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Home CULTURA INTERVISTE

Le ambiguità fotografiche di Helena Georgiou

Helena Georgiou medita sul mondo con le sue immagini metafisiche, trascendenti ed enigmatiche.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
31 Marzo 2026
in INTERVISTE
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Serenity at the edge. © Helena Georgiou
Serenity at the edge. © Helena Georgiou

Più che “fotografa” Helena Georgiou dovrebbe essere chiamata “artista visiva”, dato che lavora sulla visione e non tanto sulla fotografia come strumento di oggettività. Le sue immagini risuonano di un potere evocativo che ricordano quello di Mimmo Jodice e della sua fotografia metafisica in bianco e nero.

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Le opere di Helena hanno la loro completezza nell’immagine singola, in un racconto unico e condensato di un qualcosa che va oltre i confini del fotogramma, che interpreta e suggerisce un’interiorità invisibile, una sfera emotiva che si riunisce poeticamente al visivo. Abbiamo intervistato Helena per capire meglio il suo processo creativo e il suo pensiero artistico.

Man and the flight of though. © Helena Georgiou
Man and the flight of though. © Helena Georgiou

Se ti chiedessi un aggettivo per definire il tuo lavoro quale sarebbe?

Direi ‘contemplativo’. Le mie immagini non intendono fornire spiegazioni immediate, sono inviti a fermarsi e ad assaporare un momento di ambiguità. Mi interessa lo spazio tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo, tra il mondo visibile e il paesaggio interiore della memoria, della solitudine e dell’immaginazione. In un certo senso, mi sento vicina all’idea di Jean-Paul Sartre secondo cui l’esistenza ci si presenta prima che il significato si formi. Spesso nelle mie immagini si percepisce una sottile tensione, dove la figura si erge nel paesaggio quasi come testimone della propria esistenza. Le mie fotografie cercano di creare una soglia silenziosa in cui lo spettatore possa fermarsi e proiettare la propria narrazione, le proprie domande, nell’immagine.

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Come hai iniziato a fotografare e come la tua idea di fotografia è evoluta nel tempo?

Ho iniziato a fotografare spinta dal desiderio di immortalare momenti che mi sembravano fragili e fugaci. La vita spesso scorre silenziosamente e la fotografia è diventata per me un modo per fermare il tempo, anche solo per un breve istante. A questo si aggiunge un punto di svolta più personale, ossia la perdita di una persona cara, che mi ha resa più consapevole dell’impermanenza di tutto ciò che ci circonda. Da quel momento, la fotografia è diventata non solo un modo di osservare il mondo, ma anche uno strumento per elaborare l’assenza, la memoria e lo scorrere del tempo. Nel corso degli anni, il mio rapporto con questo mezzo si è evoluto. Non mi limito più a fotografare, creo anche immagini attraverso processi fotografici e manipolazioni digitali.

Against the wind. © Helena Georgiou
Against the wind. © Helena Georgiou

Quanto il senso di costruzione dell’immagine è importante per la tua visione?

La costruzione dell’immagine è fondamentale per la mia visione. Non considero la fotografia un atto puramente documentaristico, ma un processo di costruzione del significato. L’immagine non è solo qualcosa che viene catturato, è qualcosa che si costruisce gradualmente. Spesso la fotografia inizia con un momento reale o un paesaggio, ma continua a evolversi attraverso la composizione, l’atmosfera e talvolta attraverso processi fotografici o digitali. 

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Questo mi permette di andare oltre la semplice rappresentazione e di avvicinarmi a qualcosa di più interpretativo e riflessivo. Attraverso di essa cerco di esplorare temi come la solitudine, l’identità, il silenzio e il sottile dialogo tra l’uomo e la natura. Per me, la costruzione dell’immagine è un modo per tradurre stati d’animo interiori e idee esistenziali in forma visiva. Crea uno spazio in cui realtà e immaginazione possono coesistere, permettendo alla fotografia di funzionare non solo come una testimonianza del mondo, ma come una meditazione visiva su di esso.

Roots of wisdom. © Helena Georgiou
Roots of wisdom. © Helena Georgiou

Come la spontaneità della natura entra in dialogo con il tuo concetto di messa in scena?

Per me, la natura funziona sia come collaboratrice sia come forza che sfugge al controllo totale. Posso partire da un’idea specifica, ma l’ultima parola spetta sempre al paesaggio. Elementi come il vento, la luce mutevole, le nuvole in movimento o persino la presenza inaspettata di un uccello introducono una dimensione che non può essere pianificata completamente. Piuttosto che cercare di limitare quella dimensione, la accolgo come parte organica del processo. 

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In un certo senso, le mie fotografie nascono dalla tensione tra intenzione e caso, tra controllo e incertezza. La messa in scena definisce la struttura e l’inquadratura dell’immagine, mentre la natura introduce l’elemento imprevedibile che le dà vita, movimento e un senso di autenticità. In questo incontro, l’immagine cessa di essere semplicemente costruita e diventa uno spazio di dialogo tra la presenza umana e il paesaggio.

Where art meets skyline. © Helena Georgiou
Where art meets skyline. © Helena Georgiou

Quanto lavori in post produzione per le tue immagini?

Dipende molto dalla fotografia. Ci sono immagini in cui non c’è bisogno di fare assolutamente nulla, la luce e l’atmosfera vanno già bene quando si preme il pulsante di scatto. In questi casi, preferisco lasciare l’immagine esattamente com’è. In altre situazioni, la fotografia diventa il punto di partenza di un processo più strutturato. Lascio che la mia immaginazione continui l’immagine oltre il momento dello scatto, a volte creando o modellando ulteriormente la scena attraverso la manipolazione digitale. 

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Per me, questo non è semplicemente un fotoritocco tecnico, ma un altro modo di pensare, quindi l’approccio varia da immagine a immagine. A volte seguo la realtà che si dispiega davanti a me, altre volte lascio che l’immagine si muova in uno spazio più fantasioso, dove la fotografia diventa qualcosa di creato tanto quanto di catturato.

Between Sky and Silence. © Helena Georgiou
Between Sky and Silence. © Helena Georgiou

In molte tue immagini compare un uomo di schiena, con il cappello, su cui, a volte, è posato un uccello. Cosa simboleggia quella iconografia e da dove nasce?

Sì, hai assolutamente ragione, e sono contenta che tu l’abbia notato e me l’abbia chiesto. La figura è volutamente anonima. In un senso più profondo, l’anonimato fa parte della condizione umana: quando ci confrontiamo con certe domande esistenziali sull’identità, la solitudine o il significato della vita, alla fine le affrontiamo da soli, al di là dei nostri ruoli sociali e dei nostri nomi. Voltando le spalle allo spettatore, la figura si ritira dall’individualità e diventa quasi archetipica. Non è più il ritratto di una persona specifica, ma una presenza universale, un osservatore, un viandante, forse persino un silenzioso testimone del mondo.

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In questo modo, lo spettatore può entrare nell’immagine e proiettare sulla figura la propria narrazione interiore. Il cappello fa pensare a un personaggio di una favola o di un’allegoria. Quando compare un uccello, entra in scena un’altra dimensione: il dialogo tra la mente umana e il mondo naturale. Gli uccelli spesso evocano il pensiero, la libertà o la possibilità di trascendenza. Insieme, la figura immobile e l’uccello creano una quieta tensione tra gravità e leggerezza, tra il peso dell’esistenza e il desiderio umano di elevarsi al di sopra di esso.

The huge decision. © Helena Georgiou
The huge decision. © Helena Georgiou

A essere soggetto delle tue immagini è più spesso questa figura maschile enigmatica; cosa rappresenta, invece, la figura femminile quando compare?

Se la figura maschile tende a incarnare la solitudine, l’introspezione o un silenzioso confronto con il paesaggio, la figura femminile può suggerire un’altra dimensione, a volte più fragile, poetica o simbolica. Non considero la figura femminile semplicemente come un personaggio, ma piuttosto come una presenza che modifica l’atmosfera emotiva dell’immagine. Può evocare idee di memoria, vulnerabilità o il rapporto intuitivo tra il corpo umano e il mondo naturale.

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In alcune immagini, la figura femminile funziona quasi come uno specchio del paesaggio stesso, qualcosa che ne riflette il silenzio, la delicatezza e il mistero. Invece di fornire una spiegazione narrativa, apre un ulteriore livello di interpretazione, permettendo allo spettatore di proiettare i propri significati e associazioni sull’immagine.

Refugees. © Helena Georgiou
Refugees. © Helena Georgiou

Da dove nascono le tue idee per creare fotografie?

Le mie idee nascono solitamente dall’osservazione e dall’atmosfera dei luoghi che frequento. Presto attenzione alla luce, ai piccoli dettagli e ai momenti inaspettati che possono suggerire un’immagine. In alcune fotografie, le persone che compaiono nell’inquadratura sono semplicemente individui che incontro per strada, catturati spontaneamente. In altri casi, le immagini richiedono un approccio più strutturato o artisticamente elaborato. Il più delle volte lavoro in modo indipendente, sviluppando il progetto da sola, dall’idea iniziale all’immagine finale. Di solito scopro i luoghi andando in giro a piedi, osservando e lasciando che un dato contesto riveli le sue potenzialità visive.

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Utilizzi prevalentemente il bianco e nero, ma a volte anche il colore. Perché?

La fotografia in bianco e nero mi permette di ridurre l’immagine alla sua essenza. Enfatizza la luce, l’ombra, la texture e il silenzio, elementi che spesso veicolano l’atmosfera metafisica che cerco. Senza la distrazione del colore, lo spettatore può immergersi più profondamente nello spazio emotivo e simbolico dell’immagine. Tuttavia, anche il colore gioca un ruolo importante nella mia estetica. 

A Breath Between Moments. © Helena Georgiou
A Breath Between Moments. © Helena Georgiou

Quando scelgo di usarlo, diventa un altro linguaggio espressivo. Certe tonalità, soprattutto quelle tenui o naturali, possono evocare ricordi, il tempo e la sottile presenza di un luogo. Il colore può suggerire calore, decadenza, distanza o immobilità, e talvolta contribuisce a rivelare strati di realtà che il bianco e nero non può esprimere allo stesso modo. Per me, la scelta tra bianco e nero e colore è intuitiva. Ogni fotografia richiede un proprio linguaggio visivo, a seconda del sentimento o dell’idea che voglio comunicare.

Ulteriori fotografie e informazioni sul lavoro di Helena Georgiou sono disponibili sul sito della fotografa www.helenageorgiou.com.

Between Here and There. © Helena Georgiou
Between Here and There. © Helena Georgiou
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