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Home MOSTRE & CONCORSI MOSTRE FOTOGRAFICHE RACCONTI D'AUTORE

MUHOLI. A Visual Artist

Attivismo attraverso lo strumento fotografico in mostra al Mudec di Milano.

Redazione Fotocult di Redazione Fotocult
31 Marzo 2023
in RACCONTI D'AUTORE
mostra fotografica MUHOLI. A Visual Artist Mudec Photo
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Milano

Dal 31 marzo al 30 luglio 2023

Prima attivista, poi artista, Zanele Muholi (Umlazi, Sud Africa 1972) spicca da dieci anni nel panorama artistico contemporaneo con opere che affrontano instancabilmente temi come razzismo, eurocentrismo, femminismo e politiche sessuali. Gli autoritratti del suo lavoro intitolato Somnyama Ngonyama (Ave, Leonessa Nera) ricevono il plauso planetario, in un crescendo di mostre nei più prestigiosi musei del mondo che celebrano la bellezza struggente e magnetica delle sue opere. Veri e propri movimenti di opinione seguono la sua voce e la nascita della sua fondazione “Muholi Art Foundation” per la promozione dei giovani artisti neri.

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Muholi. A Visual Activist è il progetto attraverso cui il Mudec di Milano porta in Italia una selezione – curata da Biba Giacchetti e dall’artista – di oltre 60 immagini, scatti di denuncia sociale che spaziano dai primissimi autoritratti realizzati ai più recenti lavori, tratti dal progetto artistico di Muholi, in costante evoluzione.

Combattere armandosi di arte

Muholi è oggi ambassador di spicco della comunità LGBTQIA+ esponendosi in prima persona. Ogni sua immagine racconta una storia precisa, un riferimento a esperienze personali o una riflessione su un contesto sociale e storico più ampio. Lo sguardo dell’artista commuove, denuncia, inquieta lo spettatore, mentre oggetti di uso comune, ripresi in maniera fortemente simbolica, sono posti in un dialogo serrato con il suo corpo.
Per Muholi la cura delle composizioni è un mezzo per difendere la propria dignità e lottare per il rispetto cui ogni essere umano ha diritto. Il suo scopo è la rimozione delle barriere, il ripensamento della storia, l’incoraggiamento a essere sé stessi e a usare strumenti artistici – come una macchina fotografia – a mo’ di armi per combattere e affermarsi.

Muholi, Julile I, Parktown, Johannesburg, 2016. © Zanele Muholi
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[…] siamo qui, con le nostre voci, le nostre vite, e non possiamo fare affidamento sugli altri per sentirci rappresentati in maniera adeguata. Tu sei importante. Nessuno ha il diritto di danneggiarti per la tua razza, per il modo in cui esprimi il tuo genere, o per la tua sessualità perché, prima di tutto, tu sei.
Muholi

Muholi: le origini dell’artista

Per comprenderne la genesi e osservare il fluire in costante divenire della voce di Muholi, si deve fare un passo indietro e ripercorrere la biografia di questo personaggio affascinante ed eclettico.
Zanele Muholi nasce nel 1972 in Sudafrica durante il periodo violento e sanguinoso dell’apartheid e delle lotte per la sua abolizione. Presto si deve confrontare con le ulteriori violenze riservate alla comunità LGBTQIA+, di cui fa parte. Violenze morali e fisiche, torture accompagnate spesso da sevizie e morte. Per dieci anni l’artista combatte contro l’occultamento dei fatti e documenta fotograficamente gli orrori e gli assassini di innocenti, condannati a causa del proprio orientamento sessuale.

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Le violenze dell’apartheid

La prima serie di scatti artistici di Muholi documenta i sopravvissuti a crimini d’odio che vivevano in tutto il Sudafrica e nelle township. Sotto l’apartheid, infatti, furono istituite township separate, ovvero ‘aree residenziali’ segregate per le persone nere che venivano ‘sfrattate’ dai luoghi designati come white only. Qui venivano perpetrate violenze di ogni tipo, tra cui la pratica dello ‘stupro correttivo’, contro la comunità LGBTQIA+.

Negli anni Novanta il Sudafrica intraprese un cambiamento politico significativo. La democrazia venne stabilita nel 1994 con l’abolizione dell’apartheid, seguita da una nuova Costituzione nel 1996, la prima al mondo a bandire la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Nonostante questi progressi, la comunità nera LGBTQIA+ rimane ancora oggi uno degli obiettivi principali della violenza più brutale in Sudafrica.

Muholi, Phila I, Parktown, Johannesburg, 2016. © Zanele Muholi

La strada verso l’autoritratto

Il 2012 è un anno particolarmente doloroso nel percorso di vita e artistico di Muholi. La sua lotta documentativa si interrompe bruscamente con un furto intimidatorio di tutti i suoi file non pubblicati. Muholi prova uno strazio indicibile, ma è in quel momento che reagisce e decide che la sua lotta personale deve continuare, seppure in altri termini.

Punta la macchina fotografica su di sé piuttosto che su gli altri, decidendo così di esporsi in prima persona. Rinuncia alla propria identità di genere per rappresentare un’identità collettiva che dia voce alla comunità nera omossessuale attraverso la fotografia, e in particolare l’autoritratto. La macchina fotografica diventa così un’arma di denuncia e contemporaneamente di salvezza.

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Somnyama Ngonyama

Nasce così nel 2012 il progetto artistico Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness (Ave Leonessa Nera), la serie di scatti fotografici che il Mudec ha deciso di ospitare in questa mostra italiana, diventati anche un volume pluripremiato.

Da allora Muholi produce con costanza e coerenza una serie di potenti autoritratti, che stregano il pubblico in modo trasversale. C’è un’ossessività di fondo nella sua arte, dettata dalla potenza del suo messaggio artistico e di attivista che traspare dalla serialità assoluta dei suoi autoritratti, e dalla scelta della tecnica fotografica, in cui la preparazione allo scatto – totalmente non post prodotto – è già performance artistica.

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Non voglio dire che tutto è triste e tetro. Volevo dire che c'è speranza e che il cambiamento arriverà. Nessuno ha mai pensato che l'apartheid sarebbe finita in Sud Africa; ci è voluto del tempo, sì, lasciatemi riconoscere questa violenza, ma non bisogna dimenticare che c'è l'amore. Sì, è difficile è davvero difficile, ma tutto questo passerà.
Muholi

Muholi sceglie ogni volta con cura meticolosa e costante il set e la luce, si prepara allo scatto in modo rigoroso, lavorando sui contrasti e ponendo a nudo il proprio corpo, che mette in scena con l’uso surreale e metaforico di oggetti di semplice quotidianità. Copricapi fatti di soldi, collane ricavate da cavi della luce, mollette in testa e corone fatte di pneumatici, pinze e cordami vari interpretati come turbanti e sciarpe sono sempre utilizzati e indossati sul suo corpo in pose di sorprendente bellezza che ricordano spesso – a un primo sguardo superficiale – il fashion style di certe copertine patinate di moda.

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Oggetti simbolici

Muholi rievoca l’Africa nera esotica attraverso il primo sguardo ‘patinato’, ma a un secondo livello di lettura ci si accorge della rivisitazione in chiave di denuncia, spesso delle torture e sevizie subite dalle comunità nere LGBTQIA+, come succede nell’opera Ziphelele (Parktown, Johannesburg, 2016), dove l’uso degli pneumatici d’auto come collane rimanda alla tortura della collana, un metodo di esecuzione sommaria extragiudiziale eseguita stringendo uno pneumatico di gomma inzuppato di benzina attorno al petto e alle braccia di una vittima e dandogli fuoco. Il termine “collana” ha avuto origine negli anni ’80 nelle township nere del Sud Africa dell’apartheid, dove sospetti collaboratori dell’apartheid venivano giustiziati pubblicamente in questo modo.
L’artista esplora e dà voce all’Africa nera e ai drammi degli ultimi, degli emarginati, e attraverso la sua arte porta il suo messaggio all’attenzione di un Occidente spesso poco consapevole della violenza di genere, ancora attuale.

È di questi ultimi mesi la decisione dell’artista di perdere anche il nome (Zanele) mantenendo solo il cognome, e di proseguire nel suo percorso personale di autodefinizione che passa dalla rinuncia prima del genere e poi del nome che comunque avrebbe continuato a identificare una persona singolare, giungendo ad autodefinirsi pienamente solo attraverso l’uso del pronome “loro”.
Una scelta che questa mostra ha deciso di condividere in pieno nell’uso di un linguaggio più consono possibile. 

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Curiosità

Condividiamo di seguito la curiosa nota stampa da noi ricevuta nel comunicato relativo alla mostra MUHOLI. A Visual Artist:

“Zanele Muholi – preferibilmente solo Muholi – è artista, un individuo che ha scelto di definirsi al plurale, usando il loro piuttosto che il lui o lei, ma non è né un collettivo né un gruppo di artisti. Poiché questa società chiede alle persone di decidere di appartenere a un genere, Muholi ha scelto quello non binario. Questo comunicato stampa, dunque, e tutta la documentazione sulla mostra prodotta da 24 ORE Cultura, rispetta la scelta di Muholi nell’intento di interpretare al meglio la sua voce. La scrittura inclusiva evita un linguaggio prevenuto che potrebbe emarginare o escludere particolari gruppi di persone. L’italiano è una lingua fortemente binaria, quindi in italiano abbiamo scelto di usare – laddove possibile – termini ‘neutri’ e contrazioni. In inglese, coerentemente con le scelte di Muholi, che si identifica in un linguaggio non binario, usiamo i pronomi non di genere They, them e their”.

MUHOLI. A Visual Artist

  • A cura di Biba Giacchetti
  • Mudec Photo, via Tortona, 56 – Milano
  • dal 31 marzo al 30 luglio 2023
  • lunedì 14,30 ‐19,30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica, 09,30 ‐ 19,30; giovedì e sabato, 9,30‐22,30
  • intero 12 euro; ridotto 10 euro
  • mudec.it
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