Luca, quanto contano tecnica, idea e coerenza nel tuo giudizio?
Direi che mi interessa soprattutto l’idea. Poi la coerenza, infine la tecnica.
Cosa ti fa fermare davanti a un paesaggio o a uno scorcio urbano già visto mille volte e tentare di immortalarlo ancora?
Quando avverto l’intensità di un luogo non penso mai alle immagini che altri hanno già realizzato. Lo fotografo per l’emozione che mi dà senza pormi problemi di sorta. In fondo, le immagini dei luoghi sono anche le mie vere fotoricordo. Ho iniziato con questo spirito lavorando proprio su Venezia, la mia città, uno dei luoghi più fotografati del mondo. Sono sempre stato abbastanza consapevole del “già visto”, ma incurante della cosa per predisposizione.
Quanto pesa la postproduzione?
Nel mio caso conta molto. È una camera oscura elevata a potenza. Un modo per rivivere il momento. Perfezionare le luci. Probabilmente, anche per mentire a se stessi, pur restando fedeli allo spirito e all’intento originari. Niente è definitivo finché rimane modificabile.
In quali situazioni un’ottica estrema cambia davvero il risultato?
Personalmente, cerco di usare un grandangolo spinto solo quando lo spazio ristretto lo impone davvero.
Preferisco in genere una visione non estrema, non forzata. L’occhio non dovrebbe decifrare immediatamente con che tipo di ottica è stata fatta la foto. Quello che per me conta davvero è il decentramento, la possibilità di inquadrare esattamente ciò che voglio senza generare linee cadenti. Nelle foto d’epoca le macchine a soffietto ottenevano questo risultato in modo del tutto naturale. Il mio modello di visione restano i quadri di Canaletto e Bernardo Bellotto, o le fotografie di Carleton Watkins, il loro sguardo è amplissimo ma non si avverte alcuna forzatura prospettica.
Il grandangolo è più difficile da usare o solo più frainteso?
Credo sia più difficile perché è, appunto, una sorta di scelta limite. Ovviamente, dipende anche a che lunghezza focale ci riferiamo, perché c’è moltissima differenza tra un 28mm, un 20mm e così via.
Insomma, di solito si vede che una foto è fatta col grandangolo perché c’è un primo piano protagonista, e magari qualche percettibile distorsione ai bordi. Tutto può diventare malamente “stretchato” e apparire volgare. Bisogna usarlo al momento giusto evitando di finire nella facile trappola della sua “onnicomprensibilità”. Si rischia un’inquadratura troppo ampia e vaga. In un grandangolo ci stanno un sacco di cose – il modo in cui queste vengo disposte nello spazio fa la differenza. A volte, può aiutare trasformare la foto in una panoramica molto lunga e bassa per smorzare il peso di un grande cielo noioso e di un vasto primo piano magari tutto vuoto.
Se dovessi partecipare tu, che foto NON manderesti mai?
Non partecipo mai ai concorsi, fondamentalmente per pigrizia, e in parte – ammetto – per sfiducia. Credo comunque che sia meglio presentare immagini con un soggetto forte, strutturate semplicemente, senza troppi livelli di lettura e informazioni. Qualcosa che colpisca subito l’occhio.
In ogni caso, farsi conoscere da altri professionisti del settore (fotografi, critici, curatori, giornalisti, photo editor) non può che essere utile.
Il vero lavoro fotografico richiede abnegazione, e una buona dose di ossessione, non solo passione. L’obiettivo deve essere quello di sapersi costruire un corpus di lavoro coerente che ci definisca nel tempo.
Tutte le immagini che illustrano questa intervista sono di Luca Campigotto. Scopri di più sul suo lavoro visitando il suo sito ufficiale.
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