Molti fotografi si dicono insoddisfatti delle proprie stampe: immagini che sul monitor appaiono brillanti si rivelano cupe su carta, dominanti di colore inaspettate distruggono ore di post-produzione e il consumo di fogli pregiati si trasforma spesso in un costoso esercizio per tentativi. Per passare dall’improvvisazione a un processo scientifico e ripetibile, serve un metodo rigoroso. Ne abbiamo parlato con Francesco Gola, fotografo paesaggista, Canon Ambassador e profondo conoscitore della tecnologia di stampa. In questo dialogo, Gola analizza gli errori più comuni in ripresa e in camera chiara, spiega l’importanza dei profili ICC e della calibrazione, e ci guida alla scoperta delle stampanti Canon imagePROGRAF PRO, strumenti progettati per garantire a professionisti e circoli fotografici il controllo totale del risultato finale.
Molti fotografi vedono le proprie immagini quasi solo su schermo: che cosa aggiunge la stampa, e perché può diventare il vero banco di prova di una fotografia?
Il progresso tecnologico e i social ci hanno spinto a passare sempre più tempo davanti a uno schermo, spesso valutando le foto sul display miniaturizzato di uno smartphone. La stampa ha quindi un doppio valore: da un lato non perdona né la fotografia né il fotografo, perché errori come fuoco impreciso, mascherature, collage irrealistici o manipolazioni emergono senza pietà, mentre lo schermo li nasconde; dall’altro ci permette di tornare a toccare con mano il lavoro, riconnettendoci fisicamente allo scatto e coinvolgendo un senso in più oltre alla vista: il tatto.
Nel tuo lavoro di paesaggista, in quale momento capisci che un’immagine chiede di diventare stampa e non solo file da pubblicare o archiviare?
Ricordo ancora l’emozione della prima stampa, a un evento organizzato da Canon: un’immagine in A4 su carta fotografica, con colori brillanti, neri profondi e l’effetto satinato della carta tra le dita. Fu restituita una tridimensionalità che lo schermo non aveva mai dato, un’emozione che nessun monitor mi aveva fatto mai provare. Da quel momento ogni scatto di cui sono soddisfatto sul campo è destinato alla stampa, l’unico modo per rievocare davvero quelle emozioni.
Quando scatti già pensando alla stampa in grande formato, che cosa cambia nelle scelte sul campo: tipo di file, esposizione, gamma dinamica, nitidezza, profondità di campo, tempi e gestione della luce?
Cerco sempre di scattare in una singola esposizione, perché combinare più immagini può sembrare semplice ma, una volta stampata in grande formato, ogni pasticcio si vede immediatamente. Scatto in RAW per avere più margine in post-produzione, metto a fuoco con la tecnica dell’iperfocale evitando focus stacking inutili (ormai più una moda che una necessità), e sfrutto al massimo la gamma dinamica della fotocamera dando priorità alle alte luci senza perdere dettaglio nelle ombre. Per gestire il contrasto in scena, invece di ricorrere a doppie esposizioni, uso i miei filtri GND (Graduated Neutral Density) di NiSi.
Quali errori commessi in ripresa vengono perdonati dallo schermo ma diventano evidenti su carta, soprattutto in un paesaggio ricco di cieli, ombre, acqua, rocce e transizioni tonali?
Il vantaggio dello schermo è che l’immagine visualizzata resta molto più piccola della sua reale risoluzione: i difetti ci sono, ma non li vediamo. Anche sul mio monitor fotografico professionale ogni difetto diventa visibile solo in scala 1:1, cioè un pixel dell’immagine per un pixel dello schermo; per vedere l’immagine intera siamo costretti a rimpicciolirla, e i difetti tornano a sparire. Su Instagram, dove l’immagine è ridotta quasi a un francobollo, viene perdonato davvero tutto. Mi è capitato più volte di vedere, anche a mostre importanti, immagini che sui social sembravano capolavori ma che una volta stampate mostravano tutti i loro limiti.
Un buon RAW per il web è automaticamente un buon RAW per la stampa, oppure il file destinato alla stampa deve nascere con criteri più rigorosi?
Un file che funziona sul web non è automaticamente pronto per la stampa, perché lo schermo nasconde e la carta rivela: su monitor, dove l’immagine è per giunta rimpicciolita, tolleriamo un rumore appena accennato, una maschera di contrasto troppo aggressiva, micro artefatti nelle transizioni, un alone quasi invisibile lungo l’orizzonte. La carta invece trasforma i pixel adimensionali in una realtà misurabile e perdona pochissimo. Per questo un file da stampa deve nascere con criteri più severi fin dall’inizio: pulizia del rumore valutata in scala 1:1, nitidezza calibrata sulla dimensione finale, attenzione alle transizioni tonali per evitare il banding, profilo colore coerente con carta e inchiostro. Vale anche l’inverso: un file costruito con criteri da stampa è quasi sempre ottimo anche per il web, mentre il percorso opposto non funziona quasi mai — il mio consiglio è quindi lavorare sempre pensando alla stampa.
Nel passaggio dal RAW al file pronto per la stampa, quali interventi incidono di più sulla resa finale: contrasto, saturazione, microcontrasto, recupero delle luci, apertura delle ombre, nitidezza?
Se devo essere onesto, più che una singola regolazione specifica conta la consapevolezza di lavorare per la carta e non per lo schermo. Detto questo, nel mio flusso il recupero delle alte luci e l’apertura delle ombre restano fondamentali, perché scattando con priorità alle luci mi resta tutto il margine per costruire in post la gamma tonale che voglio. Il microcontrasto lo uso con grande parsimonia: è lo strumento più seducente e pericoloso, perché su schermo dà pienezza ma sulla carta diventa spesso durezza, aloni, nitidezza finta. Sulla saturazione vado ancora più cauto, perché molti colori che brillano su un pannello retroilluminato non esistono nello spazio colore di una carta cotone. La nitidezza la lascio sempre per ultima, perché ha senso applicarla solo conoscendo la dimensione finale: lo sharpening giusto per un A3 non è quello giusto per un metro di lato. In due parole, lavoro per sottrazione più che per addizione.
Il contrasto e la brillantezza che funzionano su uno schermo retroilluminato funzionano anche sulla carta, oppure vanno ripensati in funzione del supporto e della dimensione di stampa?
No, ed è uno degli scogli che fa disperare di più chi inizia. Il monitor è una sorgente di luce ed emette verso i nostri occhi, mostrandoci neri profondissimi e bianchi accecanti con un range che la carta non possiede; la carta invece riflette la luce dell’ambiente, e il suo nero non sarà mai come quello di uno schermo spento, né il suo bianco come una sorgente luminosa. Contrasto e brillantezza vanno quindi ripensati in base al supporto: una carta opaca o cotone ha un range più compresso e una resa più morbida, mentre una baritata o lucida restituisce neri più carichi e maggiore brillantezza, per cui lo stesso file va spesso trattato diversamente a seconda della carta. Il punto chiave è smettere di chiedere alla stampa di assomigliare allo schermo, e far prevedere invece allo schermo cosa farà la stampa: è esattamente il lavoro del soft proofing.
Se dovessi indicare tre controlli obbligatori prima di mandare un file in stampa, quali sarebbero?
Se devo ridurre tutto a tre gesti, sono questi. Il primo: controllo l’immagine in scala 1:1 dall’inizio alla fine, lentamente, cercando rumore, aloni, polvere sul sensore e artefatti che a dimensione ridotta non avrei mai visto — è noioso, ma è il controllo che salva più stampe in assoluto. Il secondo: attivo il soft proofing con il profilo della carta che userò davvero, per vedere in anticipo come cambieranno colori e contrasto e intervenire prima di stampare. Il terzo: verifico le dimensioni reali e la risoluzione del file rispetto al formato che ho in mente, perché nessun profilo o stampante può compensare un file senza abbastanza informazioni per quel formato. Tre controlli semplici che da soli eliminano la maggior parte degli sprechi di carta e inchiostro.
Quanto conta lavorare su un monitor fotografico calibrato e profilato, prima ancora di parlare di stampante, carta e profili ICC?
È il primo foglio di stampa, anche se non sembra: possiamo avere la migliore stampante e la carta più pregiata, ma se il monitor su cui prendiamo le decisioni mente su colori e luminosità, costruiamo tutto su fondamenta sbagliate. Calibrare e profilare significa far corrispondere ciò che vediamo a uno standard noto, e non alle impostazioni di fabbrica; senza questo passaggio non possiamo nemmeno lamentarci che la stampa non corrisponda, perché non sappiamo a cosa dovrebbe corrispondere. Non serve però spendere una fortuna: un buon monitor fotografico ben calibrato è adeguato per un lavoro serio, perché ciò che conta davvero è la qualità del pannello e l’ampiezza dello spazio colore, non specifiche di moda come l’HDR, irrilevanti per la stampa.
Molti fotografi restano delusi perché la stampa appare più scura o meno brillante dello schermo: da dove nasce di solito questo problema e come si previene?
Nella quasi totalità dei casi il colpevole è il monitor troppo luminoso: lasciato alle impostazioni di fabbrica illumina come un faro, e inconsapevolmente sviluppo l’immagine portandola a un punto che mi sembra giusto su quel pannello accecante. In stampa poi la carta riflette la luce dell’ambiente invece di emetterla, e l’immagine appare improvvisamente spenta e cupa — non è la stampante a sbagliare, è il monitor che ci ha ingannato. La prevenzione sta tutta nella calibrazione: si porta la luminosità del monitor su un valore coerente con la luce dell’ambiente in cui guarderemo le stampe, invece di tenerla al massimo, e si valuta sempre la carta sotto una luce adeguata e costante. È il singolo accorgimento che da solo risolve la maggior parte delle delusioni davanti alla prima stampa.
Qual è il minimo indispensabile che un fotografo serio deve sapere su luminosità del monitor, punto di bianco, calibrazione e ambiente di lavoro per preparare file realmente stampabili?
Senza scomodare la colorimetria: la luminosità del monitor va tenuta volutamente bassa, perché un pannello troppo luminoso porta inevitabilmente a sottoesporre le stampe. Il punto di bianco va impostato su un valore neutro e coerente, senza dominanti verso il giallo o il blu. La calibrazione va fatta con una sonda, non a occhio, e ripetuta con regolarità, perché i monitor cambiano nel tempo senza avvisare. E infine l’aspetto più sottovalutato: l’ambiente. Una finestra alle spalle al tramonto o una parete colorata di fronte falsano già la percezione del colore, e nessuna calibrazione può salvarci — serve luce d’ambiente stabile e neutra, pareti neutre e nessun riflesso sullo schermo.
Quanto la scelta della carta incide sull’identità finale dell’immagine, e come si decide tra supporti opachi, baritati, cotone, lucidi o semilucidi?
La carta non è un dettaglio finale, ma parte integrante dell’immagine quanto l’esposizione o la composizione: la stessa foto su una baritata lucida o su una cotone opaca racconta due storie diverse, cambiano il nero, il dettaglio, persino l’emozione trasmessa. Per il mio lavoro di paesaggista, una carta cotone, opaca e materica, è ideale per paesaggi morbidi e atmosfere delicate, perché aggiunge profondità tattile e un senso pittorico. Una baritata, con neri profondi e brillantezza controllata, dà il meglio quando l’immagine ha bisogno di carattere e contrasto. I supporti lucidi li uso raramente perché il riflesso disturba la lettura, pur offrendo saturazione e dettaglio impressionanti. Il mio consiglio è non scegliere mai la carta in astratto, ma provarla sempre con le proprie immagini.
Spiegandolo a un lettore non specialista: che cosa sono i profili ICC, perché non sono un dettaglio per maniaci e quali errori evitano nel flusso di stampa?
Ogni dispositivo — monitor, stampante, persino ogni singola carta — parla un proprio dialetto del colore: lo stesso valore numerico di un rosso non viene interpretato allo stesso modo da schermo e stampante. Il profilo ICC è il traduttore che mette d’accordo questi dialetti, descrivendo con precisione come quella stampante, con quella carta e quell’inchiostro, renderà ogni colore. Senza profili si stampa alla cieca, sperando in un risultato simile a ciò che si vede; con essi si sa in anticipo cosa si otterrà, correggendo prima di sprecare un foglio. È esattamente ciò che separa una stampa per tentativi da un processo prevedibile e ripetibile, evitando l’errore più frustrante: la dominante di colore o il viraggio scoperti solo a stampa finita, quando carta e inchiostro sono già stati sprecati.
Prima di stampare in grande formato, che ruolo hanno prova a schermo e piccoli provini: cosa bisogna guardare, e quando possiamo considerarli davvero affidabili?
Sono due strumenti diversi per due momenti diversi. Il soft proofing serve prima ancora di toccare la stampante: attivando il profilo della carta si vede sul monitor una simulazione di come renderà l’immagine, con i suoi limiti di gamut e contrasto, indicando in anticipo dove si perderà colore o dove le ombre si chiuderanno — non è perfetto, ma evita la maggior parte degli errori grossolani. Il provino invece è il giudice finale: una volta convinti dal soft proofing, si stampa un ritaglio sulla carta vera e solo lì si vede il nero reale, la materia, il dettaglio. Il soft proofing è affidabile solo con un monitor calibrato e il profilo corretto della carta; il provino solo se valutato sotto la stessa luce della stampa finale — sbagliare la luce di valutazione vanifica tutto il lavoro fatto prima.
In una Canon imagePROGRAF, quali caratteristiche incidono davvero sulla qualità finale della stampa fotografica: sistema a 12 colori, inchiostri pigmentati, neri, passaggi tonali, uniformità, Chroma Optimizer?
La prima cosa che conta davvero è il sistema a più inchiostri, in questo caso dodici colori: non è una gara a chi ne ha di più, ma più inchiostri significano transizioni tonali più fluide e una gamma di colori più ampia, che nel paesaggio si traduce in cieli senza scalini e sfumature credibili. Fondamentali sono anche gli inchiostri pigmentati, che garantiscono la stabilità e la resistenza nel tempo che una stampa fine art deve avere. Molti sottovalutano poi la gestione del nero e l’uniformità: neri profondi e resa costante su tutta la superficie danno autorevolezza alla stampa. Infine il Chroma Optimizer, una finitura trasparente che uniforma la superficie e attenua la diversa riflessione della luce tra zone scure e chiare, regalando alle stampe — specie su carta lucida — una compattezza e profondità prima riservate a pochissimi.
Nel racconto di flusso emerge chiaramente il valore della qualità di stampa, ma c’è un elemento altrettanto cruciale che spesso resta in secondo piano: la capacità delle imagePROGRAF PRO di rendere il processo prevedibile e ripetibile nel tempo. Non si tratta solo di ottenere una stampa eccellente, ma di poterla replicare con coerenza, anche a distanza di mesi, grazie alla stabilità del sistema macchina–inchiostri–supporti.

In questo senso, un ruolo fondamentale è svolto dagli inchiostri pigmentati LUCIA PRO, progettati per offrire un’ampia gamma cromatica, neri profondi e una straordinaria resa delle sfumature, soprattutto nelle transizioni più delicate. La loro elevata densità e stabilità contribuiscono non solo alla qualità visiva immediata, ma anche alla durata nel tempo delle stampe fine art, un elemento chiave per fotografi e professionisti che intendono valorizzare il proprio lavoro anche in ottica espositiva e collezionistica.

A completare il sistema, la gamma di carte Canon per stampa fotografica e fine art gioca un ruolo determinante nell’identità finale dell’immagine. Dalle carte Matte e Fine Art a base cotone, fino alle soluzioni baritate e lucide, ogni supporto è sviluppato per lavorare in perfetta sinergia con inchiostri e profili colore Canon, garantendo coerenza cromatica, resa tonale controllata e affidabilità nel tempo. La combinazione ottimizzata tra carta, inchiostro e profilo ICC consente di ridurre drasticamente l’incertezza tipica dei workflow non strutturati, trasformando la scelta del supporto in una leva espressiva e non in una variabile critica.
Un altro punto chiave è l’integrazione con l’ecosistema software Canon, progettato proprio per semplificare la gestione del file e del colore lungo tutta la filiera. Strumenti come Professional Print & Layout permettono di lavorare in modo accurato già in fase di preparazione, con funzioni avanzate di soft proofing, gestione dei profili ICC e ottimizzazione automatica del layout di stampa. In parallelo, soluzioni come Media Configuration Tool e la gestione intelligente dei supporti contribuiscono a ridurre drasticamente errori operativi e tempi di set-up, soprattutto quando si lavora con carte fine art diverse.

Va poi sottolineato un aspetto spesso sottovalutato: l’affidabilità operativa. Le serie imagePROGRAF PRO sono progettate per ridurre al minimo le interruzioni e garantire continuità produttiva, con sistemi di monitoraggio e manutenzione evoluti e, volendo, modelli di servizio che includono consumabili e assistenza in un unico canone, rendendo i costi più prevedibili e sostenibili nel tempo.
La gestione avanzata del nero e delle superfici — insieme a tecnologie come il Chroma Optimizer — non è solo una questione estetica, ma uno strumento concreto per ampliare il linguaggio espressivo del fotografo: uniformità, profondità e controllo delle riflessioni diventano parte integrante della resa finale, non semplici attributi tecnici.
Alberto Ronzoni – Product Business Developer IPSG di Canon Italia
Per un paesaggista, dove si vede concretamente la differenza di una stampante di questo livello: cieli, acque, nebbie, ombre profonde, alteluci, grigi, dettaglio fine?
Si vede esattamente nei punti che mettono in crisi ogni stampante. Nei cieli, dove le transizioni delicate verso l’orizzonte sono il banco di prova per eccellenza, e restano pulite senza banding. Nelle acque, dove servono mille sfumature appena percettibili, mentre una resa povera appiattisce tutto in una poltiglia indistinta. Nelle ombre profonde, dove poter aprire un’ombra e trovarci ancora dettaglio, invece di un buco nero, cambia completamente il risultato. E nelle alte luci delicate, come la luce radente dell’alba sulle rocce, dove la differenza tra un bianco vuoto e uno che conserva texture è tutto. In sintesi, la differenza non si vede nei colori sgargianti, che stampano bene un po’ tutti, ma proprio nelle sottigliezze in cui vive il paesaggio.
Quanto contano anche gli aspetti operativi (gestione dei supporti, software di stampa, ripetibilità, controllo del processo) nel trasformare la stampa da esperimento occasionale a pratica ordinaria?
Contano molto più di quanto si immagini, ed è la differenza tra chi stampa ogni tanto con ansia e chi stampa con serenità. Una stampa fine art non è un colpo di fortuna isolato: deve poter essere ripetuta identica anche a distanza di mesi, e questo lo garantiscono la qualità costruttiva della macchina e un software che gestisce bene profili e supporti. La gestione dei supporti — la facilità con cui si caricano carte diverse e la macchina le riconosce correttamente — sembra un dettaglio noioso ma è ciò che invoglia a stampare invece di rimandare. Tutto insieme trasforma la stampa da esperimento occasionale, vissuto con il batticuore, a pratica ordinaria e consapevole, parte naturale del flusso di lavoro quanto lo sviluppo del RAW.
Come si passa dalla stampa per tentativi a un processo ripetibile, controllabile e sostenibile anche economicamente?
Il segreto, poco romantico ma vero, è smettere di improvvisare e costruirsi un metodo. La stampa per tentativi è quella in cui si manda un file, si guarda il risultato, si aggiusta a occhio e si ristampa, bruciando carta e nervi. Il processo ripetibile nasce quando ogni anello della catena è sotto controllo: monitor calibrato, profili corretti per ogni carta, soft proofing sistematico, provini prima del grande formato. A quel punto la prima stampa è quasi sempre quella giusta e lo spreco crolla. La sostenibilità economica è conseguenza diretta: non si risparmia comprando la carta più economica, si risparmia non buttando quella buona. Conviene inoltre annotare impostazioni, profili e carte usate per ogni immagine, per poterla rifare a distanza di tempo senza ripartire da zero: il metodo, alla fine, costa molto meno dell’improvvisazione.
Quando ha senso per un fotografo, uno studio o un circolo acquistare una stampante di grande formato, e quando invece è più razionale continuare ad affidarsi a un laboratorio esterno?
È una domanda di numeri e di controllo, più che di passione. Affidarsi a un buon laboratorio ha senso se si stampa poco e occasionalmente, evitando investimento iniziale, gestione dei consumabili e spazio; ma si paga un prezzo non solo economico, perché si cede il controllo, si dipende dai tempi del laboratorio e dalla sua interpretazione dei file, e ogni prova in più ha un costo che scoraggia la sperimentazione. Acquistare una stampante di grande formato inizia ad avere senso quando il volume cresce, ma soprattutto quando si vuole padronanza totale del risultato e libertà di sperimentare senza pensare al conto a ogni foglio — quasi inevitabile per un professionista che vende il proprio lavoro. Per un circolo o un gruppo di amatori il calcolo cambia ancora, perché il costo si divide e l’utilizzo si moltiplica.
Per un circolo fotografico o per un gruppo di amatori evoluti, una stampante come questa può diventare non solo uno strumento tecnico, ma anche un’occasione di crescita culturale?
Assolutamente sì, ed è secondo me l’aspetto più bello e più trascurato. Una stampante di questo livello, in un circolo, non è solo una macchina condivisa per dividere i costi: diventa un luogo di apprendimento. Quando un gruppo inizia a stampare insieme le proprie immagini, si torna a guardarle sul serio, stampate, appese, confrontate dal vivo e non scrollate in un feed. Nascono discussioni vere sulla qualità, sulla scelta della carta, sul perché un’immagine funziona su un supporto e non su un altro, e si impara più in fretta vedendo gli errori e i successi altrui resi concreti dalla carta. Si recupera così una dimensione che i social ci hanno tolto: la fotografia come oggetto da contemplare, non come contenuto da consumare — in questo senso una stampante può davvero diventare il cuore culturale di un circolo, molto più di qualsiasi proiezione.
Se dovessi ricostruire il percorso ideale dallo scatto alla stampa, quali sono gli anelli della catena che non devono mai essere deboli?
La catena dallo scatto alla stampa è forte quanto il suo anello più debole. Il primo è lo scatto: un file nato male, sovraesposto nelle luci o povero nelle ombre, non lo recupera nessuna stampante. Il secondo è il monitor calibrato, perché è lì che si prendono tutte le decisioni: se mente lui, mentono tutte le scelte successive. Il terzo è la gestione del colore — profili ICC e soft proofing — che è il ponte tra ciò che vediamo e ciò che otterremo. Il quarto è la coppia carta e stampante, che deve essere all’altezza delle intenzioni. Ma c’è un anello che viene prima di tutti e che spesso si dimentica: l’intenzione stessa, sapere cosa vogliamo dire con quell’immagine e quale emozione vogliamo che la stampa trasmetta. Senza quella, anche la catena tecnica più perfetta produce stampe corrette ma vuote.
Qual è l’errore più comune di chi si avvicina alla stampa fine art con molta passione ma senza un metodo preciso?
L’errore più comune è inseguire la stampa che assomiglia allo schermo: si parte con entusiasmo, si manda in stampa un’immagine che sul monitor brillava, e quando il risultato arriva più spento ci si arrabbia con la stampante o con la carta. Il problema è quasi sempre a monte: un monitor troppo luminoso e non calibrato, nessun soft proofing, nessuna comprensione del fatto che carta e schermo sono due mondi fisicamente diversi. Il secondo errore, gemello del primo, è la fretta: si vuole subito il grande formato, si saltano i provini, e si bruciano fogli costosi per scoprire problemi che un piccolo test avrebbe rivelato a costo quasi zero. La passione è il motore, ma senza metodo diventa solo carta sprecata e frustrazione — la buona notizia è che il metodo si impara.
Quale consiglio daresti a chi vuole iniziare a stampare seriamente senza sprecare carta, inchiostro e denaro?
Il consiglio è semplice e quasi controcorrente: rallenta. Prima di lanciarsi sul grande formato conviene costruire le fondamenta: calibrare il monitor, il primo e più economico investimento, che da solo elimina metà dei problemi; imparare a usare il soft proofing con i profili delle carte che si vogliono usare; iniziare da formati piccoli e da provini, perché sbagliare su un ritaglio costa pochi centesimi mentre sbagliare su un metro di lato costa una serata di lavoro e parecchio denaro; scegliere poche carte e impararle davvero, invece di disperdersi su mille supporti; e soprattutto valutare sempre le stampe sotto una luce corretta e costante. Seguendo questi passaggi si scopre che la stampa seria non è più costosa di quella per tentativi, anzi è enormemente più economica, perché si smette di buttare.
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