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Home CULTURA INTERVISTE

Storia di un fotografo vulnerabile con la Galizia nel cuore

Carlos Folgoso Sueiro lenisce la sua sofferenza personale scattando fotografie: nasce così il progetto autobiografico “Alén do Lago”.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
19 Aprile 2026
in INTERVISTE
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Guillermina, Ernes, 2024
Guillermina, Ernes, 2024 (clic per leggere la didascalia)

Guillermina proveniva da una famiglia benestante della città di Lugo. Un giorno, in gioventù, decise di lasciare la città e trasferirsi sulle montagne di Vilauxín, un villaggio abbandonato raggiungibile solo a piedi dopo più di mezz’ora di cammino. Guillermina ha trascorso la sua giovinezza in queste montagne in una “comunità hippie”, crescendo quattro figli avuti da tre uomini diversi, che ha dato alla luce nella propria casa, senza un medico e senza il supporto di strutture ospedaliere. Attualmente Guillermina vive a Escanlar, uno dei villaggi più remoti delle montagne galiziane, dove la strada finisce e dove si rimane isolati per alcuni periodi dell’anno a causa delle nevicate o delle forti piogge che impediscono gli spostamenti. Guillermina è scollegata dai problemi del mondo, poiché non guarda la televisione né ascolta la radio. Trascorre le sue giornate tagliando la legna, curando l’orto e passeggiando nei boschi. Due dei suoi figli si sono trasferiti in città, mentre altri due vivono in villaggi vicini.

Dall’approccio sempre molto intimista e personale, il lavoro di Carlos Folgoso Sueiro ha avuto un vero e proprio turning point nel 2020 quando diversi accadimenti l’hanno portato a riflettere sulla sua pratica fotografica. Ne è nato un progetto molto nostalgico ma anche molto attuale sulla sua terra d’origine, la Galizia, sulle persone che vivono la sua quotidianità, su quei luoghi che appartengono al suo vissuto.
Abbiamo parlato con lui del suo Alén do Lago nell’intervista che segue, integrata da fotografie e didascalie di cui consigliamo caldamente la lettura per entrare meglio nelle singole immagini del progetto.

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Come nasce e cosa racconta Beyond the Lake?

Beyond the Lake, o come preferisco chiamarlo, Alén do Lago — (Alén è una parola galiziana per dire ‘oltre’) — nasce da un periodo di profonda sofferenza: per circa quindici anni ho lavorato come fotografo legato principalmente alle agenzie, alle news e agli assignment, vivendo costantemente in movimento tra diversi Paesi, soprattutto tra Italia e Russia. Il 2020 è stato un anno denso di eventi: sono dovuto tornare a casa mia in Galizia per motivi familiari; ho perso una persona a cui ero profondamente legato; inoltre ho subito una lesione alla colonna vertebrale che mi ha costretto per quasi tre anni a una condizione di limitazione fisica, spesso immobilizzato dal dolore. 

8 luglio 2023, Sabucedo, Galizia
“Bestas”, 8 luglio 2023, Sabucedo, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Il cavallo selvatico galiziano, noto anche come «Besta», costituisce un patrimonio culturale unico, profondamente legato alla storia della Galizia, al suo paesaggio rurale e ai suoi valori naturali. Nell’ultimo mezzo secolo, la popolazione di questa specie si è dimezzata. Fattori quali l’abbandono delle aree rurali, la deforestazione dovuta agli incendi o la reintroduzione di specie invasive stanno portando al collasso la popolazione di cavalli selvatici, al punto che, secondo una tesi di dottorato dell’Università di La Coruña, negli ultimi 50 anni il numero di esemplari è sceso da 22.000 a meno di 10.000. Questi animali contribuiscono ad affrontare alcuni dei problemi derivanti dall’emergenza climatica, dallo spopolamento delle zone rurali e dalla crisi della biodiversità. Sebbene questa colonia di “Bestas” rimanga la più grande d’Europa, è a serio rischio di estinzione, secondo gli studi dell’Università di La Coruña.

Durante quel periodo ho passato molto tempo a letto, impossibilitato a svolgere anche le azioni più semplici. È stato allora che ho iniziato a fotografare ciò che avevo più vicino: la mia casa, la mia famiglia, il mio villaggio.
Progressivamente, la fotografia è diventata sempre più una forma di esperienza. Ricordo, ad esempio, dettagli semplici ma fondamentali, come uscire dopo giorni di chiusura in casa e sentire le goccioline di pioggia sul viso, l’odore dell’umidità, il contatto con l’ambiente. Da lì ho iniziato a fotografare guidato dalle sensazioni, dall’intuizione. Le foto di Alén do Lago nascono quindi da questo stato di vulnerabilità e di riconnessione.

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Il progetto racconta una Galizia interiore, una Galizia così come io la vedo e la sento, una Galizia profondamente personale, ma allo stesso tempo attraversata da problematiche strutturali e persistenti, legate all’emigrazione, al rapporto con l’alcol, all’abbandono, all’isolamento e al clima. Allo stesso tempo, è anche il racconto di una resistenza: una lotta silenziosa di certe persone per sopravvivere in un territorio complesso, carico di memoria, dove realtà e percezione si intrecciano continuamente.

13 dicembre 2021, Aceredo, Galizia
13 dicembre 2021, Aceredo, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Nel gennaio 1992, il bacino idrico di Lindoso, gestito dalla società idroelettrica portoghese EDP, sommerse i villaggi di Aceredo, Buscacalque, O Bao, Lantemil e A Reloeira, al confine tra la Galizia e il Portogallo. Quel fatidico giorno congelò quei villaggi nel tempo, segnando la fine di un’era per i suoi abitanti. Tre decenni dopo, una grave siccità ha quasi prosciugato il bacino idrico di Lindoso, mettendo a nudo i resti delle vite che un tempo vi prosperavano. Nella foto, i resti di una casa demolita in uno di questi villaggi fungono da inquietante promemoria dell’abbandono che ha colpito l’intera regione.

Come la tua sfera emotiva ha influenzato lo stile del lavoro?

Credo che siamo il risultato del nostro passato. Per questo motivo, penso che ogni rappresentazione del presente contenga anche qualcosa di passato. In Alén do Lago, però, questa relazione è stata particolarmente centrale, fino al punto che uno dei temi che attraversano tutto il lavoro è proprio il tempo. Nel progetto emerge attraverso edifici in rovina, frutta che marcisce, letti in cui non dorme più nessuno, muri consumati dall’umidità. 

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Tutti questi sono elementi che appartengono al presente, ma rendono visibile il passaggio del tempo in modo quasi tangibile. In questo senso, il passato non è qualcosa di distante, ma una presenza costante all’interno di tutto il processo fotografico.
Il lavoro intreccia dunque passato e presente in modo continuo.

Nacho, 24 maggio 2024, Vilar, Galizia
Nacho, 24 maggio 2024, Vilar, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Nacho ha quarant’anni ed è originario di Saragozza, una città a quasi 1.000 chilometri dalla Galizia. Dopo una giovinezza turbolenta, ha deciso di isolarsi tra le montagne galiziane per condurre una vita meno dipendente dalla società. Oggi si prende cura del suo gregge di capre, con cui condivide un legame molto speciale: le abbraccia, parla con loro e se ne prende cura come se fossero i suoi figli. Ogni mattina le porta presto in montagna a pascolare e non torna a casa fino al calar della notte. In questi animali Nacho sembra aver trovato il senso della sua esistenza. Nacho vive in una vecchia casa di pietra occupata, senza elettricità. La sua dieta è a base di verdure e latte prodotto dalle sue capre. Come dice lui stesso, il suo sogno sarebbe quello di mangiare come le capre, nutrendosi delle erbe di montagna. Nacho conduce una vita da eremita, trovando in questa autoesclusione dalla società normalizzata un vero senso di libertà.

 Le fotografie sono tutte realizzate nell’oggi, ma ho cercato di ridurre al minimo i riferimenti temporali espliciti, evitando elementi che potessero ancorarle a un tempo preciso. Questo mi interessa per costruire una dimensione sospesa, in cui il passato affiora naturalmente attraverso ciò che resta, attraverso le tracce e le sensazioni che lo spettatore avrà quando si ferma ad analizzare le immagini.

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I ritratti delle persone sono arrivati in un secondo tempo, rispetto alle immagini più paesaggistiche. Perché? E come sei riuscito poi a ricongiungere il tutto?

Sì, i ritratti sono arrivati in un secondo momento, perché all’inizio non avevo alcuna intenzione di costruire un progetto. Fotografavo semplicemente per necessità, come una forma di fuga dal periodo di dolore che stavo attraversando. Uscivo e fotografavo le mie sensazioni, senza una direzione precisa. Dopo un periodo piuttosto lungo — un anno e mezzo, forse due — ho iniziato a rendermi conto che esisteva un filo comune tra le immagini. C’era una certa atmosfera condivisa, una sensazione di nostalgia, di malinconia, di legame con un tempo passato.

Tony, 7 aprile 2023, Atás, Galizia
Tony, 7 aprile 2023, Atás, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Tony era solito tornare a casa con delle noci, sostenendo che gliele avesse date la sua ragazza, Rosemary. Tuttavia, Rosemary esisteva solo nella sua immaginazione. Tony vive ad Atas, un piccolo villaggio sperduto al confine tra la Galizia e il Portogallo. È cresciuto con genitori alcolizzati e, purtroppo, è diventato a sua volta un alcolista. Tony racconta: «Ricordo che quando ero bambino mio padre mi metteva un bicchiere di vino sul tavolo e mi diceva: “Bevi! Un goccio non ti farà male”». Quando Tony beve alcolici, perde rapidamente il controllo di sé. Ha perso un occhio in un incidente stradale avvenuto mentre guidava in stato di ebbrezza. Ha perso il lavoro a causa dell’alcolismo e vive grazie agli aiuti statali e al sostegno della sua famiglia. A causa della situazione complicata della zona in cui vive, della mancanza di opportunità di lavoro e delle difficoltà di comunicazione, gli risulta difficile superare il suo alcolismo.

A quel punto ho iniziato a interrogarmi su ciò che stavo facendo, chiedendomi se, in modo inconsapevole, non stessi già costruendo un progetto. Quando ho riconosciuto questa coerenza, ho capito che all’interno di quel corpo di lavoro mancavano le persone, i personaggi che incarnano le tematiche e sensazioni che stavo trattando. A causa della mia mobilità limitata, ho iniziato a fotografare le persone più vicine a me: la mia famiglia, i miei amici, figure che rappresentano in modo diretto le realtà con cui mi stavo confrontando. Alcuni di loro sono molto vicini a me, come Tony, che è mio zio, o María, mia nonna.

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Il ricongiungimento tra paesaggio e ritratto è avvenuto in modo naturale, senza difficoltà. In fondo, parlano della stessa cosa. Le persone che ritraggo vivono negli stessi luoghi che avevo fotografato, che sono anche i miei luoghi. Per questo, non esiste per me una separazione netta tra paesaggio e ritratto. Tutte le immagini, indipendentemente dal soggetto, sono per me ritratti o paesaggi della Galizia, una Galizia interiore, la mia.

Maria, 16 giugno 2022, Atás, Galizia
Maria, 16 giugno 2022, Atás, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Maria, originaria di un paesino chiamato Atás, nacque nel 1929 e diede alla luce il suo unico figlio, Emilio, all’età di 26 anni. Maria si sposò quando era già incinta, una situazione malvista nella Galizia rurale di quel tempo. La povertà della sua zona d’origine e la mancanza di opportunità spinsero Maria a emigrare ad Hannover, in Germania, lasciando Emilio nel suo paese. Credeva che lavorare all’estero le avrebbe garantito la stabilità economica di cui aveva bisogno per vivere agiatamente.
Emilio è cresciuto con gli zii (i fratelli di Maria), alcolisti, che lo hanno trascinato nel vortice dell’alcolismo, complice la sua convinzione di essere stato abbandonato dai suoi genitori. Emilio ha messo su famiglia, ma la sua lotta contro l’alcol non è mai cessata, ed è morto a soli 50 anni, poco dopo che Maria era tornata definitivamente dalla Germania per trascorrere finalmente del tempo con suo figlio.

Hai vissuto per molti anni in Italia. Per quanto riguarda lo stile e la resa estetica, ci sono tracce della tradizione pittorica che hai assorbito in Italia nel tuo progetto?

Sicuramente sì. Da bambino il mio sogno non era diventare fotografo, ma pittore, e tutt’oggi, ogni tanto, faccio dei dipinti a olio. Per questo motivo, la pittura ha sempre fatto parte del mio immaginario. In Galizia e in Spagna esiste una forte tradizione pittorica, ma vivere in Italia ha reso questo aspetto ancora più intenso. In Italia ho spesso avuto la sensazione che la pittura facesse parte della mia vita quotidiana, quasi come qualcosa di naturale, e, ancora oggi, in molti casi, preferisco visitare una mostra di pittura piuttosto che una di fotografia. La pittura genera in me una sensazione di apertura e di calma, uno spazio mentale diverso, più contemplativo.

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All’interno di Alén do Lago esistono anche riferimenti pittorici espliciti: come, per esempio, Bue macellato di Rembrandt, numero 64 di Rothko o Tre studi per figure alla base di una crocifissione di Bacon. Non sono opere che ho necessariamente scoperto in Italia, ma sono convinto che gli anni trascorsi lì abbiano influenzato profondamente il mio immaginario visivo. In questo senso, la tradizione pittorica è quasi una presenza sotterranea che attraversa tutto il lavoro e ne condiziona il mio stile e la mia sensibilità.

10 gennaio 2024, Atás, Galizia
10 gennaio 2024, Atás, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Questa immagine prende spunto dall’iconico dipinto di Rembrandt “Bue Macellato”. Dopo aver fotografato per diversi anni le macellazioni dei maiali in Galizia, ho sentito il bisogno di affrontare l’argomento in modo diverso. Fino ad allora avevo sempre documentato questa pratica nel classico stile del reportage. Questa volta, però, volevo conferire alla mia fotografia una dimensione più simbolica e referenziale. Per questo motivo ho scelto Rembrandt – uno dei maestri che più ammiro – come icona da seguire. La matanza do porco è una tradizione radicata in Galizia, dove le famiglie rurali macellavano i maiali per ottenere prodotti a base di carne essenziali. Sebbene storicamente fosse una pratica di sussistenza vitale in ambienti rurali, attualmente è vietata a causa delle normative in materia di salute e benessere degli animali. Questo processo non solo forniva cibo per l’intero anno, ma fungeva anche da evento sociale che riuniva la comunità. Nonostante il divieto, alcuni abitanti del luogo mantengono ancora viva questa pratica in modo limitato e clandestino, preservando così una parte del ricco patrimonio culturale della Galizia.

Alén do Lago è il tuo lavoro più personale. Quanto il tuo coinvolgimento ti ha aiutato ad abbracciare un nuovo modo di intendere la fotografia?

Sì, è probabilmente il mio lavoro più personale. In passato ho realizzato progetti forse più vicini a una fotografia documentaria, più legata all’informazione. Tuttavia, se li analizzo in profondità, anche in quei lavori era già presente una componente molto intima e personale. In Alén do Lago, però, questo aspetto diventa centrale. Il fatto di lavorare a casa mia, con la mia famiglia, porta il progetto in una dimensione molto più intima. Qui ho capito che sono allo stesso tempo osservatore e osservato, quasi vittima e carnefice. Fotografare i miei amici, mio zio, mia nonna o gli spazi della casa familiare significa, in fondo, fotografare me stesso.

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Partendo da questa consapevolezza, il mio coinvolgimento personale mi ha portato a lasciarmi abbracciare da un modo di intendere la fotografia più contemplativo, quasi come un’autoterapia. Non parlerei necessariamente di qualcosa di completamente nuovo, perché credo che questa direzione fosse già presente in me, ma piuttosto di un’evoluzione. In questo processo, direi che ho iniziato a utilizzare la fotografia meno come informazione ma più come strumento per rendere visibili le percezioni e sensazioni.

Agosto 2025, Cambeo (confine tra Galizia e Portogallo)
Agosto 2025, Cambeo, confine tra Galizia e Portogallo (clic per leggere la didascalia)

Sul Monte Cambeo — un’antica via di contrabbando tra Chaves (Portogallo) e O Rosal (Galizia) — le fiamme disegnano naturalmente sul terreno un simbolo potente e ancestrale: un cerchio di fuoco. Quell’anello incandescente evoca i cerchi rituali degli antichi raduni e delle assemblee di streghe: una metafora dell’invocazione dell’invisibile, della creazione di uno spazio interiore contro il caos. In questa terra di confine, dove un tempo sentieri clandestini erano teatro del traffico di caffè, tabacco o qualsiasi merce adatta al contrabbando in tempi di scarsità, questo cerchio di fuoco riaccende i ricordi di patti segreti tra gli esseri umani e gli elementi.

È un lavoro che ritieni concluso?

Mentre lo realizzavo ho avuto la sensazione che fosse il progetto a guidarmi, a mostrarmi le immagini, quasi a indicarmi il cammino. Oggi, invece, ci sono momenti in cui percepisco il contrario: sono io a decidere cosa fotografare, a costruire le immagini in modo più consapevole. Quando questo accade, capisco che qualcosa si sta esaurendo al cuore del progetto. In più, progressivamente, mi sento più libero da quelle condizioni fisiche ed emotive di cui parlavo. Ho la sensazione che io stesso stia cambiando e quindi il progetto stesso si stia allontanando da me. In un certo senso, è il lavoro stesso che inizia a suggerire la propria conclusione.

Adolf e Raúl , 11 settembre 2023, Barcela, Galizia
Adolf e Raúl, 11 settembre 2023, Barcela, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Adolf e Raúl sono arrivati da Barcellona per andare a vivere in una casa a Barcela, un villaggio abbandonato nella foresta galiziana, ai piedi del bacino idrico di Grandas de Salime. Gli abitanti del posto li hanno accusati di volersi stabilire lì per trarre vantaggi economici dai terreni comunali, scatenando forti tensioni tra loro e i vicini. Una notte, alcuni vicini hanno tentato di appiccare il fuoco alla casa di Adolf e Raúl mentre i due erano all’interno dell’edificio. Ancora oggi, Adolfo e Raúl sono emarginati dal resto del villaggio e hanno trascorso quasi cinque anni senza uscire di casa.

Ulteriori fotografie e informazioni sul lavoro di Carlos Folgoso Sueiro sono disponibili sul sito del fotografo carlosfolgoso.com.

9 gennaio 2022, O Bao, Galizia
9 gennaio 2022, O Bao, Galizia (clic per leggere la didascalia)

Negli anni ’70, nel villaggio di O Bao, situato al confine tra la Galizia e il Portogallo, fu costruita una casa destinata al guardaboschi. Il suo compito era quello di proteggere le foreste della zona, in particolare per prevenire gli incendi boschivi. Dopo la costruzione della diga sul fiume Limia negli anni ’90, il villaggio di O Bao fu completamente sommerso, compresa la casa del guardaboschi, che riapparve trent’anni dopo a causa della siccità che aveva quasi svuotato il bacino idrico. La casa, che sembra galleggiare sull’acqua, appare come un fantasma della vita che un tempo vi prosperava. Secondo Francisco Gallato, ex residente di O Bao: “Forse il passare del tempo un giorno sanerà tutto il dolore causato dagli abbandoni provocati dalle emigrazioni del passato”.

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