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Home CULTURA INTERVISTE

Istantanee di un’epoca che sembra un puzzle di ansie sospese

“Good Bones” di Nick Meyer offre la fotografia di un tempo e di una società che navigano nell’inquietudine.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
30 Giugno 2026
in INTERVISTE
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Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer

Dopo The Local (MACK, 2021), con cui Nick Meyer tornava a casa, nella contea di Franklin, in Massachusetts, per cogliere la decadenza di un territorio fantasmatico, il fotografo americano punta la luce, ancora una volta, su una storia personale e per certi aspetti autobiografica. La prospettiva della sua famiglia in una società contemporanea che getta le persone nell’incertezza di vita e nelle paure più profonde è stato lo stimolo per produrre il successivo libro: Good Bones (Nowhere books, 2026).

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In esso la sequenzialità delle immagini è frammentata, i dettagli si susseguono come parti di un puzzle che si sta cercando di mettere insieme, ma di cui non si riesce a vedere ancora la totalità, creando una sensazione di ansia sospesa. Tra documentazione e concettualismo, Meyer parla di sé stesso, delle sue figlie, di sua moglie, ma senza farlo direttamente, facendo sfociare la sua storia personale in una più estesa incertezza cosmica e universale.
Abbiamo intervistato Nick per farci raccontare del suo nuovo progetto.

Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer

Dietro le origini di Good Bones c’è un sentimento, piuttosto che una specifica storia, vero? Ce ne parli?

Sì, l’idea è proprio questa. Good Bones è nato da una riflessione su come una raccolta di immagini possa raccontare un momento preciso nel tempo, piuttosto che un luogo. E, per essere chiari, non da una prospettiva storica, ma dal punto di vista delle sensazioni di quell’epoca. Per Good Bones il catalizzatore è stato il lockdown durante la pandemia, ma il progetto ha continuato a evolversi e a trasformarsi nel corso della pandemia stessa. Il risultato finale ha più a che fare con il tumulto di questi giorni, con cosa significhi crescere dei figli in un futuro così incerto e con la riflessione su come possiamo guardare a un futuro ottimistico pur vivendo in questo contesto.

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Dal punto di vista progettuale e visivo come hai deciso di rappresentare questo sentimento di instabilità?

La sequenza narrativa del libro diventa per me la forza trainante. È cambiata anche con il cambiamento del mondo. In una prima revisione, ho deciso di evitare qualsiasi volto riconoscibile. Questo avrebbe dovuto rispecchiare l’isolamento provato durante il lockdown, ma poi il mondo si è riaperto e persone e ritratti sono tornati a far parte del libro. Ci sono alcuni motivi visivi nella sequenza che hanno lo scopo di guidare il lettore. 

Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer

Ci sono immagini che alludono a un patto edenico, così come alla perdita dell’innocenza causata dalla conoscenza. C’è un motivo ricorrente di arcobaleni imperfetti, dove un ideale non è mai del tutto raggiungibile, e c’è un filo conduttore relativo al tema dell’invecchiamento e della morte, che unisce, in modo molto reale, il prima e il dopo di tutto.

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Da dove nasce il titolo Good Bones?

‘Good Bones’ è un’espressione usata nel settore immobiliare per descrivere una casa che, pur apparendo trasandata o malandata, con un po’ di lavoro potrebbe essere ristrutturata. Il termine mi è sembrato perfetto quando ho iniziato a delineare l’idea del progetto. Ho poi scoperto la poesia Good Bones di Maggie Smith.

Life is short, and I’ve shortened mine
in a thousand delicious, ill-advised ways,
a thousand deliciously ill-advised ways
I’ll keep from my children. The world is at least
fifty percent terrible, and that’s a conservative
estimate, though I keep this from my children.
For every bird there is a stone thrown at a bird.
For every loved child, a child broken, bagged,
sunk in a lake. Life is short and the world
is at least half terrible, and for every kind
stranger, there is one who would break you,
though I keep this from my children. I am trying
to sell them the world. Any decent realtor,
walking you through a real shithole, chirps on
about good bones: This place could be beautiful,
right? You could make this place beautiful.

Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer

Quanto di autobiografico c’è nel libro e quanto, invece, il tuo intento era proiettato a produrre un affresco della società contemporanea?

In realtà era entrambe le cose. Ci sono foto della mia vita, della mia casa, dei miei figli, ma la maggior parte delle immagini è stata scattata nel mondo esterno. Tutto è raccolto in un unico volume per provare a rappresentare al contempo la mia vita e la mia esperienza, ma con la speranza che attraverso la mia esperienza si possa giungere a una riflessione sulla società in cui vivo.

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Nell’introduzione del progetto citi le parole scritte da Garry Winogrand nel 1964 per concorrere all’application del Guggenheim. Cosa ricollega il suo sentire al tuo?

Imbattermi nelle riflessioni di Winogrand degli anni ’60 è stato un vero e proprio momento di illuminazione per il progetto. Ero così concentrato sul presente e su come le immagini potessero relazionarsi ad esso, che avevo perso di vista come queste idee si inserissero nel quadro più ampio della nostra storia e dell’umanità. La citazione di Winogrand è incredibilmente simile ai miei sentimenti di oggi, ma 60 anni fa:

“Guardo le foto che ho scattato finora e mi fanno pensare che chi siamo, come ci sentiamo e cosa ne sarà di noi non abbia importanza. Le nostre aspirazioni e i nostri successi sono insignificanti. […] Posso solo concludere che ci siamo persi, e che la bomba potrebbe finire il lavoro per sempre, ma non importa, non abbiamo amato la vita. Non posso accettare le mie conclusioni, quindi devo continuare questa indagine fotografica più a fondo. Questo è il mio progetto”.

Leggere queste parole mi ha dato la libertà di reinserire me stesso, la mia esperienza e i miei sentimenti nel lavoro.

Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer

La fotografia ti serve come strumento di elaborazione oltre che come strumento di narrazione?

Assolutamente sì. È ciò che amo di questo mezzo. Per me, la fotografia è un modo per riorganizzare il mondo così come lo si percepisce. Questo può significare che una fotografia ritrae esattamente ciò che raffigura, oppure che il fotografo ha una visione più complessa della realtà presentata. È anche per questo che amo i libri. Credo che le fotografie migliori siano quelle che trovano il loro contesto nelle immagini che le circondano, è lì che si crea il significato.

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Chi sono i tuoi riferimenti culturali e visivi?

Sono tantissimi e continuano a crescere, dalla fotografia alla musica, dalla poesia alle cose che vedo per strada. Good Bones è stato fortemente influenzato dal libro del fotografo Dave Heath, A Dialogue with Solitude, un libro straordinario pubblicato per la prima volta nel 1965 che utilizza immagini disparate per parlare del senso di noia provato nell’America del dopoguerra, prima e durante tutto il movimento per i diritti civili. In molti modi, quel libro è diventato il modello che ho usato per creare Good Bones.

Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer

Poi, oltre ai riferimenti fotografici, ce ne sono molti altri derivanti da altri linguaggi: dalla poesia di Yeats, The Second Coming, a Joan Didion, fino al New York Times e ad altre fonti di informazione. Nei miei giorni migliori, sono come una spugna che assorbe il mondo che lascio entrare. Non succede sempre, ma quando succede, le immagini sembrano seguire il mio esempio.

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Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Nick Meyer, da Good Bones. © Nick Meyer
Good Bones copertina libro Nick Meyer Nowhere Books

Titolo Good Bones
Fotografie di Nick Meyer
Design di Nick Meyer e Jamison Wright
Formato 27,94 x 25,4cm
Pagine 132
Immagini 65 a colori
Prezzo 60,70 euro
Lingua inglese
Editore Nowhere Books
Data pubblicazione aprile 2026
ISBN 979-8-9932810-0-1

nowhere-books.com
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