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Home MOSTRE & CONCORSI MOSTRE FOTOGRAFICHE IN PROGRAMMA

Luigi Ghirri e Michelangelo Antonioni si incontrano su una montagna

In mostra il dialogo tra i paesaggi emotivi e psichici di un fotografo intramontabile e di un regista sensibile e versatile.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
6 Luglio 2026
in IN PROGRAMMA, INTERVISTE
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Rimini, 1977. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri
Rimini, 1977. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri

Ferrara

Dal 13 giugno al 1° novembre 2026

Se si accosta l’immaginario filmico di Michelangelo Antonioni a quello fotografico di Luigi Ghirri appare evidente come entrambi gli autori emiliani attingessero da uno stesso serbatoio visivo fatto di paesaggi impalpabili e di dimensioni interiori. La loro riflessione, occhio aperto sull’invisibile e il percepibile, più che sul reale, era figlia di un momento storico che dava più importanza all’interpretazione e all’indagine sulla natura dell’immagine. Questa connessione di intenti e di sguardi è chiara anche nella mostra allo Spazio Antonioni di Ferrara, Il monte analogo. Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri, visitabile fino al 1° novembre 2026 e a cura di Frederic Montornés.

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L’esposizione mette in dialogo una serie pittorico/fotografica del regista ferrarese, Montagne incantate, con alcune opere del fotografo di Scandiano, sottolineando il loro comune concetto di “paesaggio”, emotivo e psichico. Antonioni, partendo dal pittorico, rielabora il frammento con l’ingrandimento fotografico, fino a incontrare Ghirri nella prossimità dei loro sguardi. Abbiamo intervistato il curatore della mostra Frederic Montornés per approfondire meglio le connessioni tra i due autori.

Le montagne incantate n. 176, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni
Le montagne incantate n. 176, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni

Il titolo della mostra prende spunto dal titolo di un romanzo di René Daumal, Il Monte Analogo. Cosa ricollega questo libro all’opera di Antonioni e Ghirri?

Il titolo della mostra, anziché essere direttamente collegato all’opera di Antonioni e Ghirri, vuole rendere evidente la connessione tra l’opera di René Daumal e l’esperienza proposta dal progetto curatoriale: una sorta di viaggio senza inizio né fine, attraverso l’idea di una montagna situata a metà strada tra realtà e finzione, alla quale entrambi gli autori fanno riferimento attraverso il mezzo fotografico.

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Daumal compare in mostra solo alla fine, per far percepire come l’immaginario del percorso espositivo sia in profondo collegamento con quello del romanzo che racconta di una spedizione intrapresa da otto avventurieri alla ricerca di una montagna che, pur trovandosi in un luogo a loro ignoto, li affascina al punto da spingerli a mettersi alla sua ricerca a prescindere dall’effettiva possibilità di trovarla. Del resto, il romanzo di Daumal è incompiuto, quindi anziché concludersi rimane sospeso, in attesa. Esattamente come l’opera di Antonioni e quella di Ghirri: in attesa che qualcuno le completi.

Bastia, 1976. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri
Bastia, 1976. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri

Come sono state selezionate le opere in mostra e come è stato pensato l’allestimento per rifletterne il dialogo?

Ho selezionato le opere di Antonioni tra quelle che, per motivi di conservazione, erano disponibili durante il periodo della mostra. Poiché la serie Montagne Incantate del regista ferrarese mi ha sempre interessato come corpus di opere, non mi sono preoccupato eccessivamente di quali sarebbero state disponibili o meno. Dalle immagini che ho esaminato durante la mia prima visita ai depositi dello Spazio Antonioni, ho scelto le montagne che, a mio avviso, evocavano emozioni diverse, dalla calma assoluta all’agitazione più estrema, per trasferire un’idea più complessa ed eterogenea del lavoro.

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Tenendo a mente la selezione delle opere di Antonioni, e sotto l’influenza di ciò che esse mi suggerivano a livello cromatico, concettuale e, soprattutto, umano, ho selezionato le opere di Ghirri, considerando diversi temi e aspetti: mi è sembrato importante che non comparissero figure umane nelle fotografie scelte; che le immagini seguissero una tavolozza di colori coerente e che ci conducessero all’idea di “paesaggio” da diverse prospettive; che il gioco di scala, così presente nelle opere di entrambi gli artisti, risultasse evidente e che gli spettatori potessero confondere le opere dei due artisti senza che ciò rappresentasse un problema. Quel che conta sono le opere in sé, ma anche ciò che esse suggeriscono a seconda di come vengono installate e di come dialogano tra di esse.

Le montagne incantate n. 188, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni
Le montagne incantate n. 188, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni

Con che tecnica e con quale riflessione Antonioni produsse la serie Montagne Incantate?

Secondo lo stesso Antonioni, l’origine della serie delle montagne risiede in un ritratto pittorico che realizzò in gioventù e che finì per essere fatto a pezzi perché non considerato soddisfacente come risultato. Osservando la combinazione di frammenti sparsi sul suo tavolo da lavoro, Antonioni vide qualcosa che catturò la sua attenzione. Prese una lente d’ingrandimento, osservò attentamente ciò che credeva di aver visto e improvvisamente i suoi sospetti furono confermati: una montagna irreale, una montagna incantata. Se, quindi, originariamente, Antonioni “entrò in contatto”, per caso, con una delle sue montagne, osservando attraverso una lente d’ingrandimento i frammenti sovrapposti di un ritratto fallito, da quel momento in poi non smise mai di creare questo tipo di immagine utilizzando tecniche di collage, acquerello o tempera. Talvolta semplicemente per il piacere di realizzarle, altre volte come prove di combinazioni cromatiche che avrebbe poi applicato ai suoi film.

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Nonostante questo stretto legame con il colore e la pittura, Antonioni sosteneva di essere più un regista che dipingeva che un pittore.
Sebbene avesse iniziato a creare le sue piccole montagne incantate su carta negli anni Sessanta, fu solo alla fine degli anni Settanta che decise di fotografarle e ingrandirle utilizzando la tecnica del blow-up, esponendole per la prima volta al Museo Correr di Venezia durante la Biennale del 1983. Attraverso l’ingrandimento fotografico, Antonioni riuscì a materializzare su supporto fotografico ciò che fino ad allora poteva essere visto solo osservando piccoli dipinti su carta con l’ausilio di una lente d’ingrandimento. In mostra, in una teca, anche dieci dipinti, matrici di alcuni frammenti fotografici.

Bressanone, 1979. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri
Bressanone, 1979. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri

Entrambi riflettono sul concetto di “paesaggio”. Quale era la loro idea a riguardo? Cosa li accomunava?

I paesaggi di Antonioni e Ghirri, soprattutto all’inizio delle rispettive carriere professionali, sono paesaggi di prossimità. Sono i paesaggi attraverso i quali il nostro sguardo viene educato durante l’infanzia e la giovinezza e che, se interiorizzati, come fecero entrambi gli autori, diventano ritratti di noi stessi quando vi facciamo riferimento attraverso il cinema o la fotografia. Il paesaggio in quanto tale non esiste; è una costruzione della specie umana, e ognuno si relaziona a esso secondo il modo in cui lo percepisce. In questo senso, direi che la selezione di opere incluse nella mostra, più che riferirsi a paesaggi reali, evoca paesaggi emotivi, idee di paesaggi interiorizzati.

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Quanto il paesaggio e l’immaginario emiliano hanno influenzato entrambi?

La Pianura Padana, con i suoi orizzonti infiniti, le nebbie e la foschia, e la quasi totale assenza di montagne, ha indubbiamente influenzato l’idea di paesaggio che entrambi gli artisti hanno sviluppato attraverso le loro opere. È qualcosa che si può sentire e che gli spettatori possono percepire se, anziché cercare prove, si lasciano guidare da ciò che i loro occhi vedono e da ciò che sono capaci di sentire. Non è garantito, ma è possibile percepirlo. Basta semplicemente dedicargli del tempo.

Le montagne incantate n. 126, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni
Le montagne incantate n. 126, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni

Se la conformazione pianeggiante della Pianura Padana, e la sua assenza di montagne, è stata così influente per Antonioni perché ha chiamato la sua serie Montagne Incantate?

È stato il caso a metterlo di fronte a qualcosa che, ingrandito con l’aiuto di una lente d’ingrandimento, assomigliava a una montagna più che a qualsiasi altra cosa. Da lì le identificò come montagne e ne rimase colpito per la loro carica misteriosa, irreale ed estremamente evocativa.

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Ci potrebbe esplicitare il dialogo stilistico e formale che intercorre tra le opere esposte in mostra?

Sebbene esistano diverse opere che dialogano a livello stilistico e formale, una di Antonioni, la n. 176, e molte di Ghirri della serie Atlante, presentano un legame così evidente che alcuni ne confondono persino la paternità. Pur condividendo una certa somiglianza cromatica attraverso tonalità rosate, rivelano anche la tendenza di entrambi gli autori a ingrandire le immagini fotografiche. Nel caso di Antonioni, ciò ha comportato l’ingrandimento fotografico di uno dei suoi collage o matrici fino a rendere visibile la trama delle fibre della carta; nel caso di Ghirri, l’ingrandimento fotografico di frammenti dell’atlante che dà il titolo alla serie. In entrambi i casi, si tratta di luoghi che gli autori visitano senza mai lasciare i propri studi.

Atlante, 1973. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri
Atlante, 1973. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri

Si sono mai incontrati di persona? Ci sono testimonianze dirette da parte di Antonioni o di Ghirri con cui esplicitano la connessione dei loro immaginari?

Sono due artisti che non si sono mai incontrati nella vita, ma che hanno forgiato le loro visioni attraversando liberamente la stessa zona nebbiosa in cui si dispiegano il pensiero e l’immaginazione. Non sono a conoscenza di testimonianze dirette che li mettano in connessione.

Antonioni, anche nei suoi film, era solito portare alla luce tematiche sul fotografico, come in Blow Up, ad esempio. Pensa che questa serie pittorico/fotografica sia un’evoluzione della sua opera cinematografica?

Nella misura in cui, per Antonioni, fare un film era vivere, nulla era dissociabile da esso. Pittura, fotografia, cinema, ma anche letteratura, arte, persone, relazioni umane, emozioni, paesaggi, viaggi, architettura e così via si intrecciavano continuamente fino a raggiungere la loro essenza in ciascuna delle sue opere cinematografiche, pittoriche o fotografiche. E così era anche per Ghirri: le sue fotografie erano un ricettacolo di stratificazioni di saperi e linguaggi, di conoscenza e di pensieri.

Le montagne incantate n. 171, s.d. Blow Up Ferrara, Archivio Michelangelo Antonioni
Modena, 1970. Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri

L’esposizione Il monte analogo. Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri è organizzata da Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Cultura, Turismo e rapporti con l’UNESCO del Comune di Ferrara, in collaborazione con Fondazione Luigi Ghirri e La Virreina Centre de la Imatge di Barcellona.

Il monte analogo. Michelangelo Antonioni e Luigi Ghirri

  • A cura di Frederic Montornés
  • Spazio Antonioni, corso Porta Mare, 5 – Ferrara
  • dal 13 giugno al 1° novembre 2026
  • mar-dom 10 -13/15 -18.30. Lunedì chiuso
  • intero 6 euro, ridotto 4 euro
  • www.museiferrara.it

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