Lorenzo Zelaschi ha iniziato a fotografare quando l’India lo ha travolto, gridandogli nell’orecchio di tirare fuori il cellulare e scattare foto, perché bisognava iniziare subito a raccontare al mondo un pezzo sorprendente del mondo stesso. Il tempo gli ha insegnato il vero significato del viaggio, il viaggio gli ha insegnato i valori fondamentali della fotografia.
Un giorno – rientrato in Italia – ha preso coraggio, ha infilato un po’ di scatti in una chiavetta USB e l’ha portata a Gianni Berengo Gardin, senza troppe aspettative.
Quelle foto, invece, hanno fatto centro, gettando le basi per un progetto in collaborazione con il grande maestro della fotografia: il libro India dei villaggi 1980-2025, di cui vi abbiamo parlato in un articolo del 13 dicembre scorso.
Nell’intervista che segue, Lorenzo ci lascia entrare nella sua visione della vera esperienza del viaggio e della profonda pratica fotografica che vi si può innestare, per conoscere meglio persone, luoghi e culture che troppo spesso ci si limita a sfiorare distrattamente.
Quanto ti risulta facile ottenere uno sguardo diretto in camera?
In realtà non mi è mai risultato particolarmente difficile. Credo sia perché il contatto umano mi viene abbastanza naturale. Sono un po’ timido, ma allo stesso tempo molto aperto, e questo porta spesso le persone ad abbassare le difese, per mia fortuna.
Quando fotografo qualcuno che sa di essere osservato, cerco di creare una situazione il più possibile sincera. Chiacchiero un po’, faccio battute, provo a togliere peso alla presenza della macchina fotografica.
Succede anche a me di sentirmi a disagio davanti a un obiettivo, quindi conosco bene quel momento di imbarazzo iniziale.
La cosa importante, secondo me, è cercare di creare un contatto vero, perché quando accade, anche solo per pochi secondi, lo sguardo cambia, diventa più ‘trasparente’. Ed è lì che la fotografia inizia davvero a raccontare qualcosa.
C’è da dire che in certi casi, però, è opportuno stare zitti, diventare quasi invisibili e lasciare che la vita scorra senza interferire.
Cosa provi quando il tuo soggetto guarda in camera?
È una sensazione difficile da spiegare. Ogni persona è un mondo a sé, un piccolo universo con le proprie ferite, contraddizioni, paure, desideri. Quando uno sguardo mi consente di entrare, anche solo per un attimo, dentro quel mondo, succede sempre qualcosa di molto forte.
Per me il contatto oculare è una specie di dialogo silenzioso. Le persone spesso raccontano molto di più con gli occhi che con le parole, e la macchina fotografica, in certi momenti, riesce a raccogliere quella verità sottile che normalmente passa inosservata.
Sono convinto che ogni essere umano abbia una propria bellezza e una propria dignità. Mi torna spesso in mente una frase di Jack Kerouac che sento molto vera: ‘Ognuno va per la sua santa strada’. Ognuno porta dentro di sé una storia sacra a modo suo, e quando si decide di fotografare una persona è bene tenerlo a mente. È per questo che cerco di avvicinarmi alle persone con il massimo rispetto. In certi casi non è facile, e ovviamente mi capita anche di non riuscirci, ma ci provo sempre.
Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata la tua strada?
Mi trovavo in India. Ero appena sceso da un aereo a Nuova Delhi e davanti avevo l’inizio di un viaggio che sarebbe durato tredici mesi attraverso l’Asia. Era il 2017.
Fino a quel momento non avevo mai pensato alla fotografia come un lavoro. Avevo sempre vissuto dentro le immagini, questo sì: ho studiato arte, e da ragazzo dipingevo e vendevo quadri, ho fatto il grafico, il videomaker. Ma la fotografia ancora no. O forse era lì che mi aspettava da sempre e io non lo sapevo.
Ricordo che appena messo piede fuori dall’albergo ho iniziato a fotografare col cellulare, perché il mondo che avevo davanti era troppo pazzo, bello, colorato e interessante per lasciarlo scorrere via.
Dopo pochi giorni è arrivata una sensazione molto forte, una specie di pugno nello stomaco, ma bello. Di quelli che ti parlano.
Ho capito che dentro la fotografia c’era tutto quello che avevo sempre cercato: il viaggio, la strada, il contatto umano, il racconto, la scrittura, la possibilità di osservare il mondo e raccontarlo.
Da lì non ho più smesso. Successivamente ho comprato una macchina fotografica, e durante quel viaggio ho fotografato praticamente ogni giorno. Senza un piano preciso, ma con una fame enorme e molta determinazione a costruire il mio nuovo lavoro e la mia nuova passione.
Ti piace raccontare a parole le storie delle persone che compaiono nelle tue fotografie?
Sì, mi piace molto. La scrittura è una modalità creativa importante nella mia vita e, anche se il mio linguaggio naturale resta soprattutto visivo, mi è sempre piaciuto molto raccontare anche attraverso le parole. La letteratura, la poesia, la scrittura creativa sono passioni che mi accompagnano da quando ero ragazzo, e ancor di più da adulto.
Ci racconti una storia?
La storia che vi racconto si riferisce a una delle immagini pubblicate in questo articolo.
Camminavo sui ghat di Varanasi in una giornata molto calda e umida. Questa città ha un’atmosfera difficile da spiegare a parole. Sacra e caotica allo stesso tempo, bellissima e disturbante. Lì la morte non viene nascosta: i corpi vengono cremati sulle pire funerarie e le ceneri finiscono nel Gange. Quando si passa vicino ai roghi, inevitabilmente si respirano le molecole dei corpi carbonizzati. Eppure, a me non ha mai dato fastidio. Anzi, ho sempre sentito che quel rapporto così diretto con la morte fosse più sincero del nostro modo occidentale di allontanarla e chiuderla dentro una bara.
Per tornare a quel giorno, a un certo punto vidi un uomo disteso sui gradoni, addormentato sotto il sole. Gli indiani hanno spesso un’eleganza naturale anche nei gesti più semplici, persino nel modo di riposarsi. Ma lì c’era qualcosa di più. La posa del suo corpo, le braccia semi-aperte sul torace, la luce violenta del sole, la massa d’acqua sullo sfondo, le barche che sembravano sospese nel vuoto e nel tempo. Tutto questo insieme creava una scena mistica.
Ogni volta che guardo quest’immagine, non posso fare a meno di pensare a un Cristo abbandonato sulla croce, mentre il sole, come un Dio, gli parla. E la cosa che mi colpiva era proprio questo contrasto: da una parte la povertà, la semplicità assoluta di un uomo che dorme sulla dura pietra, circondato da stracci; dall’altra, l’aura sacra che sembrava avvolgere tutta la scena.
Fare reportage ha cambiato la tua persona?
Sì, assolutamente. E penso che continui a farlo. Fare reportage, soprattutto quando ti trovi lontano da casa, in posti remoti o completamente estranei, ti obbliga a entrare davvero in contatto con le persone. E per farlo bene non basta avere coraggio o tecnica. Devi attivare le antenne dell’empatia.
Ogni essere umano parla un linguaggio diverso: c’è chi è schietto e deciso, chi più delicato, o magari contraddittorio. Ognuno di noi è pieno di infinite sfumature e chi davvero vuole avvicinarsi alle persone deve imparare a comprendere e parlare diversi linguaggi, almeno un po’. Per me è una bellissima palestra.
Quali sono gli errori che hai smesso di commettere?
All’inizio tendevo a scattare molto di più. Un po’ per entusiasmo, un po’ per paura di perdere qualcosa. Il tempo mi ha insegnato a essere più essenziale e oculato nella fase di scatto, e a riconoscere meglio ciò che vale davvero la pena trattenere.
Ovviamente l’amicizia e il rapporto col grande e compianto Gianni Berengo Gardin mi hanno aiutato molto.
Come scegli se scattare a colori o in bianco e nero?
Dipende dal progetto, dal tipo di lavoro, da chi guarderà quelle immagini e anche dal contesto in cui nasceranno. Un lavoro commissionato spesso richiede scelte diverse rispetto a un progetto personale, più libero e istintivo.
Ma al di là di tutto, per me la scelta vera avviene sempre davanti alla fotografia stessa.
Ci sono immagini che pretendono il colore. Altre immagini invece funzionano meglio nel bianco e nero. È come se togliendo il rumore del colore restasse qualcosa di più profondo. Ma non c’è nessuna regola ovviamente.
Quanto conta lo strumento?
Lo strumento conta, ma fino a un certo punto. Alla fine, una macchina fotografica resta un pezzo di metallo e vetro e ciò che importa davvero è chi la impugna e soprattutto cosa ci passa attraverso.
Si può avere la fotocamera più costosa del mondo e non dire assolutamente niente, oppure fotografare con un vecchio telefono e racchiudere in un’immagine qualcosa di vivo.
Per me la fotografia non è solo tecnica. C’è dentro anche qualcosa di più difficile da spiegare, una specie di essenza invisibile. Qualcosa che ha a che fare con l’anima delle persone, con l’atmosfera di un momento, con quella strana scintilla che ogni tanto appare, se si presta davvero attenzione. La macchina fotografica, quando va bene, riesce a trattenere una traccia di quella sostanza lì.
Cosa pensi dell’evoluzione tecnologica, tra smartphone e intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale, dal mio punto di vista, non potrà mai eguagliare, né tantomeno superare l’essere umano nella capacità di estrapolare l’anima dalla materia, poiché è solo un potente calcolatore, niente di più e niente di meno. Può creare immagini incredibili, perfette, lucidissime, ma spesso quelle immagini lasciano addosso una sensazione fredda. Come una bellissima stanza d’albergo dove però non ha mai dormito nessuno.
Gli smartphone invece, lo sappiamo, al giorno d’oggi hanno raggiunto una qualità d’immagine molto buona. Tuttavia, non c’è paragone con l’avere una macchina vera tra le mani, anche solo per il semplice motivo che la macchina ha il mirino, e fotografare sotto il sole con il cellulare è come scattare alla cieca.
Negli anni ho usato Pentax, Fujifilm e oggi lavoro soprattutto con una Leica Q2.
Sappiamo ancora viaggiare in modo sano?
Secondo me, sempre meno. Una parte molto pura del viaggio si è persa. Il turismo di massa ha trasformato lo spostamento da un luogo all’altro in una specie di consumo veloce del mondo: si arriva, si fotografa, si riparte. E nel mezzo, a volte, non succede nulla.
Per questo la fotografia di reportage, per me, è diventata una maniera per scavare più a fondo. Durante il lungo viaggio in Asia di cui parlavo prima mi sono accorto che viaggiare e basta, per quanto possa essere bellissimo, paradossalmente rischiava persino di diventare noioso. La fotografia invece mi costringeva a scavare più in profondità.
Credo che oggi viviamo un grande paradosso. Possiamo attraversare il Pianeta in poche ore, ma interiormente spesso non siamo preparati a farlo davvero. Una volta arrivare in un luogo richiedeva tempo e fatica, e di conseguenza una certa disposizione d’animo. E quella lentezza permetteva anche di capire gradualmente dove si stava entrando, di iniziare a rispettare quel luogo e di lasciare che quel luogo cambiasse qualcosa nell’anima di chi lo visitava .
Oggi invece saliamo su un aereo e ci ritroviamo dall’altra parte del mondo quasi senza accorgercene. E se non stiamo attenti nasce un’illusione pericolosa, quella che ci fa pensare che ‘ovunque’ sia semplicemente una versione diversa di casa nostra.
Non è così. Alcuni luoghi non sono lontani solo geograficamente, sono lontani culturalmente, spiritualmente, perfino temporalmente. E se si vuole davvero viaggiare, bisogna prima imparare a rispettare i luoghi, le persone e le loro culture.

Bio e contatti
Lorenzo Zelaschi (Bergamo, 1985) è un fotoreporter freelance, già graphic designer, videomaker e pittore. Laureato alla NABA di Milano, ha scoperto il fotoreportage nel 2018 durante un viaggio in Asia durato tredici mesi, iniziando da allora a documentare realtà sociali, culturali e spirituali attraverso la fotografia.
Collabora con National Geographic e Orobie Magazine. Nel 2019 ha aderito al progetto “Zero plastica in mare” promosso da Legambiente e sponsorizzato da BNL BNP Paribas. Inviato dalla Diocesi di Bergamo in Bolivia, ha realizzato il reportage “Mater” per il Sinodo dell’Amazzonia voluto da Papa Francesco, esposto al Festival della Fotografia Etica di Lodi nel 2021.
Durante il primo lockdown ha documentato Bergamo nella mostra “Primavera”, inaugurata da Mario Draghi il 18 marzo 2021. Nel 2019 ha conosciuto Gianni Berengo Gardin, con cui è nato un rapporto di amicizia e mentoring che ha portato alla realizzazione del progetto e del libro India dei villaggi 1980-2025, pubblicato da Contrasto.
L’India dei villaggi nelle fotografie di Gianni Berengo Gardin e Lorenzo Zelaschi
Nel libro “India dei villaggi, 1980-2025”...
























