È da tempo che Leonardo Galanti lavora con i bambini e le bambine, con le loro famiglie e con il contesto sociale in cui vivono. Attenzione bambini liberi, il suo libro pubblicato recentemente da Postcart, nasce proprio dall’esperienza di Leonardo come educatore in una delle zone più difficili di Napoli, Scampia, che per via dei media viene erroneamente conosciuta esclusivamente per il suo alto tasso di criminalità e degrado.
Galanti ha uno sguardo diverso sulle potenzialità di questo quartiere: attraverso le sue fotografie trasmette la Scampia vissuta dai bambini, libera di rivelarsi anche nei suoi anfratti magici e pieni di mistero, nei suoi dettagli che trasudano una precarietà apparente, che per un bambino può essere motivo di stimolazione creativa e di libero pensiero. L’infanzia, nell’anarchia istituzionale, trova il suo spazio di azione incondizionata, un’azione che, nel libro di Leonardo, si incontra anche con un mondo naturale altrettanto incontaminato e ribelle.
L’espressione “Attenzione bambini liberi”, titolo del tuo libro, chi mette in guardia da cosa?
Un giardino, una casa sull’albero, un mulo, alcune galline. Per entrare all’Albero delle Storie, associazione fondata dal poeta Davide Cerullo, si attraversa un cancello con la scritta Attenzione bambini liberi. La frase segna il confine tra lo spazio del gioco e le alte palazzine di cemento che lo circondano. Uno spazio silenzioso e verde, dove si pratica la lettura e il racconto. Attenzione bambini liberi non ha un significato univoco, ma parla a ciascuno in modo differente.
Per Paulo Freire, ogni liberazione avviene attraverso un cammino comune. Adulto e bambino, così come oppresso e oppressore, sono coinvolti nel raggiungimento della propria autonomia. Ma l’adulto ha una responsabilità: quale libertà pensa per i bambini e le bambine, nel momento in cui immagina spazi e tempi a loro dedicati? Un giorno un bambino Rom di nome Enrico, nel ricopiare la frase ha scritto Attenzione bambini liberi liberi. Come se una volta non bastasse.
Quale è il tuo rapporto con Scampia e perché proprio a Scampia hai deciso di focalizzare il tuo lavoro?
Scampia è un quartiere della periferia nord di Napoli con una densità abitativa molto alta. Al suo interno, convivono realtà e situazioni diverse. Quando mi ci sono trasferito, ospite dei Fratelli Lasalliani, ho iniziato subito a sentirmi a casa, per la qualità delle relazioni che si stavano costruendo. Respiravo una vita comunitaria, in un contesto segnato da quarant’anni di pratiche dal basso che hanno ridisegnato il territorio. I rapporti semplici e quotidiani rendevano l’esperienza unica.
La frequentazione dei bambini metteva in crisi il mio punto di vista sulle cose. Capivo che quello che vivevo e vedevo apparteneva a un immaginario molto distante dalle immagini che si producevano nei diversi media. Ho iniziato così ad agire sul piano della rappresentazione. Oggi ritengo fondamentale aver scelto una periferia.
Da dove nasce la tua attenzione per il mondo infantile?
L’infanzia è un luogo che frequento con insistenza. In Infanzia Berlinese Walter Benjamin scava nella sua memoria accedendo a una dimensione dell’infanzia che non si riduce a un’età biologica da guardare con nostalgia, quanto invece a un segnale per il tempo a venire. Non smetto mai di giocare, basta uno sguardo o un tocco per immaginarsi altrove e trasformare allegoricamente gli oggetti. Se da piccolo assemblavo, smontavo e ricostruivo aggregati di tappi, legni o Lego, ora mi diverto a montare immagini, parole e disegni.
Posso farlo solo, ma se mi circondo di bambini e bambine, dalla condivisione nasce qualcosa di inatteso. Mi aggrappo a un’idea di bambino che non imita il mondo, ma lo costruisce attivamente, come accade nel Teatro proletario dei bambini di Asja Lacis, dove il bambino esplora i gesti e trasforma i residui del mercato in nuove forme, e l’educatore non gli impone un dettato ma osserva i suoi comportamenti prima ancora di agire.
Com’è Scampia vista dai bambini?
Scampia è tra i quartieri più verdi di Napoli. La sua Villa Comunale è un parco incredibilmente grande, eppure il suo accesso è attualmente delimitato da un cancello chiuso. Accanto, la Piazza Grande Eventi che ospita concerti sarebbe deserta se non ci fosse il Centro Territoriale Mammut con la sua sperimentazione pedagogica ventennale. Lo spazio pubblico, qui come altrove, è sotto un ridimensionamento costante.
Ci sono molte realtà associative, comitati e giardini coltivati dal basso che rendono possibile l’eterogeneità dell’incontro: nel disorientamento causato dall’assenza istituzionale, o l’intervento ritardato come nell’ultimo esodo degli ex abitanti delle Vele, questi spazi rappresentano delle bussole, dei punti di riferimento per i ragazzi e le ragazze che al loro interno possono sentirsi accolti e ascoltati senza giudizio. Non esiste una sola Scampia, ma tante quanti sono gli sguardi, le storie e le condizioni materiali e immateriali di ogni bambino e bambina.
Pensi che la fotografia possa avere anche un valore educativo/formativo per i bambini?
Durante l’anno di Servizio Civile nel centro CasArcobaleno osservavo uno degli educatori, Fabio Cito, anche fotografo, tenere un laboratorio di fotografia. Guidava i ragazzi e le ragazze nell’attraversare il quartiere con la fotocamera. Farlo ripetutamente permetteva la messa a fuoco di nuovi temi e soggetti. Viene in mente Fernand Deligny, che utilizzava l’apparato fotografico come un dispositivo educativo per i bambini autistici, che con macchine vuote, prive di rullino, inquadravano e risignificavano gli spazi e le relazioni tra loro e con essi. Quando il fotografare sposta le prospettive sedimentate, emerge anche il suo valore educativo. Diviene occasione per situarsi e rinnovare il proprio sguardo. Fotografia ed educazione si basano sull’osservazione e contribuiscono alla produzione di pensiero.
Ci racconti la tua esperienza sul campo durante la realizzazione del progetto?
Con l’associazione di volontariato Arrevutammoce, stavo partecipando a un progetto di scolarizzazione delle bambine e dei bambini Rom. Le prime volte, la vivacità di alcuni e alcune lasciava una grande confusione nelle classi. Un giorno ero abbattuto per il livello di caos che ne era risultato. Mi ero mostrato vulnerabile. In un momento di pausa, uno dei bambini mi aveva richiamato in classe per mostrarmi il suo lavoro segreto: aveva risistemato tutto. Poi abbiamo giocato a un, due, tre stella! e alla fine ho scattato una fotografia. È un procedere lentamente.
Nel progetto i corpi dei bambini vengono spesso frammentati. Mani, braccia, volti. Che valore hanno quei corpi?
Da bambino avevo delle carte raffiguranti parti del corpo differenti. Andavano combinate per formare delle figure. Avendone perse alcune, non rimaneva che assemblare i corpi non più seguendo le combinazioni previste ma quelle più bizzarre. Così, creavo una nuova regola. In fotografia, considero la frammentazione dei corpi come un termometro della relazione. Oltre a rispondere a una ricerca compositiva, è l’effetto di un movimento oscillatorio, un approssimarsi e un allontanarsi reciproco.
Quando una mano, un piede, un ritratto o un pugno alzato di Ciro, Rosy, Riccardo o Serena si muovono nello spazio, isolarli e inserirli in un quadro dove lo sfondo dismette il suo ruolo scenografico, permette l’apertura di un cosmo fatto di semplici gesti. Inizio a credere che quel braccio possa essere il mio, e così per la mano e per il ritratto. Basta questo perché io mi senta partecipe e mi riconosca nell’altro. I frammenti sono una risposta all’incapacità di cogliere l’interezza di una realtà.
Le tue immagini entrano in dialogo con la produzione di murales di Felice Pignataro. Ci racconti della sua idea di “arte” e “cultura” messa al servizio della gente comune e di come il tuo lavoro ne sia stato influenzato?
Quest’estate, entrando a Bari in macchina, ho notato sulla destra delle forme familiari: una serie di murales di Felice Pignataro, artista e attivista originario di quelle zone, e mancato a Napoli nel 2004. Dei murales di Felice mi colpisce il dialogo dei soggetti con le pareti che li ospitano. Intorno a una finestra a inferiate di una scuola media, un libro spalancato ne disegna la cornice. Interno ed esterno entrano in cortocircuito in quelle che spesso si configurano come meta-immagini, realizzate coinvolgendo i ragazzi e le ragazze in ciascuna fase, dalla scelta dei soggetti fino alla pittura.
Dalle pagine di un secondo libro bianco, fuoriescono figure infantili che ne tracciano il margine con dei pennelli. In basso a destra una firma-icona: un teschio dal doppio volto e la scritta Gridas. Ritorno a Scampia dove Felice Pignataro e Mirella La Magna hanno scelto di portare avanti la loro attività di coscientizzazione. Nel 1981 fondavano il Gridas [Gruppo Risveglio Dal Sonno, un’associazione culturale senza fini di lucro, N.d.R.] e nel 1983 il Carnevale Sociale.
A Scampia come altrove, le immagini murarie, Utopie sui muri, hanno permesso a tanti di immaginare azioni di cambiamento ispirandosi ad esse. Oggi la sede storica del Gridas in via Monterosa, dopo una sentenza d’Appello che ne ha confermato lo sgombero, attende ancora una risposta dalle istituzioni, affinché ne riconoscano e tutelino il valore pubblico. Intoccabile rimane l’idea irradiante del Gridas, capace di contagiare gruppi e singoli nei loro percorsi.

Titolo Attenzione bambini liberi
Fotografie di Leonardo Galanti
Formato 16,8 x 23,8 cm
Pagine 72
Immagini 52
Prezzo 20 euro
Lingua italiano
Editore Postcart
Data pubblicazione marzo 2026
ISBN 9788831363723
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