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Home CULTURA INTERVISTE

Harry Gruyaert, il rivoluzionario del colore

Gruyaert fu tra i primi a usare il colore fotografico come forma d’arte. François Hébel ci parla della retrospettiva dedicata al grande fotografo belga, visitabile a Torino fino al 4 ottobre.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
11 Luglio 2026
in INTERVISTE
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Las Vegas, Nevada, USA, 1982. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
Las Vegas, Nevada, USA, 1982. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

Torino

Dal 18 giugno al 4 ottobre 2026

Harry Gruyaert non potrebbe mai fare a meno del colore. La sua idea di fotografia è partita proprio da lì, anche se le sperimentazioni in bianco e nero, all’inizio della sua carriera, non sono mancate. Membro dell’agenzia Magnum dal 1982, il fotografo belga ha rappresentato con il suo lavoro una zona di confine tra l’approccio reportagistico e quello più autoriale e artistico, diventando emblema di un cambiamento epocale, non solo per l’agenzia, ma anche per il panorama fotografico mondiale

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La mostra Harry Gruyaert. Retrospettiva – esposta a Camera (Torino) fino al 4 ottobre – ci conduce nei meandri del processo creativo di Gruyaert, rivelandone gli snodi e le evoluzioni, concettuali ma anche tecniche.
Abbiamo intervistato il curatore della mostra e nuovo direttore di Camera, François Hébel, per farci raccontare qualcosa di più della mostra e della carriera di Harry Gruyaert.

Carnevale, Anversa, Belgio, 1992. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
Carnevale, Anversa, Belgio, 1992. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

Quando Harry Gruyaert ha iniziato a fotografare a colori, all’inizio degli anni Sessanta, il colore non era ancora così usato. Chi lo ispirò e cosa lo attrasse del colore rispetto al bianco e nero?

Harry ha iniziato a fotografare in bianco e nero, ma non lo sentiva aderente alla sua visione, come non trovava molto stimolante fotografare in Belgio. Per lui, il suo Paese natale era ‘grigio’, così se ne andò a Londra, a New York, nelle grandi metropoli del mondo, fino a fermarsi a Parigi.
A New York vide le mostre di William Eggleston, Saul Leiter, e altri autori che usavano il colore. Da loro si fece ispirare. Capì in fretta che il colore era più collegato alle sue passioni, come il cinema e la pittura.

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La mostra inizia con la serie TV Shot, degli inizi degli anni ’70, da quale riflessione nasce questo progetto? Pensa che il suo lavoro in televisione, prima di dedicarsi alla fotografia, abbia influito su questo suo primo progetto?

Il suo lavoro in televisione, come direttore della fotografia, sembra una parentesi nella sua carriera, ma non lo è. È stato un momento importantissimo per la sua idea di fotografia e per il suo lavoro successivo. Era soprattutto interessato al cambiamento epocale che si verificò con il passaggio della televisione in bianco e nero al colore. Secondo lui, la programmazione televisiva migliore era quella inglese, non solo da un punto di vista dell’immagine, ma soprattutto per il contenuto dei programmi. In Inghilterra erano molto avanguardisti.

TV Shot. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
TV Shot. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

Con TV Shot ha portato avanti una riflessione di ‘distruzione dell’immagine televisiva’, decostruendo certi eventi iconici come le Olimpiadi di Monaco nel 1972 e l’atterraggio lunare dell’Apollo nel 1969, o anche l’immaginario televisivo del nuovo intrattenimento, dei nuovi modi di fare i telegiornali. TV Shot è un lavoro sintetico sull’immaginario televisivo degli anni ’70, che usa una versione pop del colore.

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Ci sono delle connessioni, secondo lei, tra questo lavoro e quello degli schermi televisivi di Friedlander?

Friedlander in quel caso lavorò in bianco e nero, per Harry il colore era fondamentale, anche proprio dal punto di vista del significato del progetto. Però, effettivamente, concettualmente la riflessione sull’immaginario televisivo come immaginario collettivo era molto simile. Anche Friedlander usava i soggetti mandati in onda come elementi di un paesaggio, giocando con le luci e le ombre.

Mosca, URSS, 1989. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
Mosca, URSS, 1989. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

Harry Gruyaert non è propriamente un fotografo di viaggio, ma ha fotografato molto nel corso dei suoi numerosi viaggi in giro per il mondo, in Marocco, in India, in America, in Russia, anche in Italia. Usava il colore come elemento identificativo del Paese che fotografava?

La sua aspirazione non era di produrre arte, ma di conoscere il mondo e ha scelto la fotografia per esprimere il suo linguaggio, il suo pensiero. Lui è dislessico e il fiammingo, sua lingua d’origine, non è parlato da molte persone, così ha usato il linguaggio fotografico come connessione con le persone e con il mondo stesso. Per questo motivo le sue fotografie in viaggio sono molto importanti, nella complessità della sua opera.

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Ovviamente adeguava il gioco di colori, di luci e ombre, l’equilibrio geometrico, in base al Paese da fotografare. Il lavoro che più esemplifica questo aspetto è East/West che raccoglie le immagini di Las Vegas e Los Angeles nel 1981, rappresentazioni di ricchezza e benessere con colori brillanti, e quelle di Mosca fatte nel 1989, che anticipavano di qualche anno la dissoluzione dell’Unione Sovietica, prodotte con toni pastello e un’ambientazione calma e quasi sospesa.

Baie de Somme, Francia, 1991. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
Baie de Somme, Francia, 1991. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

L’immagine Baia di Somme, Francia, 1991 rimanda a una veduta pittorica, per composizione, colore, ombreggiature. Ci racconta quell’immagine e in che modo, da un punto di vista concettuale e compositivo, per Gruyaert e la sua visione, le analogie con la pittura sono sempre state molto importanti?

Penso che quell’immagine sia il capolavoro assoluto di Harry. L’influenza dei pittori fiamminghi è evidente. Ciò che è interessante dell’intera serie sulle spiagge è che le immagini in sé si compongono di pochissimi elementi: la spiaggia, l’orizzonte, l’acqua, punteggiati dalle persone che compaiono qua e là. È molto essenziale, anche banale, in un certo senso, ma Harry riesce a scovare l’equilibrio degli elementi che rende l’immagine una fotografia, e non una semplice registrazione. Ho concluso la mostra con questa immagine proprio perché, secondo me, mette un punto a tutta la sua produzione.

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Che tipo di pellicole usava e come l’estetica di quelle specifiche pellicole si inseriva nel plasmare il suo stile?

Ha sempre usato Kodachrome, che saturava l’arancione, il giallo e il rosso e definiva più profondamente le ombre. Inoltre, impazziva per la stampa su Cibachrome, per la sua nitidezza e brillantezza. Si sentiva un po’ come un ‘ambasciatore’ della Cibachrome. In seguito, è stato uno dei primi fotografi a interessarsi alla stampa digitale, proprio per la sua propensione a sperimentare le novità.

Parigi, Francia, 2012. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
Parigi, Francia, 2012. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

L’intera sua opera è riconoscibile anche dall’evoluzione dei materiali che usava, della tecnologia che evolveva con il tempo. Per questo motivo Harry, secondo me, è stato un vero precursore. Questa mostra è particolarmente interessante proprio perché abbraccia tutta la sua produzione, mettendone in evidenza le differenze tecnologiche e stilistiche in base al periodo storico.

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L’avvento del digitale come ha cambiato il suo lavoro, sia da un punto di vista estetico, sia tecnico e pratico?

Ha sicuramente ampliato le sue possibilità espressive.

Nel 1982 Harry è entrato nell’agenzia Magnum, dove la tendenza generale era più orientata verso il fotogiornalismo, sulla scia di Henri Cartier-Bresson. Pensa che il suo arrivo abbia aperto la visione dell’agenzia a un approccio più artistico?

Prima di Gruyaert, alla Magnum, era entrato Alex Webb, che come Harry ha un approccio meno reportagistico e più attento alla composizione delle forme e all’equilibrio del colore e della luce con le ombre. Poi anche Josef Koudelka. Sicuramente, per loro, non è stato facile entrare nell’agenzia proprio in virtù di questa loro identità più ‘artistica’, ma tra Gruyaert e Cartier-Bresson c’era una profonda amicizia.

SNFC Fret. Marsiglia, Francia, 2001. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
SNFC Fret. Marsiglia, Francia, 2001. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

L’anima della Magnum è sempre stata segnata da profonde divergenze e opposizioni di ‘frange’, che si manifestavano in occasione dell’assemblea annuale, durante la quale si discuteva anche dell’entrata dei nuovi membri. Ho assistito e partecipato a delle discussioni molto accese, tra la frangia più ‘tradizionalista’ e quella più ‘innovativa e progressista’.

Chi fu dalla parte di Gruyaert quando entrò?

Questo non lo so precisamente, visto che io non ero lì quando successe, ma posso immaginare che fotografi come Raymond Depardon o Martine Franck lo appoggiassero.

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Questa mostra è la prima mostra da quando è diventato direttore di Camera. È una sorta di manifesto, per lei?

A dire il vero guardando il programma passato ho notato che molti dei fotografi esposti, spesso leggende della fotografia, non erano più in vita. Non essendo uno storico della fotografia, e avendola sempre approcciata relazionandomi e incontrando gli autori, vivendoli, dialogando con loro, volevo usare questo metodo come fondamenta anche del mio incarico a Torino e quindi pensare a una programmazione che mettesse a confronto il fotografo, in carne e ossa, con il pubblico.

La Courneuve, Francia, 1985. © Harry Gruyaert/Magnum Photos
La Courneuve, Francia, 1985. © Harry Gruyaert/Magnum Photos

Harry Gruyaert. Retrospettiva

  • A cura di François Hébel
  • CAMERA, via delle Rosine, 18 – Torino
  • dal 18 giugno al 4 ottobre 2026
  • tutti i giorni 11-19, giovedì 11-21
  • intero 13 euro, ridotto 10 euro
  • camera.to

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