Jessica, i nostri lettori ti conoscono bene, ma oggi hai un ruolo diverso, essendo impegnata nella giuria di Laowa Lovers – Wide Angle Awards. Hai fatto parte di altre giurie?
Anche se non “in chiaro”, ho fatto parte di diverse giurie in équipe con gli altri redattori di FOTO Cult ogni volta che la testata è stata chiamata a esprimersi. Al di là di queste esperienze, le mie valutazioni si esprimono prevalentemente in ambito editoriale.
Vuoi raccontare il tuo approccio alla valutazione delle immagini in un concorso fotografico?
È un approccio del tutto simile a quello che impiego quotidianamente nella visione e selezione delle immagini nell’ambito dell’editoria fotografica: vado a caccia di fotografie ‘pop-up’, quelle capaci di saltar fuori dallo scrolling annoiato grazie a una scelta tecnica o compositiva, al contenuto o – nel migliore dei casi – alla giusta combinazione delle due cose.
Naturalmente tengo sempre presente che per certi generi fotografici è fisiologico che uno dei due aspetti sia prevalente sull’altro.
Per fare un esempio, se nella fotografia documentaria è bene che il contenuto sia prioritario, è innegabile che la street photography si appoggi principalmente sugli aspetti compositivi e sugli accorgimenti tecnici, come la gestione dei contrasti, dei piani e della messa a fuoco.
Cosa ti annoia di più nei concorsi fotografici “standard”?
Più di qualsiasi altra cosa il bianco e nero riparatore, piatto e improvvisato, spacciato per unico strumento capace di astrarre e far emergere la vera essenza di un soggetto. Per negare questa specie di dogma basta un’occhiata agli straordinari scatti a colori di Alex Webb, tanto per rimanere nell’ambito della street photography. Il colore, diciamocelo, può essere più difficile da gestire, ma talvolta vale la pena di provare a mettersi in gioco prima di ricorrere al paracadute del bianco e nero.
Qual è l’errore più comune che vedi nelle foto di concorso?
Il tentativo di imitazione. La sensazione di déjà-vu è uno dei grandi “mostri” della nostra epoca fotografica. Molte immagini sembrano figlie (spesso sterili) di altre immagini e la loro forza comunicativa è decisamente limitata.
C’è da dire che oggigiorno non è semplice produrre materiale visivo diverso da quanto già visto. Lo stesso World Press Photo, il più prestigioso concorso di fotogiornalismo al mondo, si è di recente interrogato sui cliché visivi e sugli stereotipi che sembrano popolare il suo prezioso archivio, e questo fa riflettere parecchio.
Va da sé che ispirarsi al lavoro di chi ci ha preceduto è stimolante e formativo, ma è importante che l’imitazione sia sempre un mezzo e mai il fine di una sessione fotografica, specialmente quando si intende partecipare a un concorso.
Quanto contano tecnica, idea e coerenza nel tuo giudizio?
Parecchio. L’idea è il cuore di una fotografia, la tecnica è lo strumento necessario a concretizzarla senza ostacoli. La coerenza, infine, è il tocco che consente all’osservatore di percepire armonia tra più immagini o all’interno di una singola immagine e di soppesare la consapevolezza e la competenza del fotografo. La gestione della luce, dei toni e della messa a fuoco, sono gli elementi che richiedono maggiori accortezze in tal senso, sia sul campo, sia in fase di elaborazione dell’immagine. Qualsiasi incoerenza, infatti, viene facilmente percepita come anomalia anche dall’occhio meno esperto. Consiglio di diffidare da chi dice che in fotografia la tecnica non conta nulla… non è tutto, certo, ma consente di non dover ridimensionare un’idea solo perché non si è in grado di darle forma.
Rimaniamo sulla street photography. Cosa ti fa fermare davanti a una fotografia di strada?
Mi ipnotizza la complessità controllata al volo, cioè la capacità di racchiudere nello stesso fotogramma diversi piani narrativi senza sfociare nel caos, cogliendo un istante irripetibile. La strada è un ambiente che si presta alla convivenza di scene simultanee, e catturare più situazioni nello stesso scatto controllando la distribuzione dei pesi e la spinta delle linee di forza è indice di grande esperienza e dimestichezza, anche se non è raro incontrare fotografi alle prime armi naturalmente predisposti alla composizione armoniosa.
La lettura chiara e confortevole dell’immagine resta fondamentale: se l’occhio rimbalza confuso nel fotogramma senza capire cosa guardare, allora qualcosa è andato storto in fase di ripresa.
Quanto pesa l’intervento in postproduzione sul tuo giudizio?
Anche in questo caso dipende molto dal genere fotografico, ma tendenzialmente apprezzo immagini in cui la postproduzione non diventa predominante o, peggio ancora, fuorviante. Davanti a contrasti esasperati o colori pesantemente alterati, mi domando se l’elaborazione non sia servita a compensare una mancanza a monte. Ciò detto, non bisogna demonizzare il flusso di postproduzione a priori: se l’immagine di partenza è valida, lievi aggiustamenti possono ottimizzarne e personalizzarne la resa senza alterare pesantemente l’impressione complessiva.
In quali situazioni un’ottica estrema cambia davvero il risultato?
Quando modifica il rapporto tra fotografo e soggetto, e qui la street photography calza a pennello. Un grandangolo su strada pretende che si entri nella scena – altrimenti la fotografia resta debole e non funziona – e ce lo insegnano i grandi maestri della street, come William Klein, Anders Petersen, Daidō Moriyama, Garry Winogrand, Joel Meyerowitz e lo stesso Alex Webb, solo per citarne alcuni.
Il grandangolare è più difficile da usare o solo più frainteso?
Possiamo dire che è difficile perché non consente scorciatoie. Amplifica tutto: errori, indecisioni, mancanza di intenzione. Forse è proprio per questo che viene spesso frainteso. Il grandangolo non serve semplicemente a “inquadrare di più”, ma a dire qualcosa di più preciso sullo spazio e sulle persone che lo abitano e quindi va usato con cognizione.
Se dovessi partecipare tu, che foto NON manderesti mai?
Una foto che non lascia intendere immediatamente qual è il suo soggetto, oppure una foto con elementi “fuori controllo” che eclissano parzialmente i punti nevralgici della scena generando fastidiose sovrapposizioni. Va bene cogliere un istante al volo, ma è meglio esercitarsi a farlo come si deve.
Cosa diresti a chi è indeciso se partecipare?
Di pensare al concorso come a un bell’esercizio di editing e di guardare le proprie foto dimenticando di essere la persona che le ha scattate. Le immagini capaci di guidare lo sguardo sul soggetto con naturalezza saranno quelle giuste. Avete ancora una decina di giorni per mettervi in gioco, non perdete l’occasione!
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