Esistono due tipi di fotografi di paesaggio. C ’è chi pianifica il viaggio nei minimi dettagli, studiando in anticipo percorsi, temperature, venti e affluenza turistica. Poi c’è Fabrizio Fortuna, che guarda la cartina geografica, sceglie una località che per qualche imprevedibile ragione gli trasmette un input, prepara la valigia e parte. Una volta sul posto presta molta attenzione a cosa smuove le sue emozioni, poi scatta una fotografia.
Il suo processo creativo, però, non finisce lì: tornato a casa interviene sullo scatto sfruttando ogni strumento digitale utile a suscitare nell’osservatore una sensazione del tutto simile a quella da lui vissuta sul campo. Fabrizio non stravolge l’immagine, ma non gli importa che quell’immagine sia una copia esatta della realtà. Gli importa che sappia emozionare, facendo leva su luci, colori, contrasti e gestione degli spazi; gli importa che parli della sua esperienza. Sarà questa la chiave della fotografia di paesaggio Fine Art?
A chi si rivolge la tua fotografia di paesaggio?
A persone sensibili alla bellezza nascosta nei dettagli e nelle atmosfere che spesso sfuggono. I miei scatti sono per chi già conosce i luoghi ritratti, offrendo uno sguardo più lento e introspettivo, ma anche per chi scopre quei luoghi per la prima volta. In entrambi i casi punto a trasmettere all’osservatore tutte le sensazioni che ho vissuto sul campo, spesso in luoghi complicati da raggiungere. Molte fotografie richiedono lunghe camminate e lunghe attese per ottenere la luce giusta, o l’atmosfera desiderata, talvolta di notte, talvolta in balia del maltempo.
Cosa puoi dirci a proposito del tuo stile?
Prediligo uno stile fine art, quel tipo di visione poetica che da circa quindici anni è molto in voga sui social. Tuttavia, non seguo mode o trend, per me questo approccio è del tutto naturale, è radicato in un legame autentico con il paesaggio, che privilegia l’essenza emotiva, quella che molte volte mi spinge a tornare nei luoghi che più mi hanno segnato e che non sono necessariamente i più belli.
Il lago d’Aral, al confine tra Kazakistan e Uzbekistan, è uno di questi: ci ero stato cinque anni fa e di recente ho visitato di nuovo le rive di ciò che ne resta, per rendermi conto delle attuali condizioni in cui versa quello che fu il quarto lago più grande del mondo e che oggi è tristemente famoso per uno dei disastri ecologici più devastanti di sempre, causato dalla deviazione del corso dei suoi immissari.
Per te quanta corrispondenza deve esserci tra l’immagine fotografica e il paesaggio reale su una scala da 1 a 10?
Per me la corrispondenza tra immagine fotografica e paesaggio reale deve essere medio-alta, direi un 8 su 10. L’immagine nasce sempre da un’esperienza diretta, da un luogo che ho visto, sentito e vissuto, e voglio che questo sia visibile a chi guarda la fotografia. Parlo di un 8 su 10 perché la fotografia non è mai un duplicato neutro della realtà, è piuttosto frutto di una serie di scelte soggettive, come il punto di vista, la luce, l’inquadratura, la gestione delle ombre e dei contrasti, la postproduzione. Mi capita di enfatizzare un’atmosfera, dare più peso a un elemento o isolare un dettaglio, ma senza stravolgere l’identità del paesaggio o costruire una scena che non è mai esistita.
Intervieni in postproduzione sui colori dei tuoi scatti?
Sì, ancora una volta per rendere più visibile quello che ho provato sul posto, e non solo quello che ho visto. Mi aiuto con il bilanciamento del bianco, la gestione delle luci e delle ombre, le luminanze dei colori, il dodge and burn, la chiarezza e, quando serve, con toni più soffusi, per dare respiro all’immagine e far emergere meglio l’atmosfera. Per me un’immagine deve raccontare il paesaggio ma anche il mio stato d’animo in quel momento: se il cielo mi ha emozionato, voglio che quel sentimento arrivi con chiarezza. A volte mi capita anche di prendere in prestito certe armonie cromatiche che ho visto altrove, magari in un quadro antico, visto durante una visita a un museo e di riportarle, in modo personale, dentro la mia fotografia.
Cosa occorre sapere a proposito del colore per sfruttarlo al meglio in fotografia?
Il colore può essere uno strumento efficace per guidare lo sguardo e condizionare l’umore, e nella mia fotografia questo conta più della semplice ‘fedeltà alla realtà’. Uso il colore per dare un carattere specifico alla scena e per far emergere certi elementi del paesaggio a discapito di altri, come farebbe una pittura selettiva. Sul piano pratico, il colore dipende da come la luce interagisce con il paesaggio: la temperatura, la posizione del sole, la qualità dell’aria e lo stato del cielo determinano la palette di base.
Per questo è importante scegliere il momento giusto, inquadrare con attenzione e intervenire dopo, in postproduzione, per modulare le luminanze dei singoli canali RGB, regolare il bilanciamento del bianco e gestire luci e ombre attraverso dodge & burn, chiarezza e split toning [tecnica di postproduzine che consente di aggiungere diversi toni di colore alle ombre e alle luci, n.d.r.]. Artisticamente, mi ispiro all’uso selettivo dei colori dei maestri come i tonalisti ottocenteschi o i pittori nordici contemporanei, dove i toni freddi dominanti, come i blu a bassa saturazione, creano profondità atmosferica e isolamento emotivo, mentre le dominanti calde – arancio vivido e giallo a bassa saturazione – accentuano intimità e vitalità.
Ti va di svelarci su quale delle foto selezionate per questo articolo hai effettuato il più massiccio intervento di postproduzione cromatica?
La foto in questione è quella scattata nella regione sud-occidentale della Bolivia, quella in apertura di questo articolo.
Ci racconti la postroduzione di questa fotografia passo dopo passo?
In questo caso, il lavoro di postproduzione è stato abbastanza mirato. La gamma dinamica, che in fase di acquisizione aveva appiattito le stratificazioni cromatiche, rendeva poco definita la separazione tra le diverse fasce del paesaggio. Per recuperare quella visione, sono intervenuto agendo selettivamente sulle luminanze di ogni singolo colore e questo mi ha permesso di creare una separazione tonale netta, dando volume agli strati della fotografia.
Ho utilizzato il dodge & burn per modellare la luce su base locale, potenziando il contrasto e accentuando i volumi, e ho agito sulla chiarezza in modo stratificato per enfatizzare la matericità delle rocce e della vegetazione senza introdurre artefatti. Infine, attraverso una calibrazione dei canali HSL [Hue, Saturation, Luminance, n.d.r.], ho armonizzato i passaggi tra le tinte per restituire esattamente la forza cromatica che volevo dare.
Punti molto sulla compressione dei piani. È un ulteriore modo di strizzare l’occhio alla pittura?
Spesso punto sulla compressione dei piani, ma non la intendo come un richiamo diretto alla pittura tradizionale, dalla quale ho mutuato soprattutto la gestione della luce. Penso al Caravaggismo, con il tenebrismo e i contrasti estremi che scolpiscono le forme, e al Barocco olandese di Rembrandt, dove un’unica direzione di luce modella volumi e profondità in modo quasi fotografico; a questo si aggiunge la sensibilità della Hudson River School, capace di costruire paesaggi vastissimi attraverso luce atmosferica e gradazioni sottili più che per prospettiva canonica.
Per me la compressione dei piani è prima di tutto un modo per semplificare e organizzare il paesaggio: usando focali medio‑lunghe e lavorando sulla distanza, gli elementi lontani si avvicinano visivamente e la profondità si riduce, fino a far dialogare tra loro fasce di colore e forme che a occhio nudo percepiremmo molto più separate. In questo senso sì, c’è un dialogo con certe ricerche pittoriche, ma nella mia fotografia la compressione dei piani resta soprattutto uno strumento ottico: serve a ridurre il paesaggio a pochi strati leggibili, quasi astratti, mantenendo però un rapporto diretto con la realtà che ho davanti.
Come selezioni le destinazioni dei tuoi viaggi?
Fin da bambino ero affascinato dalla geografia: passavo ore sugli atlanti a seguire con il dito catene montuose, fiumi e laghi di ogni continente, immaginando cosa si provasse a trovarsi davvero in quei punti sulle mappe. Quell’immaginario non l’ho mai perso, e ancora oggi è l’origine della scelta delle destinazioni dei miei viaggi: vado a cercare, uno dopo l’altro, i luoghi che mi facevano sognare da piccolo.
Apro una mappa, ritrovo i nomi dei luoghi che mi hanno sempre incuriosito e, se ancora accendono qualcosa dentro di me compro un biglietto e parto senza quasi pianificare. A differenza della stragrande maggioranza dei fotografi di paesaggio, non faccio sopralluoghi dettagliati e non seguo scalette rigidissime: mi limito a verificare qual è il periodo migliore per visitare un luogo, poi lascio che siano il paesaggio e la luce a guidare sia il viaggio, sia le fotografie, con lo stesso stupore con cui sfogliavo gli atlanti da bambino.
Ci racconti un episodio curioso delle tue avventure fotografiche?
Cinque anni fa, a febbraio, in Siberia, sul lago Baikal ghiacciato, il nostro driver russo stava guidando la jeep direttamente sul ghiaccio, quando abbiamo avvistato un uomo che con un piccone scavava una buca enorme nel mezzo del lago congelato. L’autista ci ha spiegato che stava preparando una vasca tradizionale russa per il bagno gelato. Io e i miei due compagni di viaggio eravamo eccitatissimi da quell’idea folle, e il giorno dopo, a -20 gradi, ci siamo tuffati anche noi in quell’acqua limpida come il cristallo ma pungente come un mucchio di aghi. Un’immersione breve ma indimenticabile, che mi ha fatto sentire vivo come mai prima.
Ti spaventa la rapida evoluzione dell’IA?
No, lo dico con sincerità. La fotografia di paesaggio che pratico si fonda su un’esperienza fisica irripetibile: il tempo speso per raggiungere il luogo, l’attesa estenuante della luce perfetta e quel legame viscerale con l’ambiente che ho vissuto e sentito sulla mia pelle. Questi sono passaggi che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare, perché nascono unicamente dalla mia presenza reale sul campo. Credo ci sia un parallelismo chiaro con l’avvento della fotografia rispetto alla pittura: i pittori sono comunque rimasti, semplicemente la fotografia ha definito un altro modo di vedere e creare, e credo stia accadendo la stessa cosa oggi tra la fotografia e l’IA.
Vedo costantemente moltissime immagini sintetiche sui social, alcune spacciate per reali, e ad oggi riesco ancora a distinguerle chiaramente; non so per quanto ancora riuscirò a farlo, ma per me la fotografia resta un atto di testimonianza diretta e personale, il cui valore non risiede nell’immagine in sé, ma nel processo che l’ha generata. L’IA potrà diventare un valore aggiunto o uno strumento complementare, ma rimarrà sempre un mezzo esterno, mai il fulcro della mia ricerca.

Bio e contatti
Fabrizio Fortuna è nato a Roma nel 1973 ed è cresciuto tra Bari, Milano, Padova e Roma. Già a sette anni dipingeva a olio, a quattordici si avvicinava alla pittura iperrealista, successivamente praticata per otto anni. Amante dei viaggi, Fabrizio è approdato alla fotografia per caso, in età matura, riversando in questo linguaggio tutta l’esperienza sviluppata nel disegno. L’autore è passato da una fotografia minimal a un percorso fotografico concentrato su composizione e postproduzione fuori dai classici schemi, con suggestioni visive riconducibili al fumetto giapponese. A seguire, il lavoro di Fabrizio si è concentrato sulle cromie, e negli ultimi due anni il suo stile si è rinnovato ulteriormente. Le produzioni riguardanti il lago Baikal, Hong Kong, Perù e Bolivia hanno avviato a una nuova visione, che concede più spazio ai contrasti di luce e ombre. Fabrizio Fortuna insegna fotografia e postproduzione per diletto, in Italia e all’estero. Si considera un fotoamatore social e vive la fotografia come una semplice passione.
Instagram: @fabrizio.fortuna
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