Padova
Dal 25 aprile al 28 settembre 2025
Prorogata fino al 19 ottobre 2025
Su Vivian Maier vengono allestite innumerevoli mostre fotografiche in Italia e nel mondo, secondo alcuni – per dirla fuori dai denti – anche “troppe”. Mentre scriviamo questo articolo, ça va sans dire, è in corso a Padova un’esposizione, dedicata alla sterminata produzione della tata fotografa più amata di sempre: Vivian Maier. The exhibition.
La qualità degli scatti di Vivian Maier è ineccepibile, la quantità di materiale prodotto dalla fotografa è sbalorditiva e la sua storia è a dir poco avvincente: la combinazione dei tre fattori la rende giocoforza un soggetto particolarmente adatto ad attrarre e affascinare un ampio pubblico. Ma lei, “Viv” in persona, notoriamente riservata rispetto alla condivisione delle sue fotografie, cosa penserebbe della sovraesposizione del suo lavoro se fosse qui oggi?
Abbiamo posto questa domanda – e non solo – a una paziente e disponibile Anne Morin, curatrice della mostra in corso presso il Centro Culturale Altinate/San Gaetano, per provare a stimolare nuovi punti di vista su una delle più grandi icone della fotografia moderna e contemporanea e capire perché le mostre a lei dedicate sono state tante, ma forse non ancora abbastanza.
Ogni anno innumerevoli mostre presentano l’opera di Vivian Maier. A cosa si deve questa sovraesposizione?
Vivian Maier è un caso molto particolare nella storia della fotografia, probabilmente perché non era previsto che entrasse a far parte di quella storia, ma poi una strana vicenda ci ha messo lo zampino. Il suo lavoro era destinato all’oscurità, all’oblio e persino alla distruzione, ma per uno scherzo del destino, per una straordinaria combinazione di circostanze, è diventato un punto di riferimento. Il meccanismo che le ha permesso di passare dall’invisibilità all’iconicità è senza precedenti, e il fatto che una donna anonima, una dilettante appartenente agli strati sociali più bassi, abbia ottenuto un riconoscimento così solido, trasforma il caso di Vivian Maier in un vero e proprio fenomeno, semplicemente perché la sua storia parla a tutti.
Immaginiamo che Vivian Maier, persona notoriamente riservata e poco incline alla condivisione delle sue fotografie, potesse essere qui oggi. Come commenterebbe la costante pubblicazione delle sue immagini?
È molto difficile da dire, ma penso comunque che lei preferirebbe rimanere nell’ombra piuttosto che commentare. Vivian Maier non parla, fa e basta.
Senza l’accattivante contesto della storia di John Maloof, la produzione di Vivian Maier sarebbe altrettanto popolare?
Come curatrice impegnata fin dall’inizio in questo lungo e lento viaggio volto a costruire una struttura di visibilità per Vivian Maier, ho sempre separato la storia dalla Storia. L’opera sta in piedi da sola, non ha bisogno di storytelling o di contesto narrativo. Non c’è spazio per l’aneddoto, il suo lavoro è troppo potente. È una questione di proporzioni.
Perché il titolo Vivian Maier. The exhibition? Che ne è delle mostre presentate al pubblico finora?
La mostra The exhibition è la somma di tutte le esposizioni venute prima. Questa mostra è l’apice del lavoro di Vivian Maier e non esiste una mostra su questa fotografa più grande o più completa. Mi ci sono voluti quindici anni per realizzarla e si basa su un processo di ricerca che ha richiesto molto tempo. È una conquista.
Ci sono ancora molte persone che non conoscono la tata fotografa?
Di certo Vivian Maier non è estranea alla comunità fotografica, perché il fenomeno e il lavoro sono abbastanza potenti da non passare inosservati. Sono poche le persone che non hanno sentito parlare di lei; il suo nome ha rappresentato un volto senza linee, quello di una bambinaia che ha vissuto al servizio degli altri, nel rovescio del sogno americano e poi ha raggiunto l’apice della propria visibilità in meno di quindici anni. Vivian Maier non è un ‘pop-up’, è venuta per restare.
Qual è l’impatto dell'opera di Vivian Maier sulle generazioni di nuovi fotografi?
Vivian Maier ha abbattuto le barriere della fotografia e ha ispirato molti fotografi amatoriali e contemporanei, soprattutto nell’ambito dell’autoritratto, tematica quanto mai attuale che oggi è declinata anche nella pratica del ‘selfie’. Senza dubbio Maier ha realmente esaminato la questione dell’autorappresentazione. Si stima che abbia scattato cinquecento autoritratti all’anno per quarantacinque anni. È una cifra enorme. Per questo Vivian Maier è così ‘popolare’, perché condivide il problema cruciale dell’identità e del soggetto all’interno della società.
Ce la vede Vivian Maier a gestire un account Instagram?
Certamente no. Instagram non è una finestra, è uno specchio, ma non di quelli in cui Vivian Maier voleva guardare il mondo.
Potrebbe citare un fotografo di strada contemporaneo di Vivian Maier che non ha raggiunto la sua stessa popolarità?
Naturalmente citerei Saul Leiter, una figura molto vicina a Vivian Maier in termini di tempo, spazio e concezione della vita e del lavoro. Le opere di Leiter sono attualmente in mostra alla Reggia di Monza. Leiter ha scelto di rimanere clandestino, nell’ombra, nell’opacità. Sia Maier che Leiter sono stati collezionisti di piccoli momenti, poeti del minuscolo, delle piccole cose, ognuno a modo suo.
Quante mostre fotografiche di Vivian Maier ha curato? Qual è la sfida più grande del suo lavoro in relazione a questa icona della fotografia?
Ho curato quasi sessanta mostre di Vivian Maier in tutto il mondo e la sua opera, come tutte le opere che esercitano un certo fascino, è inesauribile. Tra qualche anno sarà possibile proporre una nuova mostra su di lei, perché il suo archivio è straordinariamente ricco. La mia sfida più grande con Vivian Maier è rimanerle il più vicino possibile, senza mai tradire le sue intenzioni, il suo sguardo, il suo linguaggio. Mi faccio sua portavoce, per elevare il suo lavoro e collocare questa pietra miliare nella storia. Credo che lei sia mia complice e che altre opere saranno costruite sulla sua opera e tramandate nei millenni.
E per chi ancora non conoscesse la storia di Vivian Maier...
In breve, la storia è questa: negli anni Cinquanta Vivian Maier acquista la sua prima fotocamera in Francia, impara a sviluppare la pellicola e a stampare in camera oscura. Fotografa prevalentemente paesaggi alpini, vuole avviare un business di cartoline, il primo dei tanti tentativi falliti di fare della fotografia una professione. Nel 1951, a New York, “Viv” trova il suo primo impiego come tata, il lavoro ideale per non dover rinunciare alla sua passione. Scatta migliaia di fotografie, pratica il ritratto e l’autoritratto, esplora la street photography, il paesaggio urbano e il fotogiornalismo. Sebbene tutto le riesca sorprendentemente bene, diventa sempre meno incline a condividere le sue fotografie, che accumula compulsivamente insieme a giornali e altri oggetti di varia natura.
Negli anni Duemila Maier non riesce a pagare l’affitto del deposito che ospita le sue scatole inzeppate di stampe, negativi e rullini non sviluppati, per un totale di oltre 140.000 immagini. Le scatole vengono messe all’asta e nel 2007 il giovane artista John Maloof, all’epoca agente immobiliare, entra in possesso di una parte dell’inestimabile archivio della fotografa, della quale riesce a scoprire l’identità solo dopo la sua morte, nel 2009. Maloof condivide le immagini su internet e l’enorme interesse suscitato fa sì che venga scritta una nuova pagina di storia della fotografia.
Vivian Maier. The exhibition
La mostra “Vivian Maier. The exhibition” è suddivisa in sette sezioni e ripercorre tutta la vita dell’artista, con più di duecento fotografie, oggetti personali, documenti inediti, registrazioni audio e filmati Super 8, esposti in via eccezionale soltanto per questa retrospettiva.
La mostra è accompagnata da un catalogo che omaggia brillantemente l’eccezionale talento fotografico di un’autrice versatile, ironica, curiosa e caparbia. Il volume – realizzato da Moebius in collaborazione con Réunion des musées nationaux (RMN) – Grand Palais e Musée du Luxembourg, Paris – è un ottimo strumento per esplorare nel dettaglio della vita della fotografa, assaporando un magnifico carosello di ombre, specchi, volti, mani, strade, giornali e animali ritratti con un sorprendente senso estetico.
Nata da un progetto di Vertigo Syndrome e in collaborazione con diChroma photography, la mostra è curata da Anne Morin – la più grande esperta e studiosa della vita dell’artista – e realizzata con il contributo di AcegasApsAmga e vede come mobility partner Frecciarossa Treno Ufficiale.
Vivian Maier. The exhibition
- A cura di Anne Morin
- Centro Culturale Altinate/San Gaetano, via Altinate, 71 – Padova
- dal 25 aprile al 19 ottobre 2025
- consultare gli orari di visita sul sito ufficiale della mostra
- intero 16 euro, ridotto 14 euro
- altinatesangaetano.it
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