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Home CULTURA INTERVISTE

Horst P. Horst: perfette sculture di luce

Foto inedite e nuove letture del precursore della fotografia di moda d’autore. “La Geometria della Grazia” è in mostra a Venezia.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
15 Febbraio 2026
in INTERVISTE
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Horst P. Horst mostra La Geometria della Grazia Venezia

Venezia

Dal 21 febbraio al 5 luglio 2026

La mostra Horst P. Horst. La Geometria della Grazia, a cura di Anne Morin in collaborazione con Denis Curti, a Le Stanze della Fotografia di Venezia, accende un faro sulla produzione di colui che ha rivoluzionato il concetto di fotografia, facendone qualcosa che non si esaurisce con la moda, ma che abbraccia una forma di pensiero. 

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L’esposizione, anche grazie all’apporto di un corpus di immagini mai viste prima, cerca di restituire una visione di Horst più complessa, ricontestualizzandola in quelle che sono state le sue influenze culturali e visive. La perfezione della forma, l’equilibrio dei pieni e dei vuoti, la luce scultorea, sono i temi alla base di un fare fotografico che coinvolge anche un pensiero profondo, filosofico, come afferma anche la curatrice della mostra Anne Morin, che abbiamo intervistato.

American Vogue Cover, May 15, 1941. © Horst P. Horst Estate
American Vogue Cover, May 15, 1941. © Horst P. Horst Estate

In cosa lo stile di Horst P. Horst fu rivoluzionario e cosa permane della sua visione nella contemporaneità?

Lo stile fotografico di Horst rivela una visione del mondo di straordinaria ricchezza. A lungo associato quasi esclusivamente alla categoria della fotografia di moda – e forse troppo spesso confinato in quella ristretta cornice – il suo lavoro si dispiega in realtà in un territorio intellettuale ed estetico molto più ampio. La mostra presentata a Le Stanze della Fotografie di Venezia si propone proprio di rivalutare questa percezione, rivelando l’ampiezza delle influenze di Horst e la profondità del suo panorama culturale e visivo.

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Quando Horst entrò nel campo della fotografia di moda alla fine degli anni ’30, il mezzo fotografico si trovava in un momento cruciale. L’illustrazione di moda, che aveva acquisito notevole prestigio dagli anni ’20 in poi – in particolare sotto l’influenza di Paul Poiret – era in forte declino. Edward Steichen, pioniere del genere, aveva già aperto nuove strade attraverso il suo lavoro per Vogue, suggerendo che la fotografia di moda non fosse semplicemente una forma di documentazione per l’alta moda, ma un atto interpretativo.

Carmen Dell'Orefice, Face Massage, New York, 1946. © Horst P. Horst Estate
Carmen Dell'Orefice, Face Massage, New York, 1946. © Horst P. Horst Estate

È in questo ambito che Horst sviluppò davvero il suo linguaggio distintivo. Andando oltre la funzione descrittiva dell’immagine, forgiò un’estetica senza tempo e profondamente colta, plasmata dalla messa in scena, dalla resa scultorea attraverso la luce e da una profonda intelligenza visiva. Questo approccio sarebbe durato di generazione in generazione e sarebbe stato in seguito ripreso da fotografi come Richard Avedon, che ha costantemente riconosciuto Horst come un mentore con un’influenza fondamentale.

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Nello specifico, quali sono le influenze riscontrabili nell’opera di Horst?

Le influenze di Horst sono numerose, eppure convergono attorno a un unico interesse centrale: la ricerca della bellezza. Questa ricerca, uno dei temi fondanti del pensiero estetico occidentale, appare nell’opera di Horst non come una questione puramente formale, ma come una questione filosofica.
La mostra, infatti, vuole far comprendere al pubblico come la sua opera si snodi in una spirale attorno a questa nozione. Inizia con i principi associati al Bauhaus, un movimento a cui Horst era indirettamente ma significativamente legato, in particolare a Weimar.

Hands, Hands, Hands, 1941. © Horst P. Horst Estate
Hands, Hands, Hands, 1941. © Horst P. Horst Estate

Attraverso stretti rapporti con gli studenti che fungevano da tramite per le idee del Bauhaus, Horst assorbì concetti come la purezza della linea, l’interazione tra forma e controforma e la comprensione dell’immagine come architettura tridimensionale, idee articolate in particolare da Oskar Schlemmer.

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Altrettanto fondamentale è l’immersione di Horst nella cultura classica, inizialmente filtrata attraverso i problematici ideali di bellezza ariana promossi in Germania negli anni ’30, a loro volta radicati nelle nozioni classiche di proporzione divina, mathesis e architettura. Questa influenza è stata ulteriormente rafforzata dal primo incontro di Horst con Le Corbusier, nei primi anni ’30, il cui concetto di ‘Modulor’ – il rapporto armonioso tra corpo umano e spazio vissuto – risuona fortemente con il pensiero visivo di Horst. Inoltre, le sezioni più sperimentali della mostra esplorano il rapporto di Horst con il colore, affrontato quasi come un sistema di equazioni visive.

Yves Saint Laurent, undated. © Horst P. Horst Estate
Maria Callas, Waldorf Astoria Hotel, New York, 1952. © Horst P. Horst Estate

Come l’utilizzo della luce contribuiva al suo processo di composizione dell’immagine?

Attraverso la luce, Horst possiede la capacità di scolpire il volume. L’ombra – uno dei protagonisti centrali delle sue immagini, e in particolare l’ombra proiettata – conferma la realtà fisica del soggetto, ma allo stesso tempo diventa forma e volume a sé stante. Così facendo, introduce una terza dimensione nell’immagine bidimensionale, creando una profondità trompe-l’œil che risuona con le influenze invisibili che attraversano l’opera di Horst, come fantasmi che abitano l’immagine. La luce, nella pratica di Horst, è scultorea: aggiunge, sottrae, ma crea anche intervalli – spazi di tensione formati da controforme. Queste controforme non sono secondarie, emergono da un modo di pensare proveniente dal Bauhaus in cui ciò che è visibile è significativo quanto i vuoti e gli spazi negativi che genera.

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Alcune immagini presentate in mostra sono esposte per la prima volta. Come questo corpus di fotografie inedite arricchisce la storicità di un autore così importante?

Per affrontare l’opera di Horst attraverso una lettura trasversale, era essenziale indagare aree rimaste a lungo inesplorate. La storia della fotografia ha spesso cristallizzato alcuni artisti attorno a un numero limitato di monoliti fissi, congelando il loro lavoro in narrazioni statiche. Qui, la nostra intenzione era invece quella di creare una sorta di flusso d’aria intellettuale, riaprendo zone che erano state sigillate. 

Valentyna Sanina-Schlee, Vogue. © Horst P. Horst Estate
Valentyna Sanina-Schlee, Vogue. © Horst P. Horst Estate

Una parte significativa della mostra riunisce opere mai esposte prima e che supportano attivamente questa ricontestualizzazione dell’opera di Horst. Queste immagini, finora inedite, permettono di ripensare la sua pratica in molteplici campi: storia dell’arte, storia intellettuale, scienza e architettura. Sono fondamentali per riequilibrare una struttura che a volte può essere apparsa disomogenea e per ricalibrare la nostra comprensione di Horst attraverso l’introduzione di queste nuove prospettive rivelate.

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Quanto era importante, nella sua produzione ritrattistica, l’interpretazione psicologica del soggetto?

Non credo che l’opera di Horst sia fondamentalmente ancorata alla questione del ritratto. Arnold Newman aveva articolato il concetto di ‘ritratto psicologico’ riecheggiando ciò che Nadar aveva precedentemente descritto come ‘intima somiglianza’. Secondo questo approccio, il ritratto va oltre la somiglianza fisiologica per diventare psicologico, plasmato dalle informazioni contestuali che circondano il soggetto.

Still life with glass, 1960s. © Horst P. Horst Estate
Untitled, c1960. © Horst P. Horst Estate

L’opera di Horst non opera principalmente all’interno di questo quadro. Sebbene abbia chiaramente assorbito questo principio – esplorato anche da figure come Cecil Beaton e Berenice Abbott, lei stessa debitrice di Man Ray – la sua originalità risiede altrove. La specificità di Horst non è radicata nel ritratto in quanto tale, ma nella forma e, oltre la forma, nel pensiero. Sebbene fosse indubbiamente un ritrattista eccezionale, la vera innovazione della sua opera si dispiega a un livello diverso, più concettuale.

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Nella sua opera, in che modo la produzione in bianco e nero dialoga con quella a colori?

Credo che, plasmata dal suo contesto storico, l’opera di Horst sia fondamentalmente radicata nel bianco e nero. Ciò è in parte dovuto alla cornice intellettuale degli anni Trenta, permeata da figure come Le Corbusier e da un ethos minimalista: come ottenere la massima potenza espressiva con il minor numero di mezzi possibili. Il colore è entrato nella storia della fotografia molto più tardi, e sarebbe quindi inesatto descrivere Horst come un fotografo a colori. Sebbene la mostra includa una serie di vanitas e nature morte, direttamente debitrici della pittura del XVII secolo – in particolare della tradizione francese, che Horst assorbì attraverso innumerevoli visite al Louvre – il suo impegno con il colore emerge principalmente dagli anni Sessanta in poi.

Lisa Fonssagrives with turban, New York, 1940. © Horst P. Horst Estate
Lisa Fonssagrives with turban, New York, 1940. © Horst P. Horst Estate

Questi esperimenti successivi sono più giocosi che dichiarativi, funzionando come indagini visive aperte piuttosto che come linguaggio definitorio. La vera identità di Horst risiede nel bianco e nero: nella forma e nella controforma, nell’equilibrio di curve e controcurve, orchestrato con notevole precisione e finezza. Come uno scultore o un architetto, dimostra costantemente la capacità di espandere e costruire lo spazio. Il colore, al contrario, opera nei suoi lavori in modo quasi musicale: sperimentale, intuitivo e secondario rispetto alla struttura.

Horst P. Horst. La Geometria della Grazia

  • A cura di Anne Morin, in collaborazione con Denis Curti
  • Le Stanze della Fotografia, Isola di San Giorgio Maggiore, 30124 – Venezia
  • dal 21 febbraio al 5 luglio 2026
  • lun-dom 11-19. Mercoledì chiuso
  • intero 14 euro; ridotto 12 euro
  • www.lestanzedellafotografia.it
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