Milano
Dal 7 marzo al 28 giugno 2026
La fotografia esiste su per giù da duecento anni. È uno strumento di comunicazione molto potente, che può registrare, conservare, mentire. È il linguaggio della contemporaneità, ma è anche uno scrigno di memoria individuale e collettiva.
Esistono tantissime fotografie ormai divenute iconiche, immagini che simboleggiano i più grandi eventi e cambiamenti storici e culturali degli ultimi due secoli.
Cento di queste immagini sono state selezionate per la mostra fotografica “100 fotografie per ereditare il mondo”, il nuovo progetto espositivo del MUDEC – Museo delle Culture di Milano, in programma fino al 28 giugno.
Le sezioni della mostra 100 fotografie per ereditare il mondo
Nascita della fotografia
Nella prima sezione della mostra, “Nascita della fotografia”, trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti poetici e visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855. Presente anche Femme à la balle (1887) di Eadweard Muybridge, che introduce la fotografia come strumento di analisi del movimento e anticipa una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine.
Fotografia: tra realtà e finzione
La seconda sezione della mostra segna il passaggio decisivo verso la modernità. La fotografia, ormai tecnicamente matura, abbandona l’idea di essere soltanto uno strumento di registrazione e si apre alla sperimentazione, alla costruzione dell’immagine, alla ricerca formale. In questo panorama si inseriscono le sperimentazioni surrealiste di Man Ray, le audaci inquadrature avanguardistiche di Aleksandr Rodčenko, e l’ironia coreografata di André Kertész con la celebre Satiric dancer (1926).
Accanto a questi scatti, opere come Behind the Gare Saint-Lazare (1932) di Henri Cartier-Bresson introducono una concezione nuova di fotografia, in cui l’immagine restituisce un senso di imprevedibilità solo in apparenza spontanea, frutto invece di uno sguardo attentissimo alla composizione, mentre Dalì Atomicus (1948) di Philippe Halsman sovverte ogni regola della fisica trasformando il gesto fotografico in performance. Le composizioni visionarie di Mario Giacomelli e le invenzioni concettuali di Joan Fontcuberta completano una sezione che mostra come, già nel Novecento, la fotografia avesse saputo reinventarsi, oscillando tra documento e finzione e aprendo la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Fotografia come documento
La cosiddetta “Fotografia Window” osserva il mondo e registra gli eventi reali, come le guerre del Novecento, lo sbarco dell’uomo sulla Luna e, più in generale, i momenti che hanno segnato in modo indelebile la storia contemporanea. In questa sezione trovano spazio alcune delle immagini più emblematiche della storia contemporanea: da Migrant Mother di Dorothea Lange (1936), icona assoluta della Grande Depressione e simbolo universale della fragilità e della resilienza umana, allo storico sbarco dell’uomo sulla Luna (1969), simbolo assoluto della conquista scientifica e del potere delle immagini come prova dell’impossibile.
Si prosegue con la forza drammatica della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy, che documenta la gioia e la fragilità di un momento di svolta epocale, fino alle ferite dell’11 settembre, catturate a Ground Zero nel 2001 da Joel Meyerowitz, unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo l’impatto emotivo e materiale dell’attacco.
Fotografia come diario
La quarta sezione – dedicata alla fotografia che indaga il mondo interiore, le identità, i desideri, le ambiguità del sé e la dimensione della memoria che va oltre l’evidenza visibile – riunisce alcuni autori che hanno saputo usare la messa in scena, il corpo e l’autorappresentazione come strumenti di indagine identitaria.
Tra questi emerge Claude Cahun, che già nel 1927 mette in discussione i codici di genere attraverso autoritratti costruiti come veri e propri dispositivi psicologici; Pierre Molinier, che negli anni Sessanta esplora il desiderio e la metamorfosi del corpo in immagini volutamente trasgressive e teatrali; e Robert Mapplethorpe, la cui ricerca, esemplificata in mostra dalla fotografia Bob Love (1979), esprime una potenza formale e simbolica capace di trasformare il corpo in scultura, gesto e icona.
Fotografia come evocazione
Il percorso espositivo continua con l’ambiguità del linguaggio fotografico, le immagini che reinventano il reale attraverso la finzione, l’allestimento e la stratificazione visiva. Tra gli autori presenti figurano Newsha Tavakolian (Listen, 2010), Sandy Skoglund con il suo immaginario surreale, Nancy Burson e le sue sperimentazioni sull’identità (Androgyny, 1982), David LaChapelle con le sue scenografie visionarie, e Mat Collishaw, che con Last meal on death row (2012) unisce estetica, simbolismo e riflessione etica.
Fotografia come bussola per il domani
Questa sezione è dedicata ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo, un panorama in cui reale e post-digitale si sovrappongono continuamente. È qui che la fotografia contemporanea affronta in modo diretto e radicale i temi che definiscono il nostro tempo: la multiculturalità, le questioni di genere, le migrazioni, i conflitti civili, la crisi ambientale e i nuovi modelli di appartenenza.
Tra gli autori presenti troviamo Ebrahim Noroozi, che in Lake Undecided (2016) riflette sulla fragilità del rapporto tra essere umano e natura; Carlos Ayesta e Guillaume Bression, che nella serie Fukushima No-Go Zone (2011–2016) esplorano il vuoto e l’assurdità dei territori contaminati dopo il disastro nucleare; e Gohar Dashti, che in Home #8 (2017) mette in scena la casa come luogo di resistenza e memoria nelle aree colpite dalla guerra.
Accanto a loro emerge il lavoro di Alba Zari, che con About the Y (2021) indaga l’identità attraverso un linguaggio visivo analitico e post-digitale, e quello di Carlos Idun-Tawiah, che con Hold Me Close (2024) restituisce con intensità il legame tra comunità, affetti e storia individuale. Insieme, queste opere mostrano come il nostro secolo abbia ormai sviluppato una propria morfologia: un tempo rapido, instabile e iper-connesso, ma al contempo ricco di possibilità che le generazioni precedenti non hanno mai avuto. In questo contesto, la fotografia non è più soltanto strumento di osservazione, ma diventa un dispositivo capace di riscrivere il futuro, intrecciando culture, popoli, amori e generazioni e restituendo la complessità del mondo in cui viviamo.
Le fotografie selezionate per la mostra invitano il visitatore a rallentare e a riconoscere nella storia dell’immagine una chiave per leggere più consapevolmente il presente.
100 Fotografie per ereditare il mondo è a cura di Denis Curti, in collaborazione con Alessio Fusi e Alessandro Curti.
L’esposizione è prodotta da 24 ORE Cultura, sostenuta da Zurich e supportata da Turisanda1924.
Uno spin-off della mostra sarà ospitato, dal 7 marzo al 28 giugno, nella sede di Zurich in Via Santa Margherita 11 a Milano. L’iniziativa, a ingresso gratuito, rappresenta un’estensione del percorso espositivo e offre alla comunità una nuova occasione di approfondimento e condivisione.
100 Fotografie per ereditare il mondo
- A cura di Denis Curti
- MUDEC – Museo delle Culture di Milano, via Tortona, 56 – Milano
- dal 7 marzo al 28 giugno 2026
- mar-mer-ven-dom 9.30-19.30/gio-sab 9.30-22.30
- intero 15 euro, ridotto 13 euro
- mudec.it
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