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Home CULTURA INTERVISTE

Una canadese a Napoli e le sue cartoline non recapitate

Kourtney Roy esplora Napoli, indossa vestiti colorati e realizza gli stravaganti autoritratti di “Failed postcards from Napoli”.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
4 Aprile 2026
in INTERVISTE
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Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Vesuvio I, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery
Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Vesuvio I, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery

Napoli

Dal 21 marzo al 30 giugno 2026

Dopo le due precedenti residenze d’artista di Anders Petersen (2022) e Anaïs Tondeur (2024) – chiamati a interpretare, ciascuno secondo il proprio stile, Napoli e il suo territorio – Cristina Ferraiuolo di Spot home gallery ha invitato per un mese l’artista e regista Kourtney Roy, interessata alla forma dell’autoritratto per raccontare le città del mondo.
Ne è uscita la mostra Failed postcards from Napoli, in esposizione fino al 30 giugno. L’autrice canadese ha iniziato il suo lavoro assorbendo la cultura partenopea e il suo paesaggio, dopodiché si è calata nell’immaginario urbano con pose giocose, che cercano di sradicare gli stereotipi sulla napoletanità con ironia e leggerezza. Abbiamo intervistato Kourtney Roy per farci raccontare il suo progetto e il suo frizzante estro camaleontico.

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È difficile dialogare con l’immaginario di una città come Napoli, profondamente connotata da un proprio stile e da una propria cultura, ma l’intento del tuo progetto Failed postcards from Napoli era proprio questo. Ci sei riuscita?

Non è qualcosa a cui ho pensato consapevolmente. Il mio lavoro è molto istintivo e ha una forte carica di divertimento, sia per me mentre produco le immagini, sia, spero, per chi le guarda. Come sempre, ho semplicemente esplorato la città, l’ho osservata e poi ho isolato le zone e gli angoli urbani che mi attraevano. Successivamente ho tirato fuori la fotocamera, l’ho impostata, mi sono inserita nell’inquadratura e ho proceduto all’autoscatto.
Non rifletto troppo sulla pratica e sul metodo, il mio è un dialogo con la città che avviene a livello emotivo ed epidermico. Napoli mi piace molto e c’ero già stata molte volte, quindi non è stato necessario fare un grande lavoro preliminare per poter fotografare la città a modo mio.

Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Frutta secca, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery
Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Frutta secca, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery

Però la tua progettualità è ben definita, riconoscibile, come lo è anche l’iconografia napoletana…

Non scelgo, non penso consapevolmente a un’iconografia o a uno stile. Trovo un luogo che mi affascini e lì inizia la mia azione di interpretazione, in modo divertente e anche giocoso. Produco le immagini in questo modo da venticinque anni. Ovviamente adatto il mio lavoro ai diversi luoghi che visito. Il dialogo con le città è qualcosa che accade naturalmente a seconda di tanti fattori, come la luce del luogo, il paesaggio che esso offre, o il clima. Sono cose su cui io non posso avere il controllo e per questo mi adeguo.

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Quando interagisco con la città, in questo caso con Napoli, in un certo senso ne rimango distante, perché non voglio che il mio sguardo si imponga a una cultura e a un immaginario preesistente. Piuttosto che arrivare sul posto con una visione della città già definita, comincio guardando la città e la sua gente, un po’ come una spettatrice. Va detto, però, che sebbene la mia pratica sia piuttosto istintiva, la mia produzione è fortemente influenzata dal cinema e dalla letteratura, a cui attingo per creare il mio immaginario, elementi importantissimi per la mia idea progettuale.

Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Yellow Hair Rollers, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery
Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Yellow Hair Rollers, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery

Napoli, nel tuo progetto, è come un set a cielo aperto. In che modo hai costruito le immagini? Partendo dal paesaggio o dal personaggio che interpretavi?

Penso che paesaggio e personaggio, all’interno dell’immagine, evolvano insieme, in modo parallelo, intrecciandosi, dialogando. Come dicevo prima, lascio che le cose succedano, sia dal punto di vista creativo, nella mia mente, sia esternamente, nella realtà che mi sta attorno, per farmi influenzare da essa.

Le tue immagini creano un senso di ambiguità e di sospensione. Ce ne racconti qualcuna?

Una delle parti importanti del mio fare fotografico è l’interazione con chi guarda le mie immagini. Il senso di ambiguità e di sospensione di cui parli mi mette in collegamento diretto con lo spettatore, sulla cui reazione mi interrogo. In Vesuvio I, ad esempio, le mie gambe in aria fanno pensare a qualcosa di erotico, come se volessi fare l’amore con Napoli, con il suo paesaggio esposto davanti a me, e allo spettatore, di cui il Vesuvio è il simbolo per antonomasia.

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Questa è una chiara esemplificazione del dialogo tra la città, i suoi luoghi, anche la sua tradizione iconografica, e il mio inserirmi in essa, con un modo istintivo di intendere la fotografia.
Failed poscards from Napoli è un grande miscuglio di immagini di Napoli che ho messo insieme e volutamente mescolato, per creare anche un effetto caotico. Ma quello che mi interessa più di tutto è come lo spettatore reagisce alle immagini, cosa ne pensa. Ciò che penso o immagino io non ha molta importanza.

Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Yellow Ceremony, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery
Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Yellow Ceremony, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery

Le donne che rappresenti sono archetipi di qualcosa?

No, non sono degli archetipi.

Quindi rispetto al lavoro di Cindy Sherman, ad esempio, le tue immagini non vogliono mettere in scena una critica sociale o gli stereotipi del mondo…

Penso che mi si ricolleghi al lavoro di Cindy Sherman perché entrambe realizziamo autoritratti, ma lei non ha influenzato il mio lavoro. Non è un punto di riferimento per me. Rispetto la sua opera, è un’artista straordinaria, ma il suo lavoro ha un approccio concettuale molto più sociologico e critico, incentrato sulla rappresentazione della donna e sugli stereotipi. Il mio, invece è più legato alla creazione di mondi fantastici, all’immaginazione dal taglio cinematografico e letterario, ai mondi interiori dentro le nostre teste.

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Mi racconti, nello specifico, la produzione di Sunday Morning II?

Con Cristina passavamo spesso in un’area industriale, nella zona est di Napoli, che continuava ad attrarmi. Ho sentito il desiderio di fotografare lì, così ci siamo andate di domenica mattina, quando pensavamo ci sarebbe stato meno traffico. Abbiamo parcheggiato e ho iniziato a guardarmi intorno per cercare ispirazione. Mi piaceva lo scenario della strada sopraelevata e così l’ho inquadrata e mi ci sono messa dentro. Ho iniziato facendo delle prove, per capire la luce e quali elementi si inserissero, successivamente sono tornata alla macchina, dove avevo riposto una valigia piena di vestiti, scegliendo un top e dei pantaloncini riflettenti.

Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Sunday Morning II, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery
Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Sunday Morning II, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery

Con la luce del sole brillavano magnificamente. La giacca, invece, me l’ha prestata Cristina. Poi, ho aggiunto la borsetta a forma di conchiglia e ho iniziato a giocare un po’ con le pose, le espressioni e i movimenti, in una specie di performance. Trovo che Sunday Morning II sia un’immagine molto divertente e anche molto kitsch. Non ho un’idea precisa in mente quando produco questo tipo di immagini, faccio molte prove e poi, in fase di editing, scelgo quella che si adatta meglio al resto.

Come ti sei mossa per cercare le location?

Attraverso Cristina, che conosce benissimo la città, essendoci nata e cresciuta.

In quanto tempo hai prodotto la serie?

Sono stata a Napoli l’anno scorso, due settimane a marzo e altrettante a giugno.

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Che valore hanno i colori che usi?

Mi piace davvero tanto il colore. Fotografo sempre a colori e, personalmente, tendo a indossare abiti molto colorati. Ma per quanto riguarda il mio lavoro fotografico non penso ci sia un valore specifico relativo all’uso del colore, un simbolismo o una metafora. Quando sono in un luogo lo vedo a colori e quello che faccio è riprodurlo come è.  In base alla luce che c’è scelgo i colori da indossare.

Usi spesso colori primari nelle tue immagini…

Effettivamente è vero, mi piacciono molto, ma non lo faccio di proposito.

Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Views of the City, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery
Kourtney Roy, Failed postcards from Napoli, Views of the City, 2025. © Kourtney Roy, Courtesy Spot home gallery

Quanto l’immaginario cinematografico italiano ti ha influenzato in questo progetto?

Non così tanto. Mi piace Antonioni e tra i contemporanei Matteo Garrone e ho visto film come Ieri, oggi e domani o Matrimonio all’italiana. Ho sicuramente percepito le tracce di questo tipo di immaginario intorno a me quando sono stata a Napoli per produrre il mio lavoro, attingendo, ad esempio, dalla rappresentazione che si fa della donna napoletana. Ma, per essere sincera, non c’è un film in particolare o un regista che mi abbia specificamente influenzato per Failed poscards from Napoli.

In generale, chi sono i registi che hanno influenzato il tuo lavoro?

Direi sicuramente David Lynch, Werner Herzog e Peter Greenaway. Alcuni miei film preferiti, ad esempio, sono Donnie Darko di Richard Kelly o A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg. Nel mio lavoro sono molto influenzata dal cinema, soprattutto dal cinema americano degli anni ’70.

Ulteriori informazioni sul lavoro di Kourtney Roy sono disponibili sul sito della fotografa, kourtneyroy.com.

Kourtney Roy. Failed postcards from Napoli

  • Spot home gallery, via Toledo, 66 – Napoli
  • dal 21 marzo al 30 giugno 2026
  • lun-ven 15.30-19.30
  • ingresso gratuito
  • spothomegallery.com
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