Bellinzona (Svizzera)
Dal 30 aprile al 21 giugno 2026
Maestro per molti, Duane Michals è un autore che con la sua visione ha sempre espresso i mondi interiori della condizione umana, riflettendo su tematiche esistenziali come la vita e la morte. La sua fotografia è sempre andata oltre l’immagine in sé e la sua resa bidimensionale, grazie all’impiego di tecniche come la doppia esposizione o la sovraimpressione e all’aggiunta di testi scritti sulle stampe dall’autore stesso, che sottolineano la sua lettura introspettiva.
La sua opera è una stratificazione di linguaggi e la mostra Duane Michals. Il fotografo dell’invisibile, visibile fino al 21 giugno a SpazioReale (Bellinzona, in Svizzera) vuole essere testimone della sua cavalcata creativa. Abbiamo intervistato la curatrice della mostra Enrica Viganò.
Duane Michals si è sempre definito un “autodidatta”. Quale è stato il suo primo incontro con la fotografia?
Studiò arte a Denver, in seguito si trasferì a New York, lavorando come grafico nell’editoria.
Racconta spesso che nel 1958 aveva tre obiettivi: abitare a New York (e ci è riuscito), trovare qualcuno con cui condividere la vita e fare una grande avventura. La grande avventura che tanto cercava si materializzò poco dopo con un viaggio in Russia, quando ancora era Unione Sovietica, durante la Guerra Fredda. Ci andò con una macchina fotografica, chiesta in prestito a un amico. Tornò da quel viaggio con delle fotografie straordinarie, che comprendevano ritratti e foto di situazioni in cui si era imbattuto.
Per essere la prima volta che fotografava era riuscito a trovare subito un suo stile. A New York presentò un portfolio di questo suo lavoro alle redazioni dei maggiori magazine e quotidiani come Esquire, New York Times, Harper’s Bazaar, Vogue, che lo accolsero con molto entusiasmo. In questo modo Duane Michals iniziò la sua carriera da fotografo professionista, prima lavorando per l’editoria, poi, in parallelo, proseguendo la sua ricerca a livello più autoriale e artistico.
All’inizio della sua carriera, forse proprio in virtù dei ritratti fatti in Unione Sovietica, si concentrò specificamente sulla ritrattistica delle celebrità. Che particolarità hanno i ritratti di quel periodo?
I ritratti di celebrities hanno punteggiato tutta la sua carriera professionale.
A differenza dei ritrattisti dell’epoca, che utilizzavano flash, fondali, lampade e una moltitudine di obiettivi, lui arrivava agli appuntamenti con un po’ di anticipo, con una sola macchina fotografica, e iniziava a prendere confidenza con lo spazio e la luce, cercando di capire come poterli sfruttare al meglio per dare corpo all’interpretazione del soggetto a cui aspirava. Utilizzava sempre una luce naturale, attraverso le cui geometrie creare delle situazioni ottimali di ripresa. La particolarità dei suoi ritratti è da trovarsi soprattutto nella sua fantasia interpretativa, che lo ha sempre visto utilizzare elementi dell’invisibile come le sagome, gli specchi o le ombre.
Nel tempo a disposizione con il suo soggetto il suo processo creativo risiedeva nell’immedesimarsi in esso e trovare così la particolarità del personaggio. Per lui, era una sorta di gioco, un’invenzione. Il divertimento è sempre stato un elemento importante per la sua poetica, che è emerso in maniera più evidente in questi ultimi anni. Dal punto di vista stilistico e formale rifuggiva la ripetizione delle pose, le formule precostituite che solitamente venivano proposte dai ritrattisti di quegli anni.
Con i suoi ritratti, inoltre, voleva sempre raccontare qualcosa, l’indole del suo soggetto e cosa accadeva attorno a esso: come l’immagine di Pier Paolo Pasolini fotografato in un vicolo mentre un fattorino dà le spalle all’obiettivo di Duane, o ancora Jeanne Moreau immortalata seduta sulle scale di un edificio o Andy Warhol con le mani davanti al viso.
A proposito di questo ultimo ritratto, ce lo racconta?
Lui e Warhol si conoscevano dall’infanzia, quando entrambi vivevano a Pittsburgh. Poi, anche a New York, frequentando il mondo dell’arte, avevano occasioni per incontrarsi. Caratterialmente, però, sono sempre stati uno opposto all’altro: Duane Michals più introspettivo e riflessivo, Warhol molto scoppiettante e teso alla dimensione della visibilità e della notorietà.
Se devo interpretare questo ritratto, penso che, probabilmente, Duane abbia suggerito a Warhol di mettersi le mani davanti al volto per far risaltare il suo personaggio e nello specifico il suo taglio di capelli, diventato iconico in quegli anni.
Quali sono state le sue influenze?
Duane Michals stesso dice che, nella sua carriera, ha avuto tre eroi a cui rifarsi (Magritte, De Chirico e Balthus) ed è molto orgoglioso di essere riuscito a fotografarli tutti e tre.
Nelle sue immagini c’è l’apertura mentale propria del surrealismo e della metafisica. Da questo approccio penso derivi anche il suo successivo intervento tecnico sull’immagine, che ha caratterizzato le sue opere dalla fine degli anni ’60. Con la doppia esposizione, le sequenze narrative, le sovraimpressioni, il testo che aggiungeva a mano direttamente sulla stampa, ha dato inizio a una sperimentazione che non si era mai vista.
Le sperimentazioni tecniche e gli interventi sulla stampa sono anche un modo di ammettere, da parte di Duane Michals, i limiti dell’approccio tradizionale della fotografia?
L’intento di Duane Michals è chiaramente di scardinare l’approccio tradizionale della fotografia. Ritornando alla tua prima domanda sul suo essere autodidatta, per lui, il fatto di esserlo, è un merito. Rivendica con gioia il fatto di non aver frequentato scuole di fotografia, che con le loro sovrastrutture accademiche avrebbero potuto imbrigliare la sua creatività e le sue potenzialità. La sua poetica è fatta solo di regole che si è dettato da solo, fuori dalle consuetudini.
Per Duane la parola chiave è ‘espressione’ e lui si è espresso, fino a oggi, con tutti i mezzi che gli sono venuti in mente e che travalicano il fotografico. I suoi testi, ad esempio, possono sembrare naïf, ma le sue parole toccano chi le legge nel profondo. Non è mai una predica la sua, e i suoi componimenti poetici fanno riflettere sulla vita.
Negli anni ’70, quando ha iniziato a intervenire sulla stampa con il testo, c’erano anche altri fotografi che lavoravano in questo modo, come Susan Meiselas nel suo primo progetto “44 Irving Street”. Che contatti aveva con quei fotografi che erano sulla scena americana in quel periodo?
Duane Michals ha sempre rispettato, ad esempio, il lavoro di Robert Frank, anche se i loro approcci alla fotografia non erano propriamente similari. Racconta spesso che nel 1967 fece una mostra a New York, in un sotterraneo. In quel periodo era molto in voga la street photography di Lee Friedlander e Garry Winogrand, che andarono a visitare la sua esposizione e, racconta, ne uscirono dicendo ‘questa non è fotografia’. Questo era l’ambiente a New York, quando Duane iniziava con le sue sperimentazioni.
Ma Lee Friedlander è conosciuto per la dimensione interpretativa e concettuale delle sue immagini…
È un taglio che arrivò successivamente.
Come avete progettato la mostra a SpazioReale?
Collaboro con Duane Michals dal 1998, perciò di mostre del suo lavoro ne ho fatte a decine, in Europa e non solo. In questo caso, anche dietro sua richiesta, avevamo l’intento di non strutturare l’esposizione come una retrospettiva cronologica, ma creare delle isole concettuali, attingendo a quelle che sono state le sue innovazioni più importanti. In generale, ciò in cui è riuscito, prima di tutto, è di aver fotografato l’invisibile: i sentimenti, la dimensione interiore, le paure, le domande esistenziali, la vita, la morte, ma anche questioni sociali come il razzismo e l’omosessualità.
Per questo motivo l’esposizione si intitola Duane Michals. Il fotografo dell’invisibile ed è divisa in sezioni che riguardano, concettualmente, la sua poetica, come ‘Sensazioni’, in cui è inclusa la sua famosa sequenza Chance meeting; ‘Immaginazione’, relativamente a una riflessione sulla condizione umana; ‘Visualizzazione’, in cui rende visivamente rappresentabile argomenti non rappresentabili come la scienza quantistica; ‘Indignazione’, capitolo che include le opere relative alle questioni sociali come il razzismo o la guerra; o anche ‘Intuizione’, che raccoglie soprattutto i suoi ritratti.
Il suo senso di ironia e divertimento, pensa che si sia reso più evidente nelle produzioni più recenti, come ci suggerisce l’immagine Self-portrait as unicorn del 2022?
Sicuramente, nel tempo, si è lasciato ispirare maggiormente da questi due elementi. Lo dimostrano anche i video prodotti negli ultimi anni, in esposizione a Bellinzona. Sono dei cortometraggi spassosissimi.
Di cosa trattano i suoi video, quindi?
Trattano di argomenti disparati, in chiave divertita e divertente. La cosa importante, per Duane, in questo momento, è divertirsi a sua volta nel divertire il suo pubblico. Questa sua consapevolezza è sottolineata anche dal fatto che nelle sue ultime produzioni include sempre più spesso sé stesso. Relativamente alla sua opera video dice spesso: ‘Le sequenze stanno al cinema, come la poesia sta alla prosa. E prima o poi vorrei arrivare anche alla prosa’. Probabilmente con i suoi cortometraggi c’è arrivato.
Tra i fotografi contemporanei chi ha ereditato il suo testimone?
Ci sono due autori che acclaratamente lo definiscono un proprio riferimento: Chema Madoz e Paolo Ventura. Sono entrambi dei grandi giocolieri con l’elemento surreale, fuori dai canoni della fotografia tradizionale, proprio come ha sempre fatto Duane Michals.
Duane Michals. Il fotografo dell’invisibile
- A cura di Enrica Viganò
- SpazioReale, vicolo Muggiasca, 1a – Bellinzona (Svizzera)
- dal 30 aprile al 21 giugno 2026
- ven 15-19; sab-dom e festivi 10-19
- 11 euro (CHF 10)
- spazioreale.ch
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