Negli anni ’70 Roma era un parcheggio a cielo aperto. Con il boom economico l’acquisto della macchina aveva smesso di essere un lusso, diventando un trend, e il copioso flusso automobilistico si era sparso per le città – Roma inclusa – come una massa aliena pronta all’invasione. Le piazze, il Colosseo, le scalinate di piazza del Campidoglio e tutti gli anfratti della città erano diventati scenario di sosta delimitato dalle strisce bianche. Un libro, Roma vietata, pubblicato da Humboldt Books e a cura di Stefano Ciavatta e Luca Galofaro, ci racconta di questo particolare momento storico della capitale. Abbiamo intervistato Luca Galofaro.
Come nasce l’idea del libro Roma vietata?
Con Stefano Ciavatta, anche se da due prospettive diverse – io come architetto, lui come giornalista – condividiamo la passione per Roma e per i libri che la riguardano e che la raccontano. Un giorno mostrai a Stefano un mazzetto di cartoline della Roma anni ’70 che avevo messo insieme, in cui ogni angolo della città, piazze comprese, era adibito a parcheggio per le auto. Di quelle cartoline mi interessava come quella capillarità automobilistica fosse diventata, in quegli anni, una sorta di marchio di fabbrica della città di Roma. Non esistono immagini di Roma, in quel periodo, senza automobili.
Per il censimento del centro storico di Bologna, per esempio, fatto da Paolo Monti tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, la città fu ripulita come per un set cinematografico: le vie pulite a fondo dalla nettezza urbana, rimosse le auto in sosta, staccati i cartelli e i manifesti pubblicitari, fermato il traffico dai vigili urbani.
Nell’iconografia di Roma degli anni ’70, invece, le auto parcheggiate erano parte integrante del paesaggio cittadino e considerate, a tutti gli effetti, elemento partecipe di una certa romanità. Con Stefano abbiamo iniziato a collezionare materiale su questo tema, un po’ per divertimento, un po’ per ricerca. Raccontando poi, in amicizia, questa nostra passione a Giovanna Silva, fondatrice di Humboldt Books, l’idea si è tramutata in libro.
Nei vostri testi scrivete che il libro non è stato realizzato come momento nostalgico di rimembranza, ma si percepisce anche che non è stato prodotto nemmeno come critica a quell’immaginario e a quelle politiche urbane…
La nostra posizione è una posizione da osservatori. Ci siamo soffermati su un luogo, come fanno i fotografi, per capire. Volevamo semplicemente approfondire, con i nostri testi e l’apparato iconografico, un aspetto della Roma anni ’70, cioè quello dell’accessibilità. Quella era una città accessibile.
Accessibile da che punto di vista?
Accessibile per le persone che arrivavano in centro storico e potevano parcheggiare, arrivando ovunque nella città. C’era quindi un accesso diretto, cosa che oggi, con i mezzi di trasporto pubblico e gli ingressi contingentati, non succede, perché i cittadini sono condizionati da ritardi o dai pessimi collegamenti. Io ricordo molto vividamente quando accompagnavo mia madre a comprare le stoffe, parcheggiavamo in piazza e la città era pronta a essere raggiunta in ogni suo punto.
Però dopo aver raggiunto l’accessibilità, la città, nella sua bellezza e nel suo patrimonio, non era più fruibile…
Non si andava in centro storico solo per fruire della bellezza della città, ma anche per viverlo, per usarlo, per fruire delle sue attività artigianali e dei suoi negozi. Cosa che non succede più ora perché il centro storico si è svuotato degli artigiani, come anche degli abitanti. Ora il centro di Roma è pieno di ristoranti, minimarket, e affitti per turisti. Non dico che quello degli anni ’70 sia un modello da riproporre, ma anche la condizione in cui siamo oggi non è propriamente la condizione di vita migliore. Una città è viva se è abitata, se la città diventa un enorme bed and breakfast non lo è più.
Dalle tue parole, mi sembra che le origini del libro riguardino molto direttamente le vostre storie personali. Quanto i vostri ricordi vi hanno stimolato nella realizzazione di questo libro?
Sicuramente la nostra storia personale e i ricordi che abbiamo della Roma anni ’70 e ’80 sono stati fondamentali per la realizzazione del libro. In esso c’è il modo in cui abbiamo vissuto la città nella nostra infanzia e adolescenza. Non è, infatti, una guida, né un libro di critica architettonica o di urbanistica. Però poi ci siamo resi conto, divulgando il libro e i suoi contenuti, che la base esperienziale da cui siamo partiti è condivisa da molte altre persone, che si ricordano di quella Roma lì. Può essere un ottimo punto di partenza per stimolare il confronto, conducendolo poi alle politiche da attuare ai giorni nostri.
L’apparato iconografico attinge a tre fonti: l’archivio di Enrico Blasi, vari fondi dell’Istituto Centrale per la Catalogazione e la Documentazione e l’archivio Antonio Cederna. Come l’archivio di Blasi – al quale è riconducibile il corpus centrale – è confluito nel vostro libro?
Sia io che Stefano avevamo un libro che seguivamo come riferimento dal punto di vista fotografico, Le piazze di Roma. Lo usavamo, soprattutto, per cercare altre immagini similari nei mercatini o online. Poi ci siamo accorti che le fotografie di quel libro erano state prodotte da un unico autore, Enrico Blasi, e così l’abbiamo cercato e poi incontrato.
Le sue fotografie ci risultavano molto interessanti anche perché non erano centrate propriamente sulle macchine o sulle piazze invase da queste. Il tema che era stato assegnato a Blasi per la realizzazione del libro, piuttosto, era la documentazione delle piazze. Quindi, se si guardano con attenzione le fotografie si nota che la prospettiva era sempre un po’ rialzata, proprio per evitare la volumetria delle automobili che ingolfavano gli spazi della città.
Questo sguardo ci ha restituito una lettura della città non convenzionale e per questo molto interessante. Le macchine, che Blasi voleva eludere, diventavano parte del fondale urbano.
Partendo dal presupposto che il nostro non vuole essere un libro fotografico, per me le fotografie di Enrico Blasi rappresentano non tanto un apparato, ma un vero saggio parallelo ai nostri. Le sue immagini parlano da sole, tanto che avremmo voluto che il suo nome comparisse anche nella copertina, ma lui non ha voluto.
Data la vostra consapevolezza nel dare alle sue immagini questa rilevanza, perché avete voluto inserire anche altre immagini?
Le immagini dell’archivio Cederna e dell’ICCD le abbiamo usate per sottolineare degli aspetti su cui le fotografie di Blasi non si soffermavano. Volevamo una narrazione completa nel raccontare la città e questo l’abbiamo potuto ottenere solo attraverso l’eterogeneità delle fonti.
Antonio Cederna utilizzava le immagini per accompagnare i suoi scritti sulla tutela del patrimonio e sulla salvaguardia urbana. Le immagini che voi avete tratto dal suo archivio erano state usate con finalità critiche, finalità non proprie del vostro libro. In qualche modo, sono state snaturate?
Assolutamente no. Nella terza sezione, infatti, corrispondente al saggio per immagini, abbiamo volutamente inserito anche i suoi articoli corredati di immagini, riportando fedelmente, come dicevi tu, il valore critico delle sue fotografie. Torno a dire che il libro non vuole prendere una posizione tra la nostalgia sulle politiche urbane della Roma anni ’70 e la sua critica. Noi abbiamo semplicemente cercato di soffermarci a osservare un immaginario storico che poteva portare a una riflessione anche sulla contemporaneità. Implicitamente abbiamo posto una domanda a chi sfoglia il nostro libro: è meglio la Roma delle macchine o quella dell’overtourism?
Riflettendo sulle volumetrie che invadono le città, mi è venuto in mente il lavoro di Martin Parr. Pensi che i suoi turisti di oggi siano le macchine degli anni ’70?
È un parallelismo perfetto. Sono corpi e volumi che occupano, egualmente e ipertroficamente, uno spazio pubblico. Sono entrambi espressioni di politiche non ben controllate, figli del loro tempo.
Secondo te Roma è più cinematografica o fotografica?
Secondo me è più cinematografica. Infatti nei nostri saggi ci siamo concentrati maggiormente su questa lettura rispetto a come è stata fotografata. Stefano cita il lavoro di William Klein e di Herbert List, ma Roma deve essere guardata in movimento. Quindi il linguaggio cinematografico, l’immagine in movimento, restituisce la dimensione propria della città, come ha fatto Fellini in Roma o anche Nanni Moretti in Caro diario. I fotografi hanno colto meravigliosamente alcuni aspetti della nostra città – mi viene in mente, ad esempio, il lavoro di Joel Sternfeld – ma non sono stati in grado di abbracciarla nella sua totalità, come hanno fatto, invece, molti registi e anche molti scrittori.
È difficile cogliere Roma senza cadere nello stereotipo. Ci si riesce solo conoscendola e quindi con uno sguardo di appartenenza?
Sì, ma con “appartenenza” non intendo “nascita”, cioè un fotografo per saperla cogliere non deve per forza essere nato a Roma. Piuttosto, deve averci speso del tempo per capirne la complessità e scandagliarne le pieghe. Solo così potrà andare oltre i cliché e gli stereotipi in cui è facile cadere.
Titolo Roma vietata
Immagini Archivio Enrico Blasi; Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione – MiC; Archivio Antonio Cederna
Testi di Stefano Ciavatta e Luca Galofaro
Formato 16,7×24 cm
Pagine 136
Lingua italiano/inglese
Prezzo 28 euro
Editore Humboldt Books
Data di pubblicazione 2026
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