Stamattina, a un paio di giorni dall’annuncio ufficiale della Foto dell’anno del World Press Photo 2026, il Feed principale di Instagram ci ha proposto un post de L’Espresso. Compariva lo scatto di Mohammed Salem (Agenzia Reuters), la fotografia ormai conosciuta in tutto il mondo come “La Pietà di Gaza”, che ha vinto il World Press Photo 2024.
Leggendo il testo del post – incentrato su un argomento di cui non discuteremo in questo articolo – abbiamo appreso, a malincuore, che a distanza di due anni dalla premiazione, i soggetti di quella fotografia sono ancora descritti come “madre e figlio”.
Il post ci ha dato il La per riproporre qui sotto il nostro articolo del 3 maggio 2024, intitolato “La Pietà di Gaza” non si intitola “La Pietà di Gaza”, la mamma non è una mamma.
Con questa pubblicazione rinnoviamo il nostro appello ad approcciare le potenti immagini del World Press Photo, e del fotogiornalismo in generale, con la dovuta attenzione. “Guardare le figure” non basta, bisogna leggere le storie, mai in modo frettoloso. In caso contrario il fotogiornalismo perde senso.
“Il volo dell’oca selvatica” di Gabriele Stabile
dal 17 aprile al 9 maggio...
Un “Genio” del ritratto fotografico, più o meno centoquarant’anni fa
dall’11 aprile al 19 luglio 2026
Nuovo appuntamento con “Gli italiani” di Bruno Barbey
dal 4 aprile al 27 settembre...
L’arte relazionale di Franco Vaccari: l’artista comincia, il pubblico completa l’opera
dal 28 marzo al 13 settembre...
Venti modi brillanti per raccontare la Storia partendo dalla fotografia dell’era coloniale
dal 16 gennaio al 6 settembre...





















