Nicole Tung è una fotogiornalista freelance, attenta ai conflitti mondiali e all’impatto dell’uomo sul Pianeta, con un approccio di denuncia delle problematiche ambientali. Si è occupata delle guerre in Libia e in Siria, dell’invasione russa in Ucraina, del racconto di vita dei veterani di guerra nativi americani negli Stati Uniti, delle proteste pro-democrazia a Hong Kong e delle conseguenze dell’ISIS in Iraq e Siria.
Attualmente, in mare, soprattutto nel Sud-est asiatico, è in corso una sorta di guerra invisibile, per il territorio, per la salute degli ecosistemi marini e per i diritti dei lavoratori. Nicole ha prodotto Overfishing in Southeast Asia per raccontare questo spaccato di storia che riguarda tutti. Lo ha fatto per concorrere al Photojournalism Award che la Fondazione Carmignac aveva indetto quest’anno, vincendolo. Ora il lavoro è in mostra al Bronx Documentary Center di New York, e noi abbiamo intervistato Nicole per farci raccontare il suo progetto.
Qual è la storia che hai voluto raccontare con Overfishing in Southeast Asia?
Diversi anni fa ho letto il libro Outlaw Ocean [Oceani fuorilegge, ndr] di Ian Urbina, che tratta il tema delle attività criminali ed extralegali in acque internazionali, come la pesca non autorizzata, la schiavitù e la violenza subita dal personale. Mi sono interessata all’argomento facendo ricerca e reperendo materiale, e quando la Fondazione Carmignac ha annunciato che proprio questo tema sarebbe stato il focus della 15ª edizione del Carmignac Photojournalism Award, ho presentato la mia candidatura.
Durante le ricerche preliminari al progetto, mi sono resa conto di quanto sia complesso il problema dell’overfishing e di quanto sia devastante il suo impatto sul nostro pianeta. La storia che ho voluto esplorare con Overfishing in Southeast Asia si concentra proprio sulla complessità di questa tematica e su come noi, in quanto consumatori, spesso contribuiamo inconsapevolmente ad alimentarne le drammatiche conseguenze.
Come ti sei mossa sul campo per produrre questo lavoro?
Ho cercato di approfondire la questione da più punti di vista, come la geopolitica, il lavoro, la condizione dei piccoli pescatori e l’impatto ambientale, focalizzandomi sui Paesi in cui questo problema è maggiormente sentito, nel Sud-est asiatico per l’appunto. Sono partita da una ricerca iniziale, contattando i produttori locali e poi osservando cosa succedeva sul territorio. Mi sono concentrata su Thailandia, Filippine e Indonesia, fotografando in quest’ordine e tornando in Thailandia e nelle Filippine più volte.
Dopo le prime perlustrazioni e i primi sopralluoghi, ho deciso che la Thailandia sarebbe stata il posto migliore per iniziare a indagare il meccanismo, perché questo Paese, prima del 2015, si era già reso emblema di cattive pratiche nell’industria della pesca.
Nella pratica, si è rivelato molto difficile riuscire a trasformare in immagini condizioni come la schiavitù, spesso nascosta e relegata a bordo delle navi. Per questo motivo ho iniziato a parlare con le persone delle loro condizioni di lavoro, fotografando ciò che potevo. I pescatori che ho intervistato mi hanno raccontato dei maltrattamenti subiti a bordo e di come siano stati costretti a lavorare in schiavitù per far fronte a debiti, o abbindolati con la promessa di un salario sicuro.
Ho anche incontrato pescatori che fanno questo lavoro su scala ridotta, una categoria di lavoratori svantaggiati dalla pesca industriale.
Poiché gli stock ittici vicino alla costa sono diminuiti, hanno dovuto spingersi più al largo per trovare specie più pregiate. Inoltre, alcuni di loro hanno dovuto convertire il loro lavoro, guardando all’attività turistica come alternativa per sopravvivere sebbene la pesca sia stata il loro stile di vita per generazioni. Questo succede in Thailandia, ma anche i pescatori locali nelle Filippine affrontano gli stessi problemi. In aggiunta, la loro situazione svantaggiata è intrecciata con la corsa della Cina per il dominio dei mari di quella regione.
Il tuo lavoro si sofferma specificamente sulle conseguenze dell’overfishing nel Sud-est asiatico, dal punto di vista sociale, umano, geopolitico e anche legale. Puoi raccontarci tali conseguenze attraverso specifiche immagini del tuo progetto?
Vorrei soffermarmi sull’immagine di una lavoratrice birmana ritratta in un punto di sbarco del pesce in Thailandia, intenta a selezionare quanto pescato da pescherecci commerciali. L’industria della pesca thailandese dipende in larga misura dalla manodopera migrante e, nonostante i miglioramenti delle condizioni di lavoro a bordo dei pescherecci thailandesi nel corso degli anni, molto resta ancora da fare. Decine di pescatori rimangono feriti o scompaiono ogni anno a bordo di imbarcazioni thailandesi e, spesso, queste sparizioni non vengono adeguatamente investigate. Le lavoratrici migranti birmane – solitamente le mogli dei pescatori a bordo delle navi – svolgono un’attività molto precaria e instabile, strettamente dipendente dall’arrivo dei pescherecci.
C’è poi l’immagine di un pescatore a General Santos, considerata la capitale filippina del tonno. Nello scatto, l’uomo porta a riva un esemplare di tonno pinna gialla, spostando l’attenzione sulla problematica relativa alla sua pesca nelle Filippine. Il tonno pinna gialla e il tonnetto striato sono abbondanti nelle profondità del Pacifico, ma ultimamente la loro pesca è sottoposta a un’enorme pressione a causa dell’elevata domanda. Vicino alla costa, invece, il tonno è quasi introvabile, un cambiamento notevole rispetto a qualche decennio fa.
In questo punto di sbarco, il pesce viene sottoposto a controlli di qualità, classificato e poi suddiviso per diversi mercati: il tonno di qualità sashimi viene spesso inviato in Giappone, mentre quello di qualità inferiore viene spedito alle fabbriche per la produzione di tonno in scatola e altri prodotti. La destinazione del tonno non è sempre chiara, cosa che provoca un problema di tracciabilità per noi consumatori.
Nella maggior parte del lavoro hai uno sguardo che abbraccia una panoramica collettiva, ma ci sono anche alcuni ritratti che si soffermano sulle singole persone. Ci racconti la storia di qualcuno di loro?
C’è un particolare ritratto che mostra Tofa S., 29 anni, un pescatore che mi ha raccontato la sua esperienza lavorativa su un peschereccio commerciale di proprietà cinese, in posa per una foto a Pemalang, in Indonesia, venerdì 13 giugno 2025.
Sia Tegal che Pemalang sono note come centri di reclutamento di manodopera destinata a lavorare su pescherecci commerciali per compagnie cinesi, taiwanesi e coreane.
Tofa mi ha raccontato di essere stato picchiato dai suoi compagni di equipaggio a causa di un malinteso linguistico e di aver assistito al suicidio di un amico, che si è impiccato a bordo della nave a causa delle terribili condizioni di lavoro. Altri due pescatori indonesiani hanno assistito a due episodi in cui membri dell’equipaggio sono stati spinti in mare dopo una lite scoppiata per la quantità di pesce pescato da ciascuno. In entrambi i casi, il capitano si è allontanato con l’imbarcazione, lasciando annegare il pescatore. Mi è stato più volte riferito, inoltre, di come sia facile corrompere i funzionari portuali indonesiani affinché chiudano un occhio e non indaghino sulla scomparsa dei membri dell’equipaggio.
Quali potrebbero essere le politiche economiche e sociali in aiuto a tale crisi ecologica e umana?
In molti Paesi, l’industria della pesca è sostenuta da sussidi governativi. Senza questi sussidi per le imbarcazioni commerciali, l’overfishing sarebbe molto meno diffuso e, potenzialmente, si potrebbero destinare più fondi a sostegno dei pescatori locali e che lavorano su scala ridotta. Si potrebbe inoltre promuovere la creazione di un maggior numero di aree marine protette, supportate da politiche di controllo concrete.
Circa la metà del pescato mondiale proviene dai mari del Sud-est asiatico, e questo ha un costo disastroso per quella zona del mondo e non solo; pertanto, è nell’interesse a lungo termine di ogni Paese preservare e migliorare la situazione ecologica e la biodiversità della Regione.
Il fatto è che la pesca industriale sta contribuendo al rapido declino degli stock ittici a causa dell’enorme quantità di pescato prelevato dal mare in maniera non sostenibile. Ciò avviene attraverso metodi distruttivi, come la pesca a strascico sul fondo, e che annientano l’habitat di moltissime specie, riducendo la biodiversità.
Inoltre, la pesca industriale alimenta, come già ho raccontato, lo sfruttamento della manodopera: i pescherecci commerciali mirano a raccogliere la maggior quantità di pesce possibile nel minor tempo possibile, e questo a discapito di equità retributiva e comportamenti etici. Inoltre, è assolutamente necessario ridimensionare la domanda dei consumatori.
Ulteriori informazioni sul lavoro di Nicole Tung sono disponibili sul sito della fotografa, www.nicoletung.com.
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