“Stare sul beat, in fotografia. Ci hai mai pensato?”. Si apre con questo interrogativo un editoriale in arrivo su una nuova sezione del sito di Elisabetta Rosso, dedicata ai suoi ai progetti autoriali.
Il pezzo si intitola Il Pocket Visivo: cosa la fotografia può imparare dal batterista Steve Jordan.
Non sarà l’unica riflessione della fotografa, autrice e docente Nikon School Italia che collega la fotografia al mondo della musica. Sullo stesso sito, infatti, sarà presto possibile leggere un secondo suo testo affine, intitolato Le Pause di Monk.
In anteprima assoluta, abbiamo scambiato due chiacchiere con l’autrice, curiosando sull’origine e lo sviluppo di queste sue considerazioni.
Com’è nata l’associazione tra fotografia e musica?
È partito tutto da una lezione di batteria di mio figlio Francesco. Il suo insegnante continuava a ripetere: ‘Non devi riempire. Devi trovare il punto in cui tutto si appoggia’.
Quella frase mi è rimasta dentro per giorni, perché in un certo senso parlava di qualcosa che già conoscevo e che a me era familiare nell’ambito della fotografia.
Allora hai scelto un batterista su cui poggiare questa analogia tra musica e immagini…
Esatto, ho scelto Steve Jordan. Steve Jordan non suona ‘tanto’, ma suona nel punto esatto. Ho capito quanto sia importante tutto quello che non fa, per lasciare respiro, senza paura del vuoto. Questo in musica si chiama pocket ed è quel punto in cui il ritmo non corre e non trascina, mentre ogni nota sta esattamente dove deve stare.
E come associ il pocket alla fotografia?
Ogni giorno noto che i social sono il palcoscenico di fotografie piene, con colori saturi e composizioni che urlano, e che secondo me non pagano, anzi, stancano. Sono quasi sempre immagini senza ritmo, fotogrammi in cui l’occhio non sa dove andare.
Così ho iniziato a sviluppare nel mio insegnamento un concetto che oggi uso come uno dei principi guida nella mia fotografia. L’ho chiamato proprio Pocket Visivo perché nessun altro termine descriveva quello che vedevo nelle immagini che funzionano davvero, e cioè quelle immagini in cui ogni elemento ha un peso preciso e il ritmo non dipende dalla quantità di elementi, ma dalla distanza tra di essi.
Questo vale sia per le scene più “affollate”, sia per quelle più essenziali.
Tra le immagini che hai scelto per illustrare il tuo pezzo, però, prevalgono immagini essenziali…
A me piace giocare con il concetto di attesa, quindi spesso opto per figure piccole collocate con criterio in scene ampie. Sono sempre in cerca di composizioni che non intrappolino lo sguardo, ma che sappiano, piuttosto, accompagnarlo.
Steve Jordan potrebbe suonare veloce, ma sceglie di non farlo. Io mi alleno a fare altrettanto in fotografia: potrei riempire l’inquadratura, ma scelgo di non farlo.
Al coraggio di far spazio al silenzio hai dedicato un secondo editoriale e in questo pezzo citi un pianista. Perché?
Perché quel pianista, Thelonious Monk, sapeva creare equilibrio tra il suono e il silenzio come noi fotografi dovremmo creare equilibrio tra pieno e vuoto. Nell’editoriale ‘Le pause di Monk’ mi soffermo sul concetto di spazio negativo, inteso come il contrario dello spazio occupato, e su diversi modi di intendere l’equilibrio in uno scatto così come nella musica.
Ti va di raccontarci come hai scelto di comporre l’immagine che apre questo articolo (e che riproponiamo qui) in relazione agli argomenti di cui abbiamo parlato?
Beh, è una foto con una bella storia. Ero partita con l’idea di realizzare dei ritratti ravvicinati dei cigni, ma mentre camminavo verso i miei soggetti la neve ha iniziato a cadere sempre più fitta. L’obiettivo che avevo montato sulla fotocamera, un 70-200mm, non mi permetteva di avvicinarmi abbastanza neanche dal punto di vista ottico.
Ho deciso quindi di sfruttare la situazione, chiedendomi cosa davvero fosse così speciale in quel momento, e il cielo stranamente plumbeo, con il suo pattern di neve, era davvero incredibile.
Ho spinto all’estremo la composizione lasciando grande spazio alla nevicata.
La posizione defilata del cigno lo rende fotograficamente ‘pesante’ nonostante le sue dimensioni ridotte, e aiuta lo sguardo a tornare sul cielo. Spesso nei miei corsi uso questa foto immaginando di spostare il cigno, per analizzare come il soggetto nel punto giusto faccia la differenza.
Tu suoni qualche strumento?
Io canto in una band blues, insomma il mio strumento è la voce.
Consiglieresti qualche brano dei due musicisti a cui abbiamo fatto riferimento al nostro pubblico appassionato di fotografia?
Jordan è un batterista leggendario con una discografia incredibile, ma forse uno degli esempi più evidenti del suo pocket si può trovare in Vultures di John Mayer, forse ancora di più nella versione live.
Per percepire il senso di ‘vuoto che parla’ di Monk, invece, suggerisco sicuramente Rhythm-a-Ning, in cui Monk inizia il suo assolo con quattro battute di silenzio assoluto, proprio quando tutti si aspettano qualche virtuosismo.

Bio e contatti
Elisabetta Rosso è una fotografa italiana di paesaggio, viaggio e matrimonio. Docente Nikon School Italia dal 2013, fondatrice di Photolab Academy, si occupa di fotografia in corsi, seminari, scuole, teatri e circoli, unendo pratica sul campo, cultura visiva e insegnamento. Ingegnere di formazione, ha trasformato metodo e visione in un progetto didattico e imprenditoriale dedicato alla crescita dello sguardo. Il suo lavoro attraversa Islanda, Namibia, natura e matrimonio con una ricerca coerente su peso visivo, vuoto, ritmo e respiro dell’immagine. Autrice del volume Elements — Images of Iceland, una sua fotografia raffigurante l’aurora boreale è stata pubblicata da National Geographic USA. Nel 2014 ha vinto il concorso National Geographic Italia, nella categoria Luoghi e Paesaggi. Ha ricevuto diversi riconoscimenti nell’abito di concorsi internazionali quali IPA, ND Awards e WPJA. Nel 2014 ha documentato l’eruzione del vulcano islandese Bárðarbunga, realizzando un video successivamente selezionato dalla Royal Geographical Society di Londra.
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