molto importante è il libro pubblicato recentemente da MACK, Hujar: Contact, e la mostra, di cui il libro è una sorta di catalogo, alla Morgan Library & Museum. Perché la scelta di pubblicare ed esporre prevalentemente provini a contatto?
Il provino a contatto era un vero e proprio prodotto dell’era della pellicola e della camera oscura. Oggi non esiste nulla di paragonabile, dato che i fotografi possono vedere immediatamente ogni singola esposizione sullo schermo della fotocamera. Quando Hujar terminava di scattare alcuni rullini, doveva prima svolgere un lavoro per poter vedere il risultato. Innanzitutto, doveva sviluppare chimicamente la pellicola. Poi tagliava ogni rullino in tre strisce corte, ciascuna composta da quattro fotogrammi. Le disponeva una accanto all’altra a contatto con un foglio di carta 8×10 pollici, le esponeva alla luce e le sviluppava.
Ogni provino a contatto rappresenta le dodici esposizioni di un rullino. Ai suoi tempi, tutto ciò era talmente banale da non meritare nemmeno di essere menzionato. Ma oggi è chiaro che i provini a contatto offrono uno sguardo su una fase del processo creativo che raramente viene mostrata al giorno d’oggi. I provini a contatto rappresentano una fase di riflessione, osservazione e selezione che si collocava tra lo scatto e la stampa.
Osservando i provini a contatto di Hujar, possiamo seguire l’evoluzione di centinaia di immagini, famose e meno famose. Esaminando l’intera sua carriera attraverso i provini a contatto, dal primo che conservò nel 1954 all’ultimo nel 1986, si scopre una storia privata delle sue abitudini, dei suoi metodi, delle sue idee e delle sue ispirazioni.
Si possono scorgere progetti che aveva iniziato a realizzare, ma che non ha mai portato a termine. Ad esempio, spesso, mentre fotografava all’aperto, scattava una foto della strada che stava percorrendo, o dello spazio circostante, o di un’autostrada che stava attraversando: si tratta di vedute prospettiche in cui lo spazio si allontana bruscamente verso l’orizzonte. Segnava questi scatti sul provino a contatto e ne stampava alcuni. Ma ce ne sono molti altri che non ha mai stampato, tutti formalmente correlati tra loro. Ritratti del vuoto, in un certo senso. Morì a cinquantatré anni e non ebbe mai l’opportunità di sviluppare questi progetti in un’opera compiuta. Ma i provini a contatto conservano la sua intenzione.
I provini a contatto, nella loro sequenzialità, delineano anche la parabola cronologica della sua evoluzione stilistica…
Certo. Hujar affermò di aver iniziato a fotografare a dieci anni, ma i suoi primi provini a contatto giunti fino a noi risalgono a nove o dieci anni dopo. Aveva terminato le scuole superiori e stava cercando di imparare da autodidatta a realizzare il tipo di fotografie che ammirava sulle riviste; era lì che si concentrava l’azione, come disse in seguito. Nei primi provini a contatto, degli anni ’50, si cimentava con la fotografia di architettura, la natura morta, la danza, le scene notturne di strada. Imitava Irving Penn, William Klein, e nel frattempo realizzava ritratti delle persone che facevano parte della sua vita.
Negli anni ’60, si concentrò sulla creazione di uno stile spendibile nel mondo delle riviste. Fotografava marce e parate per la pace, documentava la moda di strada dei suoi amici e, infine, svolgeva molti lavori commerciali, soprattutto per i magazine. Nel 1973, cambiò passo, decidendo di abbandonare la frenetica corsa al successo delle riviste. Si trasferì nel loft a basso costo che diventò il suo studio per il resto della sua vita e iniziò a concentrarsi su persone la cui creatività ammirava profondamente: spesso ballerini e compagnie di drag queen, nel backstage.
Quando ottenne l’incarico di realizzare un libro di ritratti, si concentrò intensamente sulla New York creativa che conosceva e amava. A quel punto iniziò a fotografare le persone nelle loro case, perché il suo loft non era ancora pronto per essere utilizzato come studio. Una volta riuscito, alla fine del 1976, a trasformare una parte del loft in uno spazio vuoto, realizzò lì la maggior parte dei suoi ritratti. Il successivo grande cambiamento nel suo lavoro, visibile nei provini a contatto, si verificò all’inizio degli anni ’80, quando cominciò a unirsi al giovane artista David Wojnarowicz in escursioni in luoghi degradati alla periferia della città: Newark, il lungomare del Queens, le paludi del New Jersey settentrionale. Hujar fotografava questi luoghi mentre Wojnarowicz raccoglieva materiali e realizzava graffiti.
Quale era il suo metodo di lavoro, sia rispetto al soggetto da fotografare, sia durante lo scatto e nella selezione delle immagini?
Indipendentemente dal soggetto che fotografava, Hujar lavorava come un ritrattista. Ad esempio, non realizzava composizioni ‘ingegnose’; non tagliava parte del soggetto utilizzando i bordi dell’inquadratura. Il suo istinto era quello di centrare il soggetto all’interno dello spazio di una cornice quadrata. Può sembrare che non abbia alcuno stile, ma quando lo si vede applicato a tutta la gamma dei suoi soggetti, e per tutta la durata di una sessione, le sue motivazioni emergono chiaramente.
Voleva entrare in contatto con le persone e le cose attraverso la macchina fotografica. Ciò significava dare loro lo spazio e il tempo necessario per emergere per quello che erano. Il suo approccio deliberato permetteva alle persone di ricomporsi, poi di rilassarsi, poi di riorganizzarsi e infine di partecipare attivamente alla sessione.
Il suo metodo era simile a quello di un terapeuta, il cui scopo non è mettere a proprio agio il cliente, ma provocarlo affinché riveli qualcosa che non mostrerebbe a un estraneo o a un adulatore qualsiasi.
Come si scopre osservando i provini a contatto, quando si trattava di decidere quale fotogramma stampare, Hujar non seguiva uno schema preciso. A volte desiderava un’immagine in cui il soggetto apparisse piuttosto isolato, altre volte invece il suo contatto visivo con la macchina fotografica trasmetteva una forte presenza psicologica. È proprio nel processo di selezione – che è, prima di tutto, lo scopo di un provino a contatto – che si manifesta l’aspetto interpretativo dell’arte di Hujar.
Molti sono anche i suoi autoritratti. Che valore hanno nell’economia della sua intera opera?
È vero, Hujar stesso compare spesso nei suoi provini, negli autoritratti, ma era anche solito passare la macchina fotografica a qualcuno che era con lui, per farsi scattare un ritratto. In questo modo, forse, cercava di riequilibrare i rapporti di potere, lasciando che il soggetto maneggiasse la macchina fotografica per un momento. Può anche darsi che questo fosse il suo modo di costruire un ritratto composito di sé stesso attraverso gli occhi e le mani della sua cerchia di amici. In ogni caso, questa abitudine riflette il suo essere un ritrattista membro di una comunità, o meglio, di molte comunità, di molti circoli.
Titolo Hujar: Contact
Fotografie di Peter Hujar
A cura diJoel Smith
Formato 22,2x29cm
Pagine 364
Prezzo 65 euro
Lingua inglese
Editore MACK Books
Data pubblicazione maggio 2026
ISBN 978-1-917651-47-9
Hujar: Contact
- A cura di Joel Smith
- Morgan Library & Museum, 225 Madison Ave – New York (Stati Uniti)
- dal 22 maggio al 25 ottobre 2026
- mar-dom 10.30-17; ven 10.30-20. Lunedì chiuso
- intero 22 euro
- www.themorgan.org
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