C’era un vuoto razionale nell’offerta mirrorless di Wetzlar, e la nuova Leica SL3-P nasce con l’esplicito obiettivo di colmarlo. Posizionandosi esattamente tra l’estrema risoluzione della SL3 e la pura vocazione velocistica della SL3-S, questa fotocamera si presenta con una scheda tecnica estremamente pragmatica: un sensore BSI-CMOS da 44 megapixel (considerato da molti il compromesso aureo), un modulo autofocus ibrido finalmente maturo e una raffica che si spinge fino a 40 fotogrammi al secondo. Ma i numeri (prezzo incluso, pari a 5.990 euro solo corpo), come spesso accade con Leica, non dicono tutto. Mettendola alla prova sul campo, abbiamo scoperto un corpo macchina “corazzato”, votato a un’estetica stealth total black priva del celebre bollino rosso e dotata di un’interfaccia fisica radicalmente sottrattiva. Una macchina apparentemente semplice di primo acchito, che esige invece dedizione e un certo apprendistato per memorizzare i suoi comandi “muti”, ma che sa ripagare con un’esperienza d’uso viscerale, file DNG di altissima qualità e lo sguardo rivolto al futuro grazie all’integrazione nativa delle Content Credentials. Ecco come si è comportata nel nostro test completo.
Indice dei contenuti
L'ergonomia
Sul fronte costruttivo ed ergonomico, la Leica SL3-P incarna alla perfezione la filosofia dell’essenzialità funzionale tipica di Wetzlar, spingendo all’estremo il concetto di design “sottrattivo”. Abbiamo avuto modo di provarla a lungo, ricavandone la sensazione di una notevolissima solidità: il corpo macchina è realizzato interamente in metallo (lega di magnesio e alluminio) con certificazione IP54.
L’impugnatura, profonda e ben sagomata, ha un rivestimento con buon grip, offre quindi una presa salda e sicura, anche con ottiche di “peso” durante sessioni di scatto prolungate.
A definire l’esperienza d’uso è però la radicale pulizia dell’interfaccia fisica: fedele a un’estetica “stealth”, la SL3-P rinuncia al celebre bollino rosso a favore di una finitura total black e adotta una disposizione dei comandi estremamente razionale ed essenziale. Sul dorso e sulla calotta i pulsanti funzione sono volutamente privi di diciture o serigrafie predefinite, ad eccezione dell’originale tasto di accensione e dei tre pulsanti alla destra del monitor (Play, FN e Menu). È una scelta progettuale precisa, volta a non vincolare il fotografo e a permettere una personalizzazione totale dei comandi. Ogni tasto o ghiera può essere riassegnato liberamente in base alle proprie abitudini di ripresa; inoltre è possibile assegnare i diversi assetti operativi a diversi “profili Utente”. Questi sono anche etichettabili (ad esempio Street, Paesaggio, Ritratto, Motori…) per essere richiamati rapidamente e senza equivoci.
Essenziale e versatile: dov'è il trucco?
A dirla tutta, il primo impatto con questa mirrorless non è stato dei più semplici proprio per la mancanza di indicazioni sui tasti. Non trattandosi di una macchina semplice, al contrario è estremamente versatile, adattare i parametri di ripresa alle tante occasioni in cui può dire la sua richiede un certo apprendistato: vanno scelti i modi di esposizione, il funzionamento dell’autofocus, il comportamento della sensibilità ISO, la cadenza di scatto. Se con le fotocamere che non lesinano in pulsanti e selettori questo è più immediato, con la SL3-P richiede quantomeno la memorizzazione delle funzioni assegnate ai vari pulsanti “anonimi”. Eppure, superato questo scoglio e sfruttata a fondo la possibilità di creare diversi profili Utente, la mirrorless tedesca si rivela rapida e sorprende per la logica con cui è stata progettata, per offrire ad amatori evoluti e professionisti un approccio originale.
Sia chiaro, la SL3-P chiede di essere utilizzata spesso, come tutti gli strumenti professionali, ma nel caso in cui proprio non dovessimo ricordare quale funzione ha quel benedetto pulsante, sarà sufficiente tenerlo premuto non solo per rinfrescare la memoria, ma anche per eventuali ulteriori personalizzazioni.
Autenticità e sicurezza: le Content Credentials
In un mercato dell’imaging sempre più minacciato e confuso dalla proliferazione di immagini sintetiche e dalle intromissioni dell’Intelligenza Artificiale generativa, la garanzia di veridicità assume un peso specifico enorme. Su questo fronte sensibile, la SL3-P gioca d’anticipo integrando a livello hardware la tecnologia Content Credentials, pienamente conforme agli standard internazionali del CAI (Content Authenticity Initiative).
All’atto pratico, la fotocamera genera un certificato crittografico nativo e inalterabile che viene “cucito” all’interno del file fin dal momento dello scatto. Questa firma digitale sicura attesta l’autenticità assoluta dell’immagine, la sua esatta provenienza (registrando fotocamera, ottica e dati di scatto) e traccia in modo trasparente l’intera cronologia delle eventuali modifiche apportate successivamente.
Quali obiettivi?
Sul fronte del parco ottiche, la Leica SL3-P può contare su un sistema originale di altissimo pregio, celebre per la resa tridimensionale, il microcontrasto e la notevole correzione ottica che da sempre contraddistinguono i vetri di Wetzlar. Tuttavia, per coprire l’intero spettro delle esigenze fotografiche, Leica non difetta in realismo: sapendo di non avere i volumi di mercato per produrre internamente super teleobiettivi sportivi (come i 200-500mm o i 300-600mm), la SL3-P si appoggia totalmente all’alleanza L-Mount. Il fotografo che necessita di focali estreme o specialistiche viene quindi invitato a sfruttare la compatibilità con i cataloghi di terze parti, come Sigma o Panasonic.
Questa strategica e vitale apertura, in modo particolare verso le linee Art e Sports di Sigma, trasforma la fotocamera in un sistema maturo e poliedrico, capace di fornire opzioni di altissimo livello per quasi ogni ambito di ripresa. Pur potendo contare su questa formidabile sinergia, guardando il sistema nella sua interezza si nota ancora qualche importante lacuna destinata ad ambiti altamente specializzati: all’appello mancano infatti obiettivi decentrabili (tilt-shift), strumenti imprescindibili per il rigoroso controllo prospettico nella fotografia di architettura, così come i teleobiettivi ad alta luminosità (come i classici 400mm f/2,8 o 600mm f/4), che restano ancora necessari per presidiare ai massimi livelli i settori della caccia fotografica e dello sport a bordo campo.
I sistemi di mira
Sulla SL3-P Leica ha optato per soluzioni ingegneristiche di alto profilo, prendendo al contempo posizioni molto nette sull’ergonomia del display. Il vero fiore all’occhiello del sistema è senza dubbio il mirino elettronico (EVF) OLED da 5,76 milioni di punti, caratterizzato da un generoso ingrandimento di 0,78x e da un pratico selettore delle diottrie. L’esperienza visiva restituita è cristallina, immersiva e priva di ritardi percepibili: potendo impostare il refresh rate a 120 fps, il mirino offre una fluidità d’immagine essenziale per le discipline dinamiche (pur mancando la funzione “black-out free”). Questa reattività è fondamentale quando si deve agganciare e seguire un soggetto dal movimento imprevedibile mantenendolo al centro dell’inquadratura durante le raffiche a 40 fps, o quando è necessario valutare con precisione il microcontrasto e la profondità di campo prima dello scatto.
Spostandoci sul dorso, l’interazione passa al nitido display LCD touch da 3,2 pollici e 2,33 milioni di punti. Qui Leica ha compiuto una scelta di design radicale ma molto sentita in ambito professionale: lo schermo è basculabile esclusivamente sull’asse verticale (tilt), rinunciando al meccanismo completamente orientabile e articolato lateralmente (vari-angle) ormai onnipresente su gran parte della concorrenza ibrida.
I vantaggi della soluzione basculabile
Allineamento ottico: Questa configurazione mantiene lo schermo sempre perfettamente in asse con l’obiettivo. Per molti fotografi, comporre l’immagine senza avere il display disassato lateralmente risulta molto più istintivo e naturale per la percezione delle geometrie.
Rapidità operativa: L’apertura a cerniera è istantanea. Basta un tocco per inclinare lo schermo verso l’alto o verso il basso negli scatti orizzontali ad altezze anomale (ad esempio rasoterra o a braccia alzate sopra la folla).
Gestione dei cavi: È un dettaglio cruciale per chi lavora in studio o nel video. Un monitor tilt non interferisce mai con le porte laterali della fotocamera; chi scatta in tethering o registra con cavi HDMI, microfoni e powerbank USB-C collegati ha campo libero, senza fastidiosi incastri con lo schermo.
Robustezza meccanica: Un meccanismo a singolo asse è intrinsecamente più solido e meno esposto a rotture accidentali, sposandosi perfettamente con l’indole “corazzata” del corpo macchina.
Gli svantaggi
Limiti negli scatti verticali: Il difetto più evidente di questa architettura si palesa non appena si ruota la fotocamera in orientamento verticale. Scattare dal basso o dall’alto costringe il fotografo a contorsioni del collo o a scattare “alla cieca”, limitando la versatilità nella ritrattistica creativa o nella fotografia di architettura.
Vulnerabilità del pannello: A differenza degli schermi vari-angle che possono essere richiusi con il display rivolto verso l’interno del corpo macchina, il monitor della SL3-P rimane sempre esposto. Manca quindi quella protezione fisica intrinseca da graffi e urti durante il trasporto nello zaino o nei passaggi in ambienti impervi, costringendo l’utente ad affidarsi unicamente a pellicole o vetri temperati aggiuntivi.
Alimentazione
Analizzando il delicato tema dell’autonomia energetica, la SL3-P presenta un interessante dualismo nei dati di laboratorio, che merita di essere decodificato.
Se ci si ferma alla lettura dello standard CIPA classico, il valore dichiarato di 383 scatti appare decisamente modesto, quasi limitante per un corpo macchina professionale votato all’azione. Tuttavia, è fondamentale interpretare questo numero nel giusto contesto tecnico: il protocollo CIPA tradizionale penalizza enormemente le fotocamere dotate di mirini elettronici ad altissima risoluzione e ad alto refresh rate come l’OLED da 5,76 MP della SL3-P, poiché impone rigidi cicli di accensione, spegnimento e revisione continua delle immagini sul monitor.
Quando invece si analizza il ciclo CIPA adattato – un protocollo che simula un flusso di lavoro molto più vicino alla realtà del fotoreporter o del fotografo sportivo, fatto di raffiche continue e tracciamento attivo del soggetto – il dato si impenna vertiginosamente, superando i 1.400 scatti con una singola carica della batteria BP-SCL6. Questo conferma come la gestione energetica sotto sforzo sia in realtà solida ed efficiente.
Per far fronte alle esigenze dei professionisti impegnati in lunghi appostamenti naturalistici, sessioni di scatto in studio o prolungate riprese video in 8K, Leica offre diverse soluzioni per abbattere il limite della singola batteria:
Alimentazione via USB-C (Power Delivery): la SL3-P supporta l’alimentazione continua tramite la sua porta USB-C 3.1. È possibile collegare un powerbank ad alta capacità o un alimentatore da rete per scattare senza interruzioni. Il requisito tecnico indispensabile è che la sorgente esterna supporti lo standard USB-C Power Delivery (PD) e sia in grado di erogare una potenza sufficiente (generalmente dai 27W in su, con un profilo 9V/3A) per sostenere il funzionamento della macchina e, contemporaneamente, ricaricare l’accumulatore interno.
Impugnatura verticale opzionale: nonostante la batteria si inserisca a filo costituendo di fatto parte del pannello inferiore, i contatti pin adiacenti permettono di agganciare il Multifunctional Handgrip HG-SCL7 (1.070 euro). Questo accessorio non solo rivoluziona l’ergonomia durante le riprese con orientamento “ritratto” e funge da perfetto contrappeso quando si montano i teleobiettivi più pesanti, ma ospita al suo interno una seconda batteria. Questa configurazione raddoppia l’autonomia complessiva del sistema.
Archiviazione e connettività
Un corpo macchina capace di generare raffiche da 40 fotogrammi al secondo a 44 megapixel richiede un’infrastruttura di salvataggio e trasferimento dati all’altezza, e su questo fronte la SL3-P non scende a compromessi. Aprendo lo sportellino laterale troviamo un doppio slot asimmetrico: da un lato un classico e versatile lettore SD UHS-II, dall’altro un velocissimo slot CFexpress Tipo B. Quest’ultimo è il vero “tubo di scarico” del sistema, il supporto indispensabile per svuotare istantaneamente il buffer durante le raffiche prolungate e per reggere gli spaventosi bitrate dei formati video più esigenti.
Le memorie interne, tuttavia, sono solo una parte del sistema di archiviazione. La porta USB-C 3.1 Gen 2, oltre a gestire l’alimentazione continua di cui abbiamo già discusso, funge da vero e proprio hub per i flussi di lavoro moderni: permette il tethering fulmineo in studio, l’integrazione Camera-to-Cloud (come Adobe Frame.io) via smartphone, e soprattutto offre la preziosissima possibilità di registrare direttamente su un SSD esterno.
Scendendo lungo il fianco della fotocamera troviamo poi le interfacce che fanno da ponte naturale tra il mondo della fotografia e quello del videomaking di fascia alta. Leica ha infatti dotato la SL3-P di una robustissima porta HDMI 2.1 Tipo A (full-size), affiancata dai jack da 3,5 mm separati per cuffie e microfono, e da un’interfaccia dedicata per il timecode. Una dotazione hardware che ci invita ad analizzare il comportamento della macchina quando si preme il tasto REC.
Il comparto video: 8K Open Gate e logica d'uso
Sul fronte video, la SL3-P si presenta con specifiche solide e un approccio molto pragmatico all’interfaccia. Leica ha infatti scelto di separare nettamente l’ambiente fotografico da quello video a livello software: passando alla modalità di ripresa, l’interfaccia cambia accento cromatico (dal rosso al giallo) e riorganizza i menu, escludendo i parametri fotografici per mostrare solo gli strumenti necessari al videomaker (angoli di otturatore, waveform, livelli audio e timecode). Inoltre, i dati a display ruotano automaticamente se si orienta la macchina in verticale.
Per quanto riguarda le risoluzioni, la fotocamera sfrutta l’intera superficie del sensore offrendo la registrazione in 8K Open Gate fino a 30p. Lavorare utilizzando tutto il formato 3:2 nativo si traduce in un notevole vantaggio in post-produzione, fornendo un file da cui è possibile estrarre ritagli panoramici o formati verticali con un buon margine di manovra.
Riducendo la risoluzione, la fotocamera arriva a 5,9K fino a 60p e a 4K fino a 120p per i ralenty. Sul fronte delle codifiche, oltre ai tradizionali formati Long GOP e All-Intra (H.264 e H.265), è disponibile la registrazione interna in Apple ProRes, che tuttavia si ferma alla risoluzione di 5,8K.
Per la gestione colore, la Leica SL3-P dispone del profilo piatto L-Log a 10-bit e supporta il caricamento di LUT personalizzate direttamente in camera, un utile strumento di monitoraggio per avere un’idea del risultato finale già durante la ripresa. Infine, per chi deve inserire la fotocamera all’interno di flussi di lavoro più strutturati, la porta HDMI full-size consente l’esportazione del segnale RAW verso registratori esterni compatibili.
La risoluzione della Leica SL3-P
In un mercato che spesso rincorre risoluzioni vertiginose, i 44 megapixel della SL3-P si confermano la “terra di mezzo” ideale per i professionisti dell’azione e del reportage, garantendo un buon equilibrio tra diverse esigenze. 44 MP permettono al fotografo di ritagliare pesantemente l’immagine in post-produzione per isolare l’azione – simulando focali più lunghe – mantenendo comunque una risoluzione sufficiente per la stampa editoriale o il fine art di grandi dimensioni. Inoltre, un file RAW (DNG) a 14-bit pesa circa 60MB, mentre un JPG in alta qualità si assesta sui 21MB. Questo evita l’ingorgo tipico dei sensori da oltre 60MP.
File più snelli significano buffer che si svuotano istantaneamente (la SL3-P gestisce tranquillamente 70 immagini consecutive in DNG a 14-bit) e trasferimenti rapidi via Wi-Fi o FTP verso le redazioni. Anche in post-produzione, non è richiesta una workstation estrema per gestire agilmente librerie composte da migliaia di scatti giornalieri.
Nello specifico, la qualità d’immagine che abbiamo riscontrato in migliaia di immagini registrate nelle ultime settimane può essere riassunta in questo confronto tra JPG e DNG: il formato compresso è notevole per contrasto e cromatismi alle sensibilità inferiori, dove il DNG regala qualcosa in più solo a chi ha l’occhio fino (vedi l’iride del gatto, la cui trama è leggibile anche dove nel JPG sembra svanire).
La vera differenza tra JPG e DNG salta fuori alle alte sensibilità. Come sempre, se si guarda a una singola immagine senza termini di paragone, si possono anche esprimere giudizi lusinghieri. Ma quando si applica il confronto i nodi vengono al pettine. Nelle immagini intere, realizzate a ISO 6400, la differenza è sostanzialmente nella gamma dinamica, che nel DNG appena ottimizzato vede un buon recupero delle alteluci.
Nei dettagli invece scopriamo le potenzialità del sensore della SL3-P: laddove il cono color bronzo nel JPG sembra del tutto uniforme, svela la trama di segni nel DNG. Notevole poi il recupero sulla flangia argentata. In sintesi, è nei passaggi a basso contrasto che il RAW (DNG) mostra una marcia in più rispetto al JPG, fermo restando l’ampio margine di recupero esposimetrico.
Per i contesti in cui la pura risoluzione diventa il requisito primario – come lo still life commerciale, la riproduzione d’arte, l’architettura d’interni o il paesaggio su treppiede – la SL3-P offre la modalità Multishot ad alta risoluzione.
Sfruttando la traslazione micrometrica del meccanismo IBIS (lo stabilizzatore del sensore a 5 assi), la fotocamera acquisisce una sequenza rapida di scatti con spostamenti sub-pixel. Il processore fonde poi queste informazioni generando un unico file da circa 176 Megapixel. Il risultato è un’immagine con una resa del colore superiore (poiché ogni pixel registra l’intero spettro RGB senza interpolazione Bayer) e l’assenza di falsi colori o moiré.
Attenzione, però: proprio dove sarebbe stato possibile incappare nel moiré a scatto singolo, la SL3-P può generare degli strani artefatti nel caso sia attivo il sistema di… riduzione degli artefatti! Questo è prezioso su soggetti in movimento, come appare chiaro dal confronto qui sopra, ma può innescare qualche artefatto imprevisto su dettagli a trama finissima (vedi esempio qui in basso).
La gamma dinamica in DNG e JPG con iDR
Il sensore BSI sfrutta un’architettura Dual Base ISO (calibrata nativamente su ISO 50 e ISO 400), che si traduce in una gamma dinamica dichiarata di ben 14 stop. Questo garantisce transizioni tonali morbide, una notevole tenuta del dettaglio nelle alteluci e la capacità di recuperare ombre profonde nei file DNG senza l’insorgenza di rumore cromatico.
Per chi lavora sul campo con ritmi serrati (come nello sport o nel fotogiornalismo) e necessita di file pronti in macchina, entra in gioco la funzione iDR (Intelligent Dynamic Range). Questa funzione innalza la sensibilità ISO di uno stop dal punto di vista esposimetrico, garantendo il recupero di pari entità delle alteluci; al contempo rischiara le ombre. Chi si aspetta un risultato stile HDR resterà deluso: la SL3-P genera immagini molto bilanciate e pronte per la pubblicazione, ma se si cerca il “tutto leggibile” non resta che lavorare sul malleabile DNG.
Come va alle alte sensibilità ISO
Come da nostra recente abitudine, mostriamo la serie di dettagli a sensibilità crescente in JPG, in RAW (DNG) senza ottimizzazione in post-produzione, e in RAW (DNG) con sviluppo IA eseguito in Adobe Camera RAW. Come sapete, siamo particolarmente severi nel valutare la resa alle alte sensibilità, ma in questo caso riteniamo perfettamente accettabile il JPG fino a 6400 ISO e il DNG sviluppato anche a 12500 ISO (la scala di Leica è leggermente diversa da quella adottata dalle aziende concorrenti).
L'autofocus continuo: meglio del previsto, ma con alcune riserve
Se la qualità d’immagine pura e la gamma dinamica del sensore BSI-CMOS da 44 megapixel sono indiscutibili, l’architettura del chip rivela un limite fisico non trascurabile quando si spinge la macchina al massimo della velocità. A differenza delle ammiraglie della concorrenza (sempre più orientate verso architetture stacked a strati sovrapposti o global shutter), il sensore della SL3-P possiede un tempo di lettura (read-out) dei dati relativamente lento.
Questo limite emerge quando si decide di sfruttare l’otturatore elettronico per raggiungere i 40 fotogrammi al secondo (in DNG a 12-bit) o i tempi di posa fino a 1/16000s. In queste modalità, l’acquisizione dell’immagine avviene scansionando il sensore riga per riga dall’alto verso il basso. Se il soggetto si muove ad altissima velocità trasversalmente all’inquadratura, o se il fotografo esegue un panning molto rapido per seguire l’azione, il ritardo di lettura tra la prima e l’ultima riga genera un vistoso effetto rolling shutter.
All’atto pratico, questo artefatto si traduce in geometrie distorte e linee verticali che si inclinano diagonalmente, visibili negli ultimi fotogrammi della sequenza del motociclista e del modellino inquadrato di fianco.
Di conseguenza, per avere la certezza assoluta di congelare l’azione mantenendo geometrie perfette, il fotografo è costretto a usare l’otturatore meccanico. Una scelta che, però, abbassa la velocità di raffica a 15fps.
Fatta questa doverosa premessa, va detto che il modulo autofocus rappresenta, sulla carta, il passaggio evolutivo più marcato di questa fotocamera. Lasciandosi alle spalle le logiche legate esclusivamente al rilevamento del contrasto, la SL3-P adotta un robusto sistema ibrido a 819 punti che combina il rilevamento di fase (PDAF), il contrasto e la mappatura di profondità (Object Detection). Supportato dalla potenza di calcolo del processore Maestro IV, il modulo garantisce la tenuta necessaria per assecondare le raffiche a 40fps. Gli algoritmi di intelligenza artificiale sono stati addestrati per tracciare umani (corpo, viso, occhio), animali (corpo e occhi) e svariate tipologie di veicoli, arrivando a riconoscere selettivamente fari e ruote nelle riprese di motorsport. Tanto la sequenza al motociclista – di cui individua prima la moto e, una volta più vicino, il casco – tanto quella al modellino radiocomandato evidenziano le capacità in AF continuo della SL3-P. Da considerare che il modellino è ripreso a distanze da close-up con il 100-400mm alla massima focale, fatto che rende ancora più complesso individuare, tracciare e focheggiare con precisione sulla calandra data la scarsa profondità di campo tipica delle riprese a distanza ravvicinata.
Tuttavia, analizzando il comportamento della macchina con l’occhio critico di chi la utilizza sul campo, emergono alcune rigidità operative che impediscono al sistema di raggiungere l’eccellenza assoluta, prestando il fianco rispetto alle ammiraglie della concorrenza.
Ci riferiamo in primis all’assenza di un profilo per l’avifauna: per chi pratica l’osservazione naturalistica e si apposta per catturare il volo di un rapace o i movimenti di un piccolo volatile tra i rami, la mancanza di un registro specifico “Uccelli” è una lacuna evidente. Affidarsi al generico profilo “Animali” non garantisce la stessa reattività e quella precisione chirurgica sull’occhio che oggi rappresentano lo standard per chi fotografa l’avifauna con lunghi teleobiettivi.
Il secondo limite risiede nell’assenza di un’opzione “Auto” per il riconoscimento dei soggetti. La fotocamera non è in grado di intuire da sola cosa sta inquadrando; richiede invece che il fotografo selezioni preventivamente e manualmente il registro corretto (umano, animale o veicolo). Se durante un evento si passa rapidamente dal ritrarre un pilota al tracciare la sua vettura, il sistema non effettua lo switch in autonomia, fermo restando che, se non trova il soggetto atteso, utilizzerà le logiche standard per determinare dove mettere a fuoco. Questa necessità di “dichiarare” costantemente il soggetto può spezzare la fluidità dell’azione e rischiare di far perdere attimi irripetibili in contesti frenetici o altamente imprevedibili.
Il controllo della prospettiva
Come abbiamo accennato analizzando il parco ottiche, l’ecosistema L-Mount sconta l’assenza di obiettivi decentrabili (tilt-shift). Per mitigare questa lacuna, Leica ha integrato a bordo della SL3-P una funzione software di Controllo Prospettiva. Sfruttando i dati del giroscopio interno, la fotocamera rileva la posizione del corpo macchina in tempo reale, calcolando istantaneamente la correzione necessaria per raddrizzare le linee cadenti, tipiche delle riprese architettoniche dal basso.
Sul display compare un riquadro (crop) che mostra in diretta quale sarà l’inquadratura finale, permettendo di comporre la scena con precisione geometrica già sul campo. Inoltre, il file RAW (DNG) conserva l’immagine intera originale, salvando i parametri di raddrizzamento nei metadati (immediatamente letti da software come Lightroom), mentre il JPEG viene sfornato già perfettamente corretto. Pur comportando un inevitabile ritaglio e una fisiologica perdita di risoluzione ai margini, si tratta di una soluzione digitale elegante che salva letteralmente la situazione quando non si dispone di vetri specialistici.
Lo stabilizzatore incorporato
Allontanandosi dalla rincorsa ai numeri mirabolanti che spesso infiammano le schede tecniche della concorrenza (dove non di rado si leggono promesse teoriche di 7 o 8 stop), Leica ha optato per una dichiarazione decisamente più pragmatica per il suo sistema IBIS a 5 assi. I 5 stop di guadagno sul tempo di sicurezza dichiarati dalla casa di Wetzlar si traducono in prestazioni sul campo oneste e tangibili.
Mettendo alla prova la macchina con un 60mm, la reale efficacia dello stabilizzatore integrato sul sensore si avvicina in modo sorprendente al dato di targa, permettendoci di ottenere scatti utilizzabili anche con 1/4s o addirittura 1/2s (una metà circa).
È una stabilizzazione “di sostanza” che, unita alla massa rassicurante e all’eccellente bilanciamento ergonomico del corpo macchina, assorbe le micro-vibrazioni del fotografo.
Leica SL3-P: i pro e i contro
- Ergonomia ottima
- Interfaccia finemente personalizzabile
- Struttura robusta e raffinata
- Sistemi di mira di alto livello
- Risoluzione ottima anche in JPG
- Sistema Multishot praticabile
- Gamma dinamica estremamente ampia e malleabile in DNG
- AF preciso e affidabile, con tracking su un buon numero di soggetti
- Raffica a 40fps a 12 bit
- Ampliamento di gamma iDR molto conservativo
- Manca la selezione automatica dei soggetti riconoscibili in AF
- Autonomia teorica non eccezionale
- I comandi "muti" esigono un rapporto stretto tra uomo e macchina
- Prezzo elevato
Leica SL3-P: la scheda tecnica
- Prezzo: 5.990 euro (solo corpo)
- Importatore: Leica Camera Italia
- Tipo: mirrorless full-frame professionale
- Materiali: corpo interamente in metallo (magnesio e alluminio), rivestimento in pelle sintetica, classe di protezione IP54
- Dimensioni (L×A×P): 141,2 x 108 x 84,6 mm
- Peso: 768 g (solo corpo) / 852 g (con batteria BP-SCL6)
- Innesto obiettivi: L-Mount
- Flash incorporato: no
- Supporto di memoria: doppio slot (1x SD UHS-II, 1x CFexpress Tipo B); supporta inoltre la registrazione diretta su SSD tramite USB-C
- Alimentazione: batteria ricaricabile BP-SCL6; autonomia di 383 scatti (Standard CIPA)
- Connessioni: USB-C 3.1 Gen 2, HDMI 2.1 Tipo A (full-size), ingresso microfono, uscita cuffie da 3,5 mm, interfaccia/presa timecode, Wi-Fi MIMO, Bluetooth
- Sensore: CMOS full-frame retroilluminato da 44MP
- Processore: Leica Maestro IV
- Gamma ISO: 50–200.000
- Video: Open Gate 8K fino a 30p (in formato 3:2 nativo), 5,9K fino a 60p, 4K fino a 120p; supporto interno per Apple ProRes (fino a 5,8K), H.264 e H.265; registrazione HDMI RAW fino a 8K/30p
- Stabilizzazione: IBIS a 5 assi, fino a 5 stop
- Monitor: touch LCD da 3,2 pollici, inclinabile, risoluzione di 2,33 milioni di punti
- Mirino: elettronico (EVF) OLED da 5,76 milioni di punti (frequenza selezionabile 60 o 120 fps)
- Messa a fuoco: sistema AF ibrido con 819 punti a rilevamento di fase (PDAF), combinato con rilevamento del contrasto e riconoscimento intelligente dell’oggetto basato su apprendimento automatico
- Esposimetro: misurazione Multi-zona, Ponderata centrale, Spot, Pesata sulle alteluci
- Modalità di esposizione: P, S, A, M
- Compensazione esposizione: ±3 EV
- Modalità di scatto: scatto in sequenza fino a 40 fotogrammi al secondo (a 12 bit con autofocus continuo); modalità Multishot ad alta risoluzione fino a 176 MP
- Tempi di esposizione: da 1/8000s a 30min (otturatore meccanico); da 1/16000s (otturatore elettronico)
- Extra: Leica Content Credentials (certifica crittograficamente provenienza e autenticità), integrazione nativa Camera-to-Cloud con Adobe Frame.io, interfaccia foto/video separata, strumenti video avanzati (False Colour, LUT personalizzate)
Leica SL3-P: il verdetto di fotocult.it
La Leica SL3-P non è una fotocamera per tutti, e non fa nulla per nasconderlo. Il suo approccio ergonomico, fatto di tasti anonimi e personalizzazione spinta, richiede un fotografo disposto a costruire un rapporto intimo, quasi simbiotico, con lo strumento. Superato l’inevitabile scoglio iniziale, ci si trova tra le mani un mezzo efficace e amabile, solido e finalmente dotato di un sistema autofocus ibrido in grado di assecondare l’azione (pur con i fisiologici margini di miglioramento legati all’assenza di automatismi di commutazione e del riconoscimento per l’avifauna).
I 44 megapixel del sensore rappresentano attualmente il punto di equilibrio perfetto per molteplici applicazioni, regalando file DNG estremamente malleabili, snelli da trasferire e dotati di una resa notevole anche alle alte sensibilità. L’integrazione hardware delle Content Credentials, inoltre, la rende uno strumento già pronto per il futuro del giornalismo certificato.
Al netto dell’effetto rolling shutter che sconsiglia l’uso dell’otturatore elettronico sui soggetti ad alta velocità, e di un’autonomia che invita quantomeno all’acquisto di una batteria supplementare, la SL3-P colma un ritardo storico. Offre finalmente ai professionisti legati al marchio un’ammiraglia reattiva, “invisibile” e affidabile. Il prezzo (5.990 euro solo corpo), come da tradizione Wetzlar, resta fortemente elitario, ma la sostanza, questa volta, c’è tutta.
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