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Home MOSTRE & CONCORSI MOSTRE FOTOGRAFICHE IN PROGRAMMA

Venti modi brillanti per raccontare la Storia partendo dalla fotografia dell’era coloniale

Nuove versioni del passato nella collettiva “Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea”.

Redazione Fotocult di Redazione Fotocult
12 Aprile 2026
in IN PROGRAMMA
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Wendy Red Star, Spring – Four Seasons, 2006. © Wendy Red Star, per gentile concessione dell’artista; collezione del Newark Museum of Art
Wendy Red Star, Spring – Four Seasons, 2006. © Wendy Red Star, per gentile concessione dell’artista; collezione del Newark Museum of Art

Zurigo (Svizzera)

Dal 16 aprile al 6 settembre 2026

“Come può l’arte aiutarci a raccontare storie polifoniche? Quali storie sono nascoste nelle fotografie storiche? E in che modo gli artisti contemporanei le hanno portate alla luce?”. Con questa serie di domande si apre il comunicato stampa della mostra Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea, in programma al Museo Rietberg di Zurigo (Svizzera) dal 16 aprile al 6 settembre 2026.

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Parliamo di una collettiva di venti artisti di fama internazionale provenienti da Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania, che lavorano con materiale visivo dell’era coloniale. Le loro opere – poetiche, critiche, visionarie – indagano come tali immagini definiscano identità, storia, senso di appartenenza e come possano essere reinterpretate.
La mostra è composta da fotografie, tessuti, film e sculture ed è costruita attorno a quattro sezioni tematiche, accomunate da un atteggiamento di speranza nei confronti della memoria, che rimane fluida e capace di resistere.

Aline Motta, Se o mar tivesse varandas (If the sea had balconies) #4, 2017. © Aline Motta, per gentile concessione dell’artista
Aline Motta, Se o mar tivesse varandas (If the sea had balconies) #4, 2017. © Aline Motta, per gentile concessione dell’artista

Le quattro sezioni della mostra Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea

1.Mutazioni

Sono state scattate milioni di fotografie dall’invenzione del mezzo, ma questa eredità rimane distribuita in modo diseguale. In molti luoghi al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato delle comunità. Senza fotografie, una parte della Storia rimane nascosta, dunque nella prima sezione della mostra gli artisti reagiscono a questa assenza creando i propri archivi. Le loro opere rendono visibile ciò che è stato tramandato e ciò che è andato perduto.

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Artisti selezionati

Dinh Q. Lê (1968–2024, Vietnam). Cercando nei mercatini di Ho Chi Minh City le fotografie perdute della propria famiglia, Dinh Q. Lê ha scoperto migliaia di immagini appartenute a famiglie costrette alla fuga. In Crossing the Farther Shore, intreccia queste fotografie in grandi strutture cubiche che restituiscono un volto alle storie raramente raccontate della vita quotidiana nel Vietnam del Sud prima della guerra.

Dinh Q. Lê, Crossing the Farther Shore, 2014. © Dinh Q. Lê
Dinh Q. Lê, Crossing the Farther Shore, 2014. © Dinh Q. Lê

Rosana Paulino (nata 1967, Brasile) denuncia la mancanza di documentazione visiva delle persone nere nella memoria culturale brasiliana. La sua opera monumentale Parede da Memória (Muro della Memoria) ripete gli stessi undici ritratti 750 volte, rendendo impossibile ignorare le lacune della memoria collettiva.

Quando rifiutiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non esiste mai una sola storia su un luogo qualsiasi, riconquistiamo una sorta di paradiso.
Chimamanda Ngozi Adichie, The Danger of a Single Story, TED Talk, 2009

Cédric Kouamé (nato 1992, Costa d’Avorio). Con The Gifted Mold Archive, esplora la materialità della fotografia. La mancanza di misure di conservazione in Costa d’Avorio ha fatto sì che molte fotografie si deteriorassero: questa decomposizione genera nuove composizioni e spazi inattesi per l’interpretazione.

Rosana Paulino, Das Avós (From Grandmothers), 2019. © Rosana Paulino, per gentile concessione dell’artista e Mendes Wood DM
Cédric Kouamé, dalla serie The Gifted Mold, 2012, Costa d’Avorio. © Cédric Kouamé, per gentile concessione dell’artista

2.Confronto

La colonizzazione si è sviluppata parallelamente alla diffusione della fotografia in tutto il mondo, che ha agito come strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, come diversi. Immagini di questo tipo sono state riprodotte in massa in riviste e cartoline, diventando parte integrante della nostra memoria visiva collettiva. Ma le immagini non si limitano a plasmare il modo in cui vediamo il mondo: stabiliscono anche ciò che crediamo di essere. Gli artisti presentati nella seconda sezione della mostra traggono forza proprio da questi stereotipi coloniali; cercano fotografie del passato, le decostruiscono e danno loro nuovi significati, reinterpretando ciò che era stato imposto come verità visiva.

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Artisti selezionati

Wendy Red Star (1981, USA). Nella serie Four Seasons, prende di mira con ironia e precisione le fotografie storiche dei nativi nordamericani. I suoi autoritratti messi in scena deridono l’idea romantica secondo cui gli indigeni vivessero in perfetta armonia con la natura: lo fa utilizzando paesaggi artificiali, fiori di plastica, erba sintetica e animali gonfiabili.

Omar Victor Diop (1980, Senegal). Nel progetto Being There (in collaborazione con Lee Shulman, 1973, Regno Unito), si inserisce retroattivamente in scene della vita quotidiana della popolazione bianca degli Stati Uniti degli anni ’50 e ’60. Con naturale sicurezza, appare in situazioni da cui, come uomo nero, sarebbe stato escluso a causa della segregazione razziale.

Omar Victor Diop & Lee Shulman, The Anonymous Project presents Being There 54, 2023. © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A
Omar Victor Diop & Lee Shulman, The Anonymous Project presents Being There 54, 2023. © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A

Yuki Kihara (1975, Samoa). Nel video First Impressions: Paul Gauguin, crea una satira in stile talk show. I partecipanti discutono in modo irriverente i dipinti tahitiani di Paul Gauguin, affrontando le sue rappresentazioni stereotipate del genere e sviluppando letture queer che ribaltano l’iconografia del pittore.

3.Cura

Nel corso del tempo, le fotografie storiche hanno spesso mostrato ingiustizie. In tutto il mondo, la fotocamera ha documentato lo sfruttamento dei corpi e della terra. Gli artisti della terza sezione reagiscono a queste immagini storiche con una forma di empatia radicale. Intervengono nelle fotografie, cercando di proteggere coloro che hanno subito ingiustizie davanti – e oltre – l’obiettivo. Queste opere ci ricordano che il passato non è davvero passato: le sue eco sono ancora avvertibili nel presente.

Sasha Huber, Tailoring Freedom – Delia, profile, 2023. © Sasha Huber, per gentile concessione dell’artista e Harvard University
Zenaéca Singh, Signal Station – Front, 2025, dalla serie Along the South Coast. © Zenaéca Singh, per gentile concessione dell’artista e Guns & Rain

Artisti selezionati

Sasha Huber (1975, Svizzera) mostra come le fotografie storiche possano essere “rammendate” nella serie Tailoring Freedom. Con un gesto di cura furiosa, utilizza una graffettatrice per intervenire sulle immagini realizzate dal naturalista svizzero-americano Louis Agassiz, che nel 1850 fece fotografare persone schiavizzate nude nel tentativo di sostenere la sua teoria della “gerarchia delle razze”. Le graffette perforano l’immagine, creando un’armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli allo sguardo colonialista.

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Nel 1882, il pittore e fotografo statunitense Thomas Eakins realizzò fotografie di una bambina nera nuda. Oggi, queste immagini rivelano quanto i corpi dei bambini neri fossero sessualizzati e oggettificati. 
Mary Enoch Elizabeth Baxter (1981, USA) interviene in quel momento fotografico, utilizzando il proprio corpo come uno scudo protettivo per la bambina.
Zenaéca Singh (2000, Sud Africa) discende da antenati che furono condotti dall’India alla colonia di Natal (attuale Sudafrica) come lavoratori a contratto nelle piantagioni di zucchero. Per Singh, lo zucchero non è solo un soggetto artistico: è una materia viva della memoria familiare. Incorpora le fotografie della sua famiglia nel vetro di zucchero, creando immagini fragili e luminose che invitano a uno sguardo intimo sulla propria storia.

Tshepiso Moropa, Night Riders, 2025. © Tshepiso Moropa, per gentile concessione dell’artista
Dimakatso Mathopa, Individual Beings (Moving VI), 2023–24. © Dimakatso Mathopa, per gentile concessione dell’artista; Museum Rietberg

4.In the Photo Fantastic

Le lacune nella storia scritta, le fratture nella propria biografia o le informazioni mancanti sulle persone raffigurate costituiscono il punto di partenza della sezione finale della mostra. Qui, gli artisti si basano sui metodi della critical fabulation sviluppati da Saidiya Hartman, in cui i vuoti della storia vengono colmati attraverso modalità immaginative. Gli artisti si dedicano a questa pratica visiva speculativa, che si costruisce a partire da frammenti storici, dando origine a scene in cui memoria e fantasia si intrecciano. Le figure rappresentate assumono nuovi ruoli, voci e identità, raggiungendo uno spazio ricco di possibilità, dove passato, presente e futuro si mescolano e dove, per un momento, il paradiso sembra a portata di mano.

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Artisti selezionati

Raphaël Barontini (1984, Francia). La sua arte è popolata da eroine che la storia ha ignorato. La sua ultima opera è basata su Nobosudru, una donna proveniente dall’attuale Repubblica Democratica del Congo, il cui ritratto fu scattato durante un viaggio in Africa organizzato da Citroën nel 1924–25. In Europa, la sua immagine divenne un simbolo della figura della “donna africana”. Barontini immagina quell’incontro dal punto di vista di Nobosudru, invertendo lo sguardo coloniale. Non più soggetto passivo della rappresentazione, ma autrice della propria storia.

Raphaël Barontini, The Golden Ladies, 2026. © 2026, ProLitteris, Zurigo, per gentile concessione dell’artista
Raphaël Barontini, The Golden Ladies, 2026. © 2026, ProLitteris, Zurigo, per gentile concessione dell’artista

Andrea Chung (1978, USA). Rielabora il mito afrofuturista di Drexciya, secondo cui le donne africane incinte, gettate in mare dalle navi negriere, avrebbero dato alla luce bambini capaci di vivere sott’acqua. Questi bambini avrebbero fondato un regno sottomarino paradisiaco, dove il trauma della schiavitù si trasforma in una storia di sopravvivenza, resistenza e futurismo nero. Chung immagina un museo per gli abitanti di Drexciya. Nelle sue opere compaiono i volti di donne nere tratti da fotografie storiche della collezione del Museo Rietberg, restituendo loro nuova visibilità.

Il Museum Rietberg custodisce una vasta collezione di fotografie scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Tra queste vi sono documentazioni visive etnografiche e coloniali, nonché fotografie di studio realizzate da fotografi africani e asiatici. Queste fotografie costituiscono un sottile filo conduttore che attraversa tutte le sezioni della mostra e, nelle loro nuove opere, gli artisti vi hanno attinto per rendere visibili i messaggi nascosti in queste immagini.
La mostra è accompagnata da un catalogo dettagliato, pubblicato in tedesco e inglese da Spector Books. Il catalogo è disponibile nel negozio del museo.

Anna Rein-Wuhrmann, Lydia Mo’ngewelune Cameroon, 1914. © Museum Rietberg
N. V. Parekh, Mombasa, Kenya, ca. 1955–70. © Museum Rietberg

Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea

  • Museum Rietberg, Gablerstrasse 15 – Zurigo
  • dal 16 gennaio al 6 settembre 2026
  • mar-dom 10-17, gio 10-20. Lunedì chiuso
  • intero 18 CHF, ridotto 14 CHF
  • mediakey.it

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