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Home CULTURA INTERVISTE

I travestiti di Lisetta Carmi e i travestiti di Jacopo Benassi

Punti di contatto e differenze tra i lavori dei due artisti. Ce ne parla Matteo Balduzzi, curatore della mostra “Sono le braci di un’unica stella”.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
14 Maggio 2026
in INTERVISTE
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Lisetta Carmi mostra Sono le braci di un’unica stella
Lisetta Carmi, I Travestiti, 1969. © Martini & Ronchetti, Archivio Lisetta Carmi, Cortesia Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo. Opera acquisita grazie al bando Strategia Fotografia 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Cinisello Balsamo (MI)

Dal 21 marzo al 7 giugno 2026

Nel 1972 Lisetta Carmi, dopo un percorso tortuoso e incerto, riuscì a pubblicare quello che sarebbe diventato un caposaldo della fotografia italiana: I Travestiti. Per sei anni Carmi aveva vissuto a stretto contatto con i travestiti che abitavano e lavoravano nell’antico ghetto ebraico di Genova, documentandone la quotidianità in ogni sua sfumatura. Quello che ne uscì non fu solo un’indagine su uno spaccato sociale, un modo per rendere evidente una realtà marginale e scomoda, ma un vero atto d’amore e amicizia. Lisetta, con partecipazione e prossimità fotografica, ha raccontato la vita dei travestiti con la stessa complicità con cui si racconterebbe la storia visiva della propria famiglia.

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Nel 2015 un altro artista che ha fatto del suo lavoro uno strumento esistenziale e di indagine sociale, Jacopo Benassi, ha seguito i passi di Carmi tra i carruggi genovesi e nella sua serie Via del Campo ha riportato a galla i personaggi di quel lavoro storico, attualizzandone la memoria. Al MUNAF di Cinisello Balsamo la mostra Sono le braci di un’unica stella, visibile fino al 7 giugno, a cura di Matteo Balduzzi, si concentra proprio nel rendere percepibili le stratificazioni tra questi due lavori, con le loro differenze e le loro continuità. Ne abbiamo parlato approfonditamente con il curatore della mostra.

Jacopo Benassi, Via del Campo, Rossella, 2015.
Jacopo Benassi, Via del Campo, Rossella, 2015. © Jacopo Benassi, Cortesia Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo. Opera acquisita grazie al bando Strategia Fotografia 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Quello che espone la mostra Sono le braci di un’unica stella è un dialogo tra I Traverstiti di Lisetta Carmi e la serie Via del Campo di Jacopo Benassi…

Non so se sia propriamente un dialogo, perché sulla carta l’interazione non è stata bilaterale. Benassi ha prodotto nel 2015 la serie Via del Campo come omaggio a I Travestiti di Lisetta Carmi. Si è recato fisicamente all’antico ghetto ebraico di Genova – dove Lisetta la notte di Capodanno del 1965 aveva incontrato per la prima volta quelli che sarebbero stati i suoi soggetti per molti anni – e ha rifotografato quegli stessi personaggi, con un suo stile e una sua identità fotografica. A quasi cinquant’anni di distanza, con il libro di Lisetta Carmi in mano, Jacopo ha voluto rintracciare i protagonisti di quello spaccato genovese, di quella realtà sociale e umana dove Carmi, per molti anni, si era completamente immersa.

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Esteticamente e stilisticamente che rapporto c’è tra i ritratti di Carmi e quelli di Benassi?

Gli approcci dei due autori al ritratto sono molto diversi, anche in virtù di una evidente differenza di progettualità. Carmi ha speso sei anni con i ‘suoi’ travestiti prima che il lavoro diventasse libro, in quel lasso di tempo ha condiviso con loro la quotidianità delle piccole cose, la vita umana. In questo modo la sua fotografia ha seguito un moto spontaneo e molto intimo che si rende evidente nelle immagini. La complicità con i suoi soggetti è il perno per la dimensione emotiva e visiva del lavoro. La sua è stata una narrazione interna, con l’intenzione di raccontare uno stato di marginalità, di esclusione sociale, temi che sono sempre stati cari a Lisetta Carmi. Per questo motivo I Travestiti ha un valore tanto umano quanto civile e politico.

Lisetta Carmi, I Travestiti, 1965-1967. © Martini & Ronchetti, Archivio Lisetta Carmi, Cortesia Regione Lombardia / Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo
Lisetta Carmi, I Travestiti, 1965-1967. © Martini & Ronchetti, Archivio Lisetta Carmi, Cortesia Regione Lombardia / Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo

Invece, la struttura del lavoro di Jacopo è completamente diversa: sono ritratti che ha prodotto in un giorno, usando il lavoro di Carmi come riferimento storico e documentativo. Lo stile di Jacopo nelle foto di Via del Campo segue un’estetica a cui sta lavorando da molti anni, ‘dura’, anche violenta, stilisticamente parlando, con l’utilizzo del flash che drammatizza l’espressione dei suoi soggetti. Il suo modo di fotografare non ingentilisce, non abbellisce, piuttosto mostra ogni dettaglio, in maniera feroce: si vedono le rughe, si vedono i segni della vita trascorsa.

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Visivamente, poi, i ritratti di Carmi sono portatori di un senso palpabile di dolcezza, nelle pose, nell’intimità quotidiana che viene colta e questo è sottolineato da un’estetica morbida, delicata; le immagini di Jacopo sono molto più materiche, ricche di contrasti, di porosità nei bianchi e neri, di ombre.
Le fotografie di Lisetta sono meno cariche di simbolicità, corrispondono più a una trasposizione del reale, di un mondo articolato e complesso; Benassi, invece, fa diventare le sue immagini delle vere icone, dei simboli di tutto ciò che è stato, del mondo raccontato da Carmi. È, infatti, impossibile leggere il lavoro di Jacopo senza aver visto I Travestiti di Lisetta, ma non il contrario.

Jacopo Benassi, Via del Campo, Sandra, 2015. © Jacopo Benassi, Cortesia Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo. Opera acquisita grazie al bando Strategia Fotografia 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura
Jacopo Benassi, Via del Campo, Sandra, 2015. © Jacopo Benassi, Cortesia Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo. Opera acquisita grazie al bando Strategia Fotografia 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Dal punto di vista personale, cosa ha spinto Jacopo Benassi a produrre questo omaggio?

Io penso che ciò che accomuna i due autori sia un vivido senso di autenticità di intenti, di prossimità personale rispetto all’immaginario su cui lavorano. Infatti, Jacopo aveva lavorato già in passato sui travestiti a Genova, ma, più profondamente, penso che questa sua serie attinga alla sua sfera personale relativa alla scoperta della sua omosessualità. È da molto tempo che Benassi elabora i suoi nodi esistenziali e la sua esperienza attraverso le sue immagini, senza farsi sconti e senza fare sconti alla resa dei soggetti. Da questa sua posizione nasce quello stile anche crudo di cui parlavo prima.

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Lui è di La Spezia e frequentando Genova, fin da quando era giovane, ha avuto la possibilità di capire che esisteva un altro modo per vivere e intendere la propria sessualità. Quindi in un certo senso Via del Campo è, sì, un omaggio al lavoro di Lisetta, ma nel contempo, omaggia anche la sua storia personale. Inoltre, dal punto di vista umano e sociale, entrambi, con i loro lavori – forse Benassi in maniera più provocatoria – danno voce a chi non ne ha, a chi è considerato ‘diverso’, a chi non si può esprimere liberamente.

Quando nel 1972 è uscito il libro di Lisetta Carmi, il progetto pubblicato si componeva solo di immagini in bianco e nero. Solo recentemente sono state scoperte anche quelle a colori, esposte in mostra. Come si è verificata questa scoperta?

Quando ormai la serie de I Travestiti era diventata un caposaldo della storia della fotografia italiana, nel 2017 sono state scoperte delle diapositive a colori di quello stesso progetto. Carmi già viveva da diverso tempo a Cisternino. Gianni Martini, suo gallerista e grande amico, ci ha raccontato che quando Lisetta ha ritrovato gli scatoloni con quelle diapositive non si ricordava nemmeno di averle fatte. Anche per lei quel ritrovamento è stata una scoperta meravigliosa. Così, in seguito, ha deciso di stamparle, inserendole come inediti del progetto.

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E dal punto di vista critico ed estetico, come le immagini a colori dialogano con quelle in bianco e nero?

Il colore amplifica la spettacolarizzazione della bellezza dei travestiti, la loro provocazione e il loro sfarzo, ma contemporaneamente rende più vivido il senso di intimità creato da Carmi nel rapportarsi con i suoi soggetti, con la loro quotidianità. Il bianco e nero normalmente rimanda a una dimensione più astratta, uniforma e conferisce all’immagine un valore rappresentativo; il colore invece ci mette maggiormente a confronto con la realtà. Il volto truccato dei travestiti, i colori dei loro abiti, esplicitandosi, ti conducono più direttamente al loro mondo fatto di piccole cose, di cose quotidiane.

Lisetta Carmi, I travestiti, 1965-1967. © Martini & Ronchetti, Archivio Lisetta Carmi, Cortesia Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo. Opera acquisita grazie al bando Strategia Fotografia 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura
Lisetta Carmi, I Travestiti, 1965-1967. © Martini & Ronchetti, Archivio Lisetta Carmi, Cortesia Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo. Opera acquisita grazie al bando Strategia Fotografia 2022, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

Come si è approcciato a loro Jacopo Benassi per iniziare il lavoro?

Ha iniziato ritraendo Rossella, che sostiene di aver conosciuto Lisetta e anche di essere stata fotografata da lei, ma che poi la sua fotografia non sia stata inserita nell’editing finale del libro per motivi che non si conoscono. Mi sembra più probabile che lei abbia veramente conosciuto Lisetta e che non sia stata fotografata o anche che non abbia voluto farsi fotografare. Quando poi il libro è diventato famoso e tutti si sono riconosciuti, ha voluto reinserirsi in quello scenario che effettivamente le apparteneva. Questo aneddoto, comunque, esemplifica perfettamente come, tra quella generazione di travestiti genovesi, il libro di Lisetta Carmi sia stato un passaggio importante dal punto di vista dell’autoriconoscimento sociale. Quando Jacopo si è presentato alla loro porta hanno sfogliato insieme il libro e l’hanno commentato, facendone una sorta di oggetto psicanalitico da cui partire.

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Nel lavoro di Jacopo i travestiti hanno riprodotto delle stesse pose rispetto a quelle ritratte ne I Travestiti?

No, non ci sono citazioni figurative o formali.

In Via del Campo di Benassi, oltre ai ritratti e alle fotografie degli ambienti, c’è un’immagine che riproduce un testo. Cos’è?

È una parte molto importante del progetto. Quel testo funge da testamento, in un certo senso, racconta un vissuto collettivo. La voce narrante è una voce d’insieme, di tutti i travestiti che Benassi ha incontrato. È il risultato di un incontro collettivo e steso poi come un unico testo, in cui viene ricostruita la storia di tutte coloro che sono state ritratte da Lisetta. Sembra quasi un’antologia alla Spoon River, un grande affresco sociale, politico e soprattutto esistenziale. Questo testamento ricollega tutto, il lavoro di Lisetta con quello di Jacopo, e leggendolo capisci che la voce impressa è la voce dei superstiti.

Jacopo Benassi, Via del Campo, 2015
Jacopo Benassi, Via del Campo, 2015

Prima parlavi dell’iconicità dei ritratti di Jacopo. Questo aspetto viene sottolineato anche da un elemento materico, la cornice, che dà all’immagine una resa scultorea, come se l’idea di Benassi di “opera” andasse oltre la bidimensionalità fotografica. Ce ne parli?

Idealmente Jacopo parte da una tradizione reportagistica della fotografia. Gli appartiene la velocità del paparazzo: arriva, fotografa con flash e va via, senza troppe sovrastrutture concettuali. Però, negli anni, quell’istintività si è articolata come un semilavorato. La stampa prodotta non rappresenta più l’opera in sé, ma è parte di essa. Ugualmente alla ripresa fotografica, la stampa si accresce di un valore performativo, facendo convogliare la sua stessa azione fisica nel valore dell’opera. La stessa dinamica coinvolge anche la creazione delle cornici, che vengono assemblate nel suo studio con materiali di scarto, velocemente, e assumono una dimensione plastica, diventando sculture.

Jacopo Benassi, Via del Campo, 2015
Jacopo Benassi, Via del Campo, 2015

Puoi dirci qualcosa sul titolo della mostra, Sono le braci di un’unica stella?

Letteralmente è una citazione della canzone Princesa di Fabrizio De André. Nello scenario tra Carmi, Genova, la città vecchia, i travestiti, non si poteva non inserire dentro anche la figura del cantautore genovese. Anche Jacopo lo omaggia, a sua volta, con il titolo della sua serie Via del Campo. È un immaginario che si autoalimenta tra tutte queste parti. Tant’è che, per l’esposizione, abbiamo concordato con Benassi anche una colonna sonora che si compone di sei brani di De André. Simbolicamente, invece, è un verso che nella sua forza poetica raccoglie le due anime divergenti di Carmi e Benassi, riuniti da un unico ardore civile.

Sono le braci di un’unica stella

  • A cura di Matteo Balduzzi
  • MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia, Villa Ghirlanda, via Frova, 10 – Cinisello Balsamo (MI)
  • dal 21 marzo al 7 giugno 2026
  • mer-ven 16-19, sab -dom 10-19. Lunedì e martedì chiuso
  • ingresso gratuito
  • www.munaf.it
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