Dopo la “Casa del Cinema”, ora Roma ha anche la sua “Casa della Fotografia”. Ha inaugurato, infatti, al Mattatoio di Testaccio, il Centro della Fotografia di Roma, dopo anni di attesa.
Tra le mostre esposte, visitabili fino al 29 giugno, Corpi reali, corpi immaginati, a cura di Daria Scolamacchia, ospitata nello spazio dedicato al linguaggio contemporaneo e la ricerca, Campo Visivo.
Forough Alaei, con Daughters of the Sea, è tra gli autori scelti da Scolamacchia per far parte di questa esposizione collettiva.
Forough è una fotografa iraniana che ha vissuto per diversi anni a stretto contatto con le pescatrici dell’isola di Hengam, documentando quello che in Iran, ora come ora, è un’eccezione di pensiero liberale, sulla donna e sul suo ruolo nella società. La tradizione che vede queste donne uscire in mare per approvvigionarsi di pesce, per la loro sussistenza e per la vendita, è una questione culturale più che politica e Forough ce lo ha spiegato nella nostra intervista.
Dopo lunghe ore di pesca, stanca, ha legato l’amo al suo alluce. Kobra Arbabi, 48 anni, originaria dell’isola di Hengam, pesca da circa 25 anni. “In passato usavamo barche a remi, ma ora usiamo barche a motore, che hanno reso le cose più facili”, racconta. Condivide il ricordo di un grave incidente con un’altra barca che le ha causato una lesione all’anca, impedendole di andare in mare per cinque anni. Quando le viene chiesto dei suoi sogni, risponde: “Mi piacerebbe avere una barca tutta mia; attualmente vado in mare con quella di mia sorella”. La trasformazione di Hengam in una destinazione turistica è, secondo Kobra, sia una benedizione che una maledizione. “I giovani sono cambiati notevolmente e l’abbigliamento tradizionale del sud sta scomparendo, il che è un peccato. Tuttavia, dal punto di vista economico, le cose sono migliorate”. Kobra è madre di due figlie e un figlio. Le sue figlie hanno scelto di non dedicarsi alla pesca, poiché non amano questo lavoro. Da quando è mancato suo marito, è l’unica fonte di reddito della famiglia.
Qual è la storia delle “Daughters of the Sea” e come è nato il tuo interesse per loro?
Sono le uniche donne in Iran che escono in mare e pescano senza aver bisogno della presenza maschile. È una pratica che deriva da una vecchia tradizione: secondo i racconti locali, infatti, in passato, quando gli uomini intraprendevano lunghi viaggi per mare, le donne dell’isola si immergevano nelle acque poco profonde per pescare e guadagnarsi da vivere. Questa tradizione si è radicata nell’isola ed è proseguita fino ad oggi.
Avevo sentito molti racconti relativi alla bellezza dell’isola di Hengam e nel 2018 ci sono andata per la prima volta, per un viaggio di piacere, durante il quale ho conosciuto le famose pescatrici. Poiché sono sempre stata interessata al mondo femminile, facendone il tema sul quale incentrare il mio lavoro fotografico, ho deciso di documentare le loro vite. Dal 2019 al 2024, sono tornata ogni anno e ho fotografato la loro vita quotidiana.
La teocrazia iraniana è intransigente rispetto al ruolo della donna all’interno della società e della famiglia. Come questa comunità di pescatrici è riuscita a diventare una bolla di progresso e di modernità?
Per rispondere a questa domanda penso che sia necessario capire che la presenza delle donne pescatrici dell’isola di Hengam è da intendersi come parte della tradizione radicata nella cultura della regione. Come dicevo prima, in assenza degli uomini, le donne assumevano un compito, cosa che si inserì nella cultura del posto senza mai essere messa in discussione per le posizioni del governo relative al ruolo della donna. Il lavoro di queste donne preserva le usanze locali, pertanto non è in contrasto con le norme sociali, né con il governo.
Oltre che un modo di sostentarsi e di tramandare le tradizioni, quindi, queste donne non considerano il loro lavoro anche come un atto politico?
No, come accennavo prima, la pratica della pesca è radicata nella loro cultura ed è così da molti anni. Non è un atto politico, né è un atto dimostrativo.
Come ti sei mossa sul campo? È stato facile avere la loro fiducia o hai avuto bisogno di qualcuno che ti introducesse nella loro comunità?
Dal 2019 al 2024 sono tornata a Hengam ogni anno, non solo per fotografare, ma per vivere accanto alle donne che avrei voluto fotografare, per capire cosa si nascondesse dietro i loro volti abbronzati e le loro mani callose. Lungo tutti questi anni, le donne dell’isola sono diventate la mia famiglia, non erano più solo soggetti da ritrarre. Però, arrivare a questo risultato non è stato facile, soprattutto durante i primi anni: fotografare la gente del posto, all’interno di una cultura che si pone con la massima con cautela nei confronti di chi viene da fuori, ha richiesto molta pazienza.
Masoumeh in piedi sulla spiaggia dopo una lunga e dura giornata di lavoro. A volte esce in mare con sua madre, ma principalmente lavora in una piccola bancarella, dove realizza gioielli fatti a mano con le conchiglie che raccoglie lungo la riva e li vende. Le donne dell’isola creano collane e orecchini con le conchiglie raccolte e li vendono ai viaggiatori. Questa è una delle loro fonti di reddito.
Dovevo guadagnare la loro fiducia e dimostrare loro che ero lì per raccontare la storia delle loro vite e non per essere una semplice spettatrice. Alloggiavo in un ostello vicino alle loro case e trascorrevo le giornate seduta accanto alle loro bancarelle. Rimanevano ai loro piccoli stand, vendendo artigianato, cibo locale e conchiglie colorate, fino alle due o alle tre del pomeriggio. Poi chiudevano le bancarelle e preparavano le loro imbarcazioni a motore per la pesca. All’inizio, ho stretto amicizia con loro, spiegando che volevo documentare il loro coraggio e il loro stile di vita. A poco a poco, hanno iniziato ad avere fiducia in me e a lasciarmi entrare nei loro spazi privati. Sono stata persino invitata nelle loro case e, dopo anni di frequentazioni, si è formato un legame profondo tra noi.
Le “Daughters of the Sea” sono integrate nella società dell’isola? Come le considerano gli uomini e le donne del posto?
Poiché la pesca è radicata nella cultura dell’isola, e la loro storia fa parte della tradizione del posto, gli abitanti locali le considerano parte della comunità.
Quante sono, ad oggi, le pescatrici dell’isola di Hengam? Riescono ad avere un seguito anche tra le nuove generazioni o la comunità si sta riducendo?
Ad oggi, ci sono trenta donne che lavorano come pescatrici, ma solo quindici di loro hanno ottenuto la licenza dall’Organizzazione della Pesca. Purtroppo, questa professione non è molto popolare tra le giovani generazioni, che sanno benissimo quanto sia duro quel lavoro. Secondo le donne dell’isola, la nuova generazione ha poco interesse a uscire in mare e a ereditare questa tradizione, preferisce studiare e intraprendere altre carriere.
Khadijeh Ghodsinejad, una donna sposata di 26 anni con un bambino di due anni, vive sull’isola di Hengam ed è la pescatrice più giovane della comunità. Conosciuta su Instagram come Khajoo, ha iniziato ad accompagnare sua madre nelle battute di pesca in barca a remi già all’età di quattro o cinque anni. Oggi hanno una barca a motore, che ha reso il loro lavoro più facile, ma lei continua a pescare spesso insieme alla madre. Negli ultimi tempi, molti giovani hanno evitato il lavoro faticoso e l’odore sgradevole del pesce, rendendo Khajoo l’unica giovane donna che continua a pescare. Lei osserva: “Quando torno dalla pesca, tutti mi dicono di cambiarmi subito i vestiti perché puzzo di pesce!”. Khajoo parla con franchezza delle sfide che deve affrontare: “La scarsità d’acqua, le interruzioni di corrente e la mancanza di medici e strutture mediche adeguate hanno sempre fatto parte della vita sull’isola e sono tra le difficoltà più significative che dobbiamo sopportare”.
I burqa che indossano sono variopinti ed esteticamente molto impattanti. Sembrano quasi delle maschere. Quei pattern, quei colori, hanno un significato specifico? E quanto sono stati importanti per l’estetica del tuo progetto?
Nelle regioni meridionali dell’Iran vengono utilizzati diversi tipi di burqa. Qui le donne indossano veli che sono più comunemente associati all’Afghanistan e ai Paesi arabi del Golfo Persico, ma i disegni dei loro burqa sono distintivi e unici: sono cuciti con tessuti a motivi floreali in colori vivaci come il blu, l’arancione e il rosa chiaro.
Però, la storia di questo indumento, usato nell’isola di Hengam, va oltre la tradizione islamica dell’hijab. Si dice, infatti, che durante l’occupazione dell’isola da parte dei portoghesi, e in seguito degli inglesi, le donne si coprissero il volto per proteggersi da molestie e aggressioni. Alcuni burqa erano persino progettati per assomigliare a baffi artificiali, rendendo il loro volto più duro e scoraggiando gli uomini stranieri. Oltre a questa funzione storica, i burqa proteggono le donne dall’intenso sole del sud e oggi, vengono indossati principalmente per questa ragione.
Quanto i tuoi studi di giurisprudenza e il tuo essere anche pittrice hanno influito sul tipo di fotografa che volevi essere e sulle tematiche da trattare?
Ho studiato giurisprudenza e, in quanto donna nata e cresciuta in una società conservatrice come quella iraniana, ho sperimentato in prima persona le discriminazioni e le ingiustizie che quotidianamente subisce il mondo femminile. Queste esperienze vissute mi hanno portato a sviluppare un profondo interesse per i diritti delle donne e mi hanno indotta a impegnarmi attivamente in questo campo. Per me, la macchina fotografica è diventata uno strumento attraverso il quale raccontare le storie di donne iraniane di diversa estrazione sociale. Allo stesso tempo, il mio forte interesse per la pittura e la mia formazione artistica mi hanno aiutato a sviluppare una migliore comprensione e utilizzo del colore, della luce e della composizione in fotografia.
Visti gli ultimi accadimenti che investono l’Iran, credi che in futuro le “Daughters of the Sea” potranno rappresentare un modello per le donne iraniane e per un’apertura sociale e politica?
La società iraniana non è, per tradizione, intrinsecamente restrittiva nei confronti delle donne, la cultura del mio Paese ha storicamente permesso loro di svolgere ruoli attivi e influenti. Ciò a cui assistiamo oggi, invece, sia in ambito politico che sociale, ha meno a che fare con la cultura storica dell’Iran e più con l’imposizione alla società delle opinioni di un particolare gruppo ideologico con determinati orientamenti religiosi.
Resta il fatto che le pescatrici di Hengam possono, senza ombra di dubbio, fungere da modello per le donne iraniane, e che hanno dimostrato di svolgere un ruolo significativo nella società.
Forough Alaei. Daughters of the Sea
- A cura di Daria Scolamacchia
- Centro della Fotografia di Roma, piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma
- dal 30 gennaio al 29 giugno 2026
- lun-dom 12-20; martedì chiuso
- intero 10 euro, ridotto 8 euro
- centrodellafotografia.it
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