Lello, sei parte della giuria di Laowa Lovers – Wide Angle Awards: in poche parole, vuoi raccontare chi sei ai nostri lettori?
Dal 1981, prima di diventare direttore della fotografia di Airone, per questa rivista ho tenuto una rubrica di fotografia naturalistica e ho fatto un paio di copertine e una guida.


Dal 1986 al 2007 sono stato il photo editor di Airone. Per dare un’idea del lavoro mostro questo articolo pubblicato in occasione dei 20 della rivista. Un lungo articolo dedicato a chi ha creato il suo successo: i fotografi. In questo articolo sono celebrati solo i fotografi naturalisti, i più grandi dal 1970 al 1990.
Per quanto riguarda la mia attività di curatore di mostre fotografico mi limito a citare le più importanti (per me): nel 1995 per Amnesty International la mostra Cento Fiori presso la galleria di Carla Sozzani a Milano, con il contributo dei maggiori fotografi del mondo, Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Eduard Boubat, Salgado, Berengo Gardin, Annie Leibovitz, Mapplethorpe, Tina Modotti e altri. Nel 1997 Un mondo senza tempo, del fotografo olandese Frans Lanting presentato nel castello di Marostica; nel 1998 Centocinquant’anni di Associated Press per celebrare un importante compleanno della più prestigiosa agenzia di stampa del mondo; nel 1999 la mostra Woodstock Dream presso la galleria di Carla Sozzani per il trentennale di Woodstock; nel 2005 ObiettivoUomoAmbiente, manifestazione di fotografia e scienza dedicata all’ambiente presso l’Università della Tuscia di Viterbo.


Oggi, per due riviste “analogiche”, Gardenia e Orobie, curo con mio figlio Niccolò le rubriche dedicate alla Foto del Mese di cui propongo qui sopra due esempi, uno dedicato al mondo del giardino, l’altro dedicato più in generale a una fotografia di particolare valore.
Fino a ieri ho vissuto una collaborazione di più di 20 anni con FOTOgraphia diretta da Maurizio Rebuzzini. E da pochi mesi collaboro con una rivista digitale, quella che state leggendo. Direzione e redazione incontrano perfettamente la mia visione della Fotografia e della Natura. Per esempio pubblicando magistralmente un ricordo dedicato a Jane Goodall.
In quali contesti sei più abituato a valutare immagini (mostre, editoria, concorsi, commissioni)?
Sempre professionalmente ho fatto parte di diverse giurie. Mi limito a citare quella che per me è stata più importante: il Wildlife Photographer of the Year, edizione 2013, presieduta dal grande fotografo naturalista Jim Brandenburg.
Cosa ti annoia di più nei concorsi fotografici “standard”?
La mancanza di cultura fotografica delle giurie. Alcuni giurati hanno fatto i ricercatori iconografici per qualche anno in un settimanale e credono di essere diventati dei critici fotografici. Esemplifico: a commento della foto vincitrice del WPP edizione 2024, vinto da un fotografo Retuers, Mohammed Salem con la foto “La pietà di Gaza“, un esperto che non cito affermò «C’è di buono che il template per vincere il WPP ora lo sappiamo». Ma foto simili avevano vinto solo altre due volte al WPP, quella di Hocine sulla tragedia algerina nel 1998 e quella di Samuel Aranda sullo Yemen nel 2012. Due foto simili in più di cinquanta anni di concorso.
Qual è l’errore più comune che vedi nelle foto di concorso?
La mancanza di cultura fotografica dei concorrenti. La cultura deve essere vasta e non solo approfondita nel settore di interesse, nel mio caso la fotografia è “vivere la natura, conoscere il mondo”, il sottotitolo di Airone. Qui suggerisco la lettura, per questo ambito, di alcuni libri e riviste secondo me indispensabili.
Ma a questo proposito cito un pensiero del grandissimo Maurizio Rebuzzini, mancato il 17 settembre 2025: «La gente crede di saper fare almeno tre cose nella vita: saper fotografare, saper parlare di fotografia, andare a cavallo. Ahimè solo il cavallo protesta».
Quanto contano tecnica, idea e coerenza nel tuo giudizio?
Poco. Quello che conta è la conoscenza, la cultura. Per esempio ricordo che in fotografia esistono alcune “regole” inscritte profondamente nel DNA del fotografo, se si dice “composizione” pavlovianamente si risponde “la regola dei terzi”. La Regola dei Terzi prevede di comporre l’immagine seguendo delle linee che dividono l’inquadratura appunto in terzi. Decidere in base alla “regola dei terzi” mi fa ridere.
Basta aver guardato una volta con attenzione “La Città Ideale” conservato presso La Galleria Nazionale delle Marche a Urbino per capire come devono essere progettate le proporzioni.
Quanto pesa la postproduzione?
Dipende dall’intervento. Un po’ ingenuamente tendo ad accettare quelli che ricordano le operazioni che si riuscivano a fare col bianconero in camera oscura. Ma un punto di riferimento più razionale sono i regolamenti dei concorsi più importanti. Cito di nuovo e come esempio, il Wildlife Photographer of the Year. A questo proposito e del giudizio degli esperti sulla “verità” raccontata da una fotografia racconto questo indimenticabile fatto. Era il 1994, Il governo dell’Ecuador aveva invitato per circa un mese una quarantina di fotografi di livello mondiale. Cito, per esempio, Yann-Arthus Bertrand, Peter Essick, Melissa Farlow, Michio Hoshino, Loup Langton, Pascal Maitre, Randy Olson, Daniele Pellegrini, Guido Alberto Rossi, Raghu Rai. Con i fotografi erano stati invitati sette photoeditor che avrebbero dovuto “editare” il lavoro dei fotografi: oltre a me, Jan Colbert (Università del Missouri), Mike Davis e Kent Kobersteen (National Geographic), Sylvie Rebbot (Geo France), Kathy Ryan (New York Times), Francisco Valdiviero (rappresentante dell’Editore).
La pellicola utilizzata dai fotografi era il Kodachrome 64. Alla fine del lavoro non erano i fotografi a effettuare la prima scelta: i fotografi consegnavano i rulli che venivano mandati negli USA per lo sviluppo (ricordo che il Kodachrome era una pellicola in B&N a cui venivano aggiunti i copulanti, ossia i colori, solo in fase di sviluppo che avveniva solo ed esclusivamente nei laboratori Kodak). Noi photoeditor ci saremmo comportati come la giuria di un concorso: questa foto sì, questa no, questa è “staged”, ossia posata, finta.
La foto in questione era uno straordinario scatto di Daniele Pellegrini, che mostrava un chagra (mandriano delle Ande) con il vulcano Cotopaxi. Daniele lo intravede dalla jeep, lo raggiunge e gli chiede di passare due o tre volte davanti a lui con lo sfondo del vulcano. Niente da fare. Uno (io) contro sei, la giuria decise di non far entrare la foto nel libro che stavamo curando “Descubriendo Ecuador”. Penso che la fotografia sia costruita se si allestisce un palcoscenico dove i personaggi mimano la realtà. Ma non è costruita se chiedi a un vero mandriano incontrato per strada di passarti davanti due tre volte con il cavallo. Ovviamente è una “vexata quaestio”, per questo la propongo ai lettori di FOTO Cult. Voi cosa avreste fatto?
In quali situazioni un’ottica estrema cambia davvero il risultato?
In tutte le situazioni l’ottica, con la sua lunghezza focale, non può che cambiare totalmente il risultato.
Il grandangolo è più difficile da usare o solo più frainteso?
Il grandangolare è l’obiettivo più difficile da usare ma è quello che amo di più.
Se dovessi partecipare tu, che foto NON manderesti mai?
Mah… posta così la domanda è troppo poco precisa. A domanda poco precisa rispondo in modo generico: non manderei mai una foto che non mi piace.
Cosa diresti a chi è indeciso se partecipare?
Mitigando un po’ una risposta precedente, rispondo celebrando la figura del fotografo amatore. Guardate, per esempio, la fotografia di Gianluca Gianferrari, uno spettacolo di parossismo vulcanico dell’Etna, primo premio assoluto all’HIPA (Dubai) 2025.
Gianluca, personaggio straordinario, divide la sua vita tra una professione di routine, il funzionario di banca, e la Fotografia con la F maiuscola, dove tutto è invece improvvisazione, imprecisione, scoperta, meraviglia.
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