Maurizio Gjivovich è un fotografo piemontese, conosciuto nella zona di Ivrea e nelle valli vicine. Era all’inseguimento di una storia che potesse appartenergli e raccontare il luogo in cui è nato. È riuscito a trovarla, tramite conoscenze comuni, nelle vicissitudini della famiglia Zucca, nella particolarità del loro modo di lavorare come allevatori e produttori di formaggio.
Ne è nato il progetto A choice for nature, attraverso cui Maurizio, nel tempo, si è inserito all’interno della famiglia prima di tutto come “amico” e solo dopo come “fotografo”. Con uno sguardo ravvicinato ha raccontato la quotidianità di Vittorio e Rocco, i capostipiti della famiglia, delle loro mogli e dei loro figli, una vita fatta di fatica e di rapporto autentico con la natura. Abbiamo intervistato Maurizio Gjivovich per farci raccontare il suo progetto a lungo termine.
Come e quando nasce A choice for nature?
Il progetto è nato anche come conseguenza di quello che si è verificato, professionalmente parlando, durante e dopo il COVID. Per una serie di motivi, economici e anche logistici, mi sono reso conto che era diventato sempre più complicato riuscire a ottenere commissioni di lavori di documentazione fotografica che implicassero degli spostamenti troppo ampi e dei viaggi troppo lunghi.
Quindi ho deciso di rivolgere lo sguardo verso un luogo vicino a casa, la Valchiusella, un territorio incontaminato, chiuso in sé stesso, senza diretti collegamenti con famose vallate che abbiano determinato scambi commerciali, spopolato dall’industrializzazione degli anni ’60 di Ivrea, e senza un turismo montano simile a quello della Valle d’Aosta. Quando la storia che vuoi raccontare è forte, che sia vicino o lontano da raggiungere poco conta.
E cosa racconta la tua storia, quindi?
Io sono nato vicino alla Valchiusella, nella città di Ivrea. Ero alla ricerca di una storia che raccontasse il territorio e l’ambiente dove vivo. Parlavo per caso con un allevatore della zona, quando mi ha raccontato della famiglia Zucca, composta da più nuclei familiari, rimasti in valle a lavorare ancora come allevatori tramite la transumanza degli animali e come produttori di formaggio. La famiglia Zucca lavora consapevolmente con questo antico metodo per il benessere dell’animale e per la purezza del prodotto.
Ho deciso allora di capire meglio chi fossero queste persone e quale fosse la loro storia, una storia, come poi ho capito, che si concentra proprio sul rapporto primordiale tra uomo e natura.
Loro sono tra i pochi abitanti della Valchiusella, custodi e testimoni di un ecosistema incontaminato e puro. E su questa purezza di vita, di lavoro, di rapporti ho voluto concentrare il mio progetto. La loro è stata una scelta consapevole, fatta per continuità con i nonni, anche loro allevatori della valle. Vivono durante tutto l’anno in funzione di un pascolo abbondante e fresco per i propri animali, salendo fino in alta quota e poi tornando verso la valle, da Trausella fino a Candelle, una località raggiungibile solo a piedi. Seguono il ciclo delle stagioni, del clima e tutto, nella loro vita, è cadenzato da un tempo naturale.
Come questo loro vivere in base a un tempo naturale ha influenzato anche, nella pratica, il tuo lavoro?
Ho presto capito la finalità editoriale di A choice for nature. Per questo motivo il progetto non poteva comporsi di poche immagini, ma doveva guidare, fotografia dopo fotografia, un senso complesso di movimento, fisico, temporale, emotivo. C’era bisogno quindi di una quantità di immagini corposa e puntuale, che doveva raccontare con coerenza le stagioni, gli spostamenti, i luoghi, le loro vite e anche la fatica fisica.
Avendo lavorato su questo progetto per tre anni, dal 2022 al 2025, il materiale prodotto era infinito e volevo che avesse coerenza narrativa e figurativa. Per questo motivo quando mi accorgevo della presenza di alcuni ‘buchi’ nel racconto, l’unica soluzione era quella di tornare a lavorarci, aspettando che le condizioni climatiche e ambientali fossero ottimali e simili a quelle delle fotografie scattate tempo prima. Per mantenere chiara questa coerenza, anch’io ho dovuto impostare la produzione di questo lavoro secondo dei ritmi più dilatati, dei ritmi naturali, per l’appunto.
Come è andato il primo incontro con la famiglia Zucca?
Prima di tutto abbiamo speso del tempo insieme per conoscerci, per farmi raccontare chi fossero e per raccontare a mia volta chi fossi io e come volessi procedere per questo progetto. Sanno bene di avere una vita non comune e io ho subito voluto rassicurarli sul fatto che, con le mie immagini, non l’avrei mai spettacolarizzata e che per me era importantissimo che loro si mantenessero genuini. Quando poi ho iniziato a fotografare condividevo con loro i risultati, li commentavo, li rendevo partecipi della fase di realizzazione.
Come hai lavorato sul campo?
Dal 2022 al 2025, a ogni loro spostamento mi avvisavano con una telefonata. Quando succedeva, mollavo tutto quello che stavo facendo e li raggiungevo. Nel momento in cui l’erba per gli animali finiva loro si muovevano per cercare altri pascoli e io dietro di loro. Era tutto repentino e inaspettato, sfidando ogni sorta di clima e la fatica. I loro spostamenti avvenivano con l’epicità dei viaggi eroici e in questo modo li ho voluti raccontare. Io stesso mi ci sono immerso.
Non ho mai voluto rendere la loro storia in maniera spettacolarizzata, anche se sarebbe stato molto facile, visto il paesaggio dove eravamo immersi e vista la resa epica dei loro gesti. Volevo esclusivamente far trasparire il profondo rispetto che avevo nei loro confronti e l’immenso senso di dignità che animava ogni loro azione.
E tecnicamente come hai reso questo senso di dignità e non di spettacolarizzazione?
Le fotografie sono state scattate tutte ad altezza uomo, frontali. Non ci sono prospettive dall’alto o dal basso, che enfatizzino o interpretino il mio sguardo su di loro. Bastava già la realtà che avevo davanti per dare senso alla narrazione.
C’è una foto in particolare che mi sta a cuore e che trasmette il senso di quella dignità e dello sforzo fisico di cui parlavo prima: Vittorio che porta sulle spalle il paiolo per fare il formaggio, trasportandolo da una baita all’altra durante il viaggio verso l’altura. Nell’immagine, dietro di lui, si espande l’immensità della natura e lui è solo, con questo peso sulle spalle. È una scena stupendamente epica.
Immagino che nel tempo il rapporto si sia fatto sempre più affettivo e amicale. Che apporto ha dato al progetto l’evoluzione della vostra conoscenza?
Ovviamente la parte di condivisione umana e di vita è stata fondamentale per il lavoro, che fin da subito si è basato proprio sulla sincerità del nostro rapporto, sulla sincerità del mio sguardo sulla loro quotidianità e sulla loro fiducia nei confronti della mia presenza. La maggior parte delle immagini è il risultato di una familiarità che abbiamo creato nel tempo, insieme. Penso che abbiano accettato molto presto la mia presenza perché vedevano che il mio coinvolgimento era anche personale, oltre che professionale.
Però, devo dire anche che, probabilmente, in virtù proprio della conoscenza che si è instaurata tra di noi, alcune volte mi sono perso delle immagini, molto belle dal punto di vista compositivo, perché la spontaneità del gesto fotografico si è un po’ annullata in favore di una narrazione affettiva e attenta alla loro specifica storia.
Nel 2025 cosa ti ha portato a pensare che il lavoro fosse terminato?
La crescita dei figli piccoli della famiglia, vederli diventare grandi mi ha fatto capire che forse era il tempo di concludere il lavoro e chiudere, in un certo senso, un cerchio, che è stato anche un cerchio di vita, un cerchio naturale. Marika, la più piccola, quando ho iniziato il progetto, nel 2022, aveva sei anni e ora ne ha quasi dieci e con il suo cambiamento era cambiata anche la loro storia, le loro dinamiche interne. Sono rimasto amico della famiglia Zucca, dismettendo, però, il ruolo di fotografo.
Nelle immagini all'aperto è persistente l’elemento della nebbia. Che valore ha?
La nebbia è un elemento che si è introdotto casualmente, anche perché, come dicevo prima, ero io a seguire i loro spostamenti, non potevo dettare io i ritmi del lavoro e nemmeno delle condizioni climatiche. Tra giugno e luglio, in alta quota, è un evento molto comune. Però effettivamente la nebbia aggiunge una resa simbolica ed estetica molto importante al progetto. La prima foto che feci in queste condizioni climatiche è stata quella del ragazzo con l’ombrello, Giacomo.
Quell’elemento naturale era di una potenza indicibile, rafforzava la figura di Giacomo e tutto ciò che l’immagine comprendeva, non drammatizzando, ma immergendo tutto in una dimensione quasi sospesa. Da quel momento capii che l’elemento della nebbia poteva essere la giusta lettura per le immagini di esterni come metafora del ruolo della natura che sovrasta l’uomo. Inoltre, dal punto di vista compositivo e tecnico, dava una certa profondità e tridimensionalità all’immagine.
Nelle immagini degli interni delle baite, invece, prediligi dei contrasti e un uso della luce caravaggeschi…
Considera che le baite sono dei luoghi abbastanza angusti, bassi, con poca luce. Loro cercano di renderle il più vivibili possibile con la luce elettrica, i pannelli solari, ma nelle foto di A choice for nature ci tenevo che la resa della luce e dei contrasti con le ombre fosse il più naturale possibile, per restituire la vera identità di quei luoghi e la coerenza con le loro abitudini e i loro modi di vivere e lavorare.
Hai lavorato in postproduzione?
Ovviamente un po’ sì, per cercare di uniformare l’interezza di un progetto durato tre anni. Ho conferito omogeneità al lavoro attraverso la resa di un colore con un effetto un po’ ‘terroso’.
Dal punto di vista dei riferimenti fotografici, chi sono i tuoi maestri e chi ti ha influenzato nella realizzazione di questo progetto?
Non avevo dei veri e propri punti di riferimento realizzando A choice for nature. Ovviamente nel mio DNA risuona il richiamo a Bruno Barbey, a Gianni Berengo Gardin, a Sebastião Salgado. In ogni caso penso che la potenza vera del progetto sia da attribuire al luogo, alla natura, all’epicità della famiglia Zucca e poi anche al rispetto profondo per la storia che stavo raccontando.
Mi dicevi che il progetto l’hai pensato per farlo diventare un libro. Quando uscirà?
Ci sto lavorando.
Ulteriori informazioni sul lavoro di Maurizio Gjivovich sono disponibili sul sito del fotografo, gjivovich.com.
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