Torino
Dal 1° ottobre al 7 febbraio 2027
Luca Campigotto è conosciuto per le sue fotografie paesaggistiche confezionate con rigore classico e senso della meraviglia. Per più di un anno, su commissione di Intesa Sanpaolo, il fotografo ha fatto quello che più gli piace fare: viaggiare. Nello specifico, l’autore ha perlustrato la nuova identità dell’Europa, producendo le immagini attualmente esposte alle Gallerie d’Italia di Torino.
La mostra si intitola Luca Campigotto. Wandering Europe e si inserisce nella rassegna La Grande Fotografia Italiana, ideata e curata da Roberto Koch, che rende omaggio ai grandi maestri della fotografia italiana contemporanea.
Abbiamo intervistato Luca Campigotto per saperne di più sul suo nuovo progetto e scoprire che Europa si è trovato davanti.
C’è un itinerario preciso che hai intrapreso per produrre Luca Campigotto. Wandering Europe?
Non sono partito con un itinerario ben preciso. L’ho definito un po’ alla volta, proseguendo nel viaggio e mettendo a fuoco meglio quello che mi interessava. È stata la mia curiosità a trascinarmi in alcuni posti piuttosto che in altri, dopodiché mi sono avvalso anche dell’aiuto dell’intelligenza artificiale per creare l’itinerario. In totale i miei viaggi sono stati sei, tutti in macchina tranne uno, percorrendo quasi 50.000 km.
Da dove sei partito?
In occasione del primo viaggio sono andato a Budapest, poi ho attraversato la Romania, per raggiungere la Moldavia e la Transnistria, tornando indietro attraverso la Romania e la Serbia. Per il secondo viaggio, invece, sono andato prima verso la Repubblica Ceca, a Ostrava, dove c’è un grande sito industriale abbandonato, e poi ho proseguito fino a Varsavia e sono tornato indietro, passando per Auschwitz e Birkenau.
In generale la mia idea era quella di riuscire a cogliere i paesaggi naturali, selvaggi, in dialogo con le archeologie industriali o siti archeologici delle città. Non volevo fotografare città metropolitane come Parigi o Londra, anche se ho incluso alcune città più famose, come Budapest, Praga, Porto o Siviglia.
Quanto tempo sei stato impegnato in questi sei viaggi?
Da luglio 2025 fino a marzo 2026, anche se non continuativamente. Per l’ultimo viaggio ho visitato, invece, le isole Svalbard, in Norvegia, unendomi a un gruppetto di esploratori con delle guide. In quell’occasione mi sono ritrovato a fare dieci ore al giorno di motoslitta, un’esperienza al limite, soprattutto per il mio collo, che però rifarei decisamente.
Mettendo insieme tutti i sei viaggi ho toccato gli estremi dei quattro punti cardinali che delimitano l’Europa, o meglio, di una certa Europa fisica: a ovest sono andato fino alla costa atlantica del Portogallo; a sud, Lampedusa, anche se l’immagine di Lampedusa inserita in questo progetto l’ho realizzata un po’ di tempo fa; a nord, le isole Svalbard; a est, infine, attraversando la Turchia e la Georgia, sono arrivato fino all’Armenia, quasi al confine con l’Iran.
Il progetto è una commissione di Intesa Sanpaolo. Quale obiettivo ti era stato dato?
Mi è stata data carta bianca, quindi con tutti i vantaggi e i rischi di una libertà totale, soprattutto in uno scenario esteso e caleidoscopico come quello europeo. Come dicevo prima, l’idea iniziale era quella di concentrarmi sui paesaggi naturali, perché istintivamente, pensando ai miei lavori precedenti, ero un po’ stanco di fotografare architettura o città di notte.
Volevo uscire dal mio seminato, dalla mia cifra stilistica. Addentrandomi nel viaggio, ho capito come le tracce della memoria, della guerra e delle ferite siano disseminate in un più esteso concetto di paesaggio europeo. Ho cercato, per l’appunto, di cogliere questo tipo di tracce, andando oltre la semplice documentazione industriale, o archeologica, o naturale.
Prima mi dicevi che hai utilizzato anche l’intelligenza artificiale per definire le tue destinazioni…
Ammetto di essermi fatto aiutare dall’intelligenza artificiale. Inizialmente pensavo che tramite contatti e procedendo con il viaggio, sul campo, sarei riuscito a trovare le città da visitare con il passaparola, ma così non accadeva. Per cui, un giorno, mi sono arreso all’evidenza e ho chiesto aiuto a ChatGPT.
Tra i requisiti richiesti all’intelligenza artificiale per selezionare le città prendevi in considerazione anche la “verginità” turistica di un luogo?
No, chiedevo luoghi che fossero interessanti, forti, che fossero portatori di una cifra potente, a tratti anche eroica, mitica.
I tuoi progetti sono, spesso, il risultato di esplorazioni e osservazioni in giro per il mondo. Oltre a una preparazione pratica, ti informi sulla cultura del luogo, sul patrimonio artistico e letterario?
Quello che mi piace del viaggio è proprio partire e andare all’avventura, con tutti i rischi. Zero organizzazione o ridotta ai minimi termini, non troppe informazioni. Mi piace essere sorpreso, mi piace l’idea di essere preso in contropiede, di tenermi la libertà di essere meravigliato. Mi piacciono anche le difficoltà del viaggio, ovviamente. C’è ben poco, quasi niente direi, di studiato a tavolino, se non l’istinto che credo di aver sempre avuto e che ovviamente col tempo si è affinato. Sul campo, con il tempo, sono diventato un ‘killer’, ho le idee ben chiare e sono molto determinato, sia quando mi muovo nello spazio, sia in fase di scatto.
Oltre alla fotografia, ricorri spesso alla scrittura. In che modo quest’ultima si è inserita nel progetto?
In mostra ci saranno una ventina di miei testi con cui ho integrato l’esperienza fotografica e umana che ho fatto in giro per l’Europa. Adoro scrivere, ma ho bisogno di tempo per farlo. La fotografia per me è una cosa immediata, mentre ho bisogno di sedimentazione e tempo quando mi trovo a scrivere. Relativamente alla mostra, si tratta di testi ricollegati a venti foto, che non vogliono essere descrittivi. Non serve a questo la mia scrittura. Prende, sicuramente, spunto dalla fotografia, ma non si risolve nella sua figurazione. Con i miei testi vorrei scatenare dei cortocircuiti di memoria in cui entra tutta la mia vita personale, i miei gusti, il cinema, la letteratura e quello che quel luogo specifico innesca in me.
Solitamente lavori con il banco ottico. In questo caso quale è stata la tua strumentazione?
Ho lavorato sia col banco ottico, sia con una Fujifilm GFX100, usandola raramente in mano, ma più spesso sul cavalletto, con un obiettivo decentrabile.
Cosa ha comportato, praticamente e fisicamente, avere una strumentazione del genere?
Ne ha risentito soprattutto la mia spalla destra. Alle isole Svalbard mi ha creato non pochi problemi con il gruppo con cui ero perché il mio processo richiedeva molto tempo e rallentavo tutti. A volte trovavo il cavalletto congelato e dovevo cercare di renderlo utilizzabile in breve tempo. Però questo tipo di attrezzatura mi concede una fotografia lenta e riflessiva, ricordandomi un po’ quell’approccio ottocentesco alla fotografia che amo immensamente.
Che idea ti sei fatto dell’Europa dopo questa lunga perlustrazione?
L’idea che ho oggi è molto simile all’idea che avevo prima di partire, cioè di un continente difficile da definire, perché capillarmente denso, ricco, pieno, animato da una miriade di tradizioni, tanta cultura, arte, letteratura. Per questo motivo è stato molto bello il senso di attraversamento che ho provato viaggiando in macchina. Fruire di questa esperienza con questa modalità mi ha permesso di rendermi conto delle sfaccettature, non tanto di vita, ma specificamente dal punto di vista fisico del territorio, relativamente alle sue architetture e alle forme d’arte. In mezzo a questa giostra di identità ci si rende conto di come democrazia e libertà tendano a restare concetti puramente ideali.
A questo specifico lavoro, tu dai anche una valenza politica?
No, ma viene di conseguenza. In un mio testo in mostra scrivo che se si pensa idealmente all’Europa si pensa alla civiltà, all’umanesimo, all’illuminismo, al diritto. Ma se penso all’Europa di adesso mi viene in mente la parola ‘guerra’, avendo vissuto il continente sulla mia pelle ho sentito palpabile anche il sentimento di convivenza e accettazione. Detto ciò, però, la mia fotografia non è una fotografia di testimonianza, la mia fotografia è una fotografia di colpo d’occhio, che vuole cogliere lo stato di meraviglia sprigionato da un luogo o da un paesaggio e meravigliare, contemporaneamente, lo spettatore.
In generale, nel tuo lavoro, come mantieni questo stato di meraviglia nel cogliere anche i luoghi più inflazionati?
Nel 1990 circa, ho realizzato le prime fotografie di Venezia, sul Canal Grande, luogo delle vedute veneziane per antonomasia. Mi chiedevo espressamente: “Dove si sarebbero messi Canaletto o Bellotto?”. Quindi, già dai miei esordi, mi sono sempre confrontato con chi aveva già rappresentato i luoghi che mi apprestavo a fotografare.
L’ho sempre vissuta come una sfida interessante e personale, senza essere inibito da ciò che è venuto prima, dall’iconografia preesistente. Anzi, a volte, guardo appositamente le cartoline per controllare che non mi sia sfuggito qualcosa. Quello che mi disturba in città come Venezia o Firenze è la massa di persone, perché io sono un fotografo che vuole cogliere il potere evocativo dei luoghi, la loro forza, la loro bellezza, l’atmosfera, e lo posso fare solo in assenza dell’elemento umano. Non mi interessa la sceneggiatura, ma la scenografia.
Un altro elemento importante del tuo modo di fotografare è l’estremo senso avventuroso, che ricorda le gesta dei grandi esploratori della storia. Da dove nasce?
Nasce dagli interessi che ho avuto fin da bambino: per le avventure, per Corto Maltese, per i miei studi in storia. Addirittura mi sono laureato sul ’500, secolo delle grandi esplorazioni, e la mia tesi era sui viaggiatori veneziani che allora arrivarono, via terra e via mare, fino in India. Il mio è un amore per la dimensione avventurosa legata all’andare, al vedere, al viaggiare. E anche i fotografi dell’Ottocento, che mi interessano particolarmente, sono stati i primi a viaggiare, con grandi e pesanti strumentazioni, per portare a casa un pezzo di mondo attraverso le loro immagini. E portare a casa un pezzo di mondo è esattamente quello che faccio anche io.
Luca Campigotto. Wandering Europe
- A cura di Walter Guadagnini
- Gallerie d’Italia, piazza San Carlo, 156 – Torino
- dal 1° ottobre 2026 al 7 febbraio 2027
- mar - dom 9.30-19. Lunedì chiuso
- intero 12 euro, ridotto 10 euro
- gallerieditalia.com
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