Generalmente, quando si parla di qualcuno che ha avuto un peso nella storia della sua professione si pensa a un enfant prodige, a qualcuno che già in giovane età si era imposto all’attenzione di tutti manifestando segnali di una genialità incontenibile. Spesso è così, ma ci sono anche storie diverse da questo cliché, storie di maestri che si sono rivelati al mondo in età matura. Un caso esemplare è quello dell’americana Deborah Turbeville, nata nel 1932 e scomparsa a fine 2013. Qualche commemorazione per il decennale della sua morte è stata pensata – come la mostra ancora in corso a Losanna e quella in fase di apertura a Toronto – però non sono state registrate grandi celebrazioni per l’anniversario. Quasi che su di lei gravasse ancora l’ombra di quella vecchia maniera di intendere la fotografia di moda per cui le donne devono stare davanti all’obiettivo e lasciare che siano gli uomini a mettercisi dietro.
Deborah Turbeville: fotografia dallo stile inconfondibile
Lo stile di Turbeville era unico, inconfondibile, evocativo di atmosfere e immaginari che travalicavano i confini della moda per entrare nella sfera dell’onirico, della rappresentazione teatrale, di quel poetico che non è della poesia scritta ma piuttosto di un modo di percepire la realtà. La prima volta che il grande pubblico ebbe l’occasione di apprezzarlo appieno fu nel 1975, quando Vogue inserì nel numero di maggio un suo servizio su una collezione di costumi da bagno (lavoro tra l’altro controverso in quanto da alcuni ritenuto troppo carico di ambiguità sessuali e citazioni dell’estetica nazista). Fu poi Vogue Italia a commissionarle numerosi lavori a partire dal 1977, diventando una delle testate che l’hanno maggiormente promossa.
Tra pittorialismo e sperimentazione in camera oscura
Turbeville lavorava sia a colori, sia in bianco e nero. I due cardini del suo linguaggio visivo erano uno stile che ricordava il pittorialismo tipico dei suoi predecessori attivi a cavallo tra Ottocento e Novecento e un’attitudine a intendere la fotografia non tanto come la creazione di immagini, ma come un intervento personale sui supporti su cui erano registrate. Pertanto, sperimentava in camera oscura, stampava su carte che conferivano alle foto un aspetto materico, componeva collage e aggiungeva testi scritti. Lo faceva con maggiore libertà quando non doveva adeguarsi alle linee editoriali delle grandi riviste di moda, per cui era attraverso i suoi libri che esprimeva più compiutamente la propria visione. A partire dal primo volume che pubblicò, Wallflower (Congreve, 1978). Si trattava di un manifesto in cui esponeva le tematiche e lo stile che avrebbero sorretto tutti i suoi lavori a venire, alcuni dei quali diventati celebri perché offrivano una lettura inedita di ambienti già pesantemente connotati sul piano visivo.
Basti pensare ai libri Unseen Versailles (Doubleday, 1981) e Studio St Petersburg (Bulfinch, 1997), nei quali sia la reggia che fu di Luigi XIV sia la città russa diventavano luoghi dell’immaginazione dell’autrice, filtrati dalla sua sensibilità come fossero stati opere teatrali da reinterpretare per caricarle di nuovi significati. Dunque, Deborah Turbeville aveva uno sguardo che sicuramente può essere apprezzato dagli estimatori di Guy Bourdin e Richard Avedon – infatti del secondo seguì un corso nel 1967 – ma ciononostante resta oggi un’autrice che si impone per la sua unicità, per essere stata in grado di dare ascolto alle proprie sensazioni e averle tradotte in immagini che si collocano all’incrocio tra fotografia di moda e arte pittorica.
Deborah Turbeville. Photocollage
- Photo Elysée, Place de la Gare, 17 – Losanna
- dal 3 novembre 2023 al 25 febbraio 2024
- lunedì-domenica 10-18. Martedì chiuso
- intero 25 franchi
- www.elysee.ch
Otherworldly
- The Image Centre, 33 Gould Street – Toronto
- dal 17 gennaio al 6 aprile 2024
- lunedì-sabato, 12-18. Martedì e domenica chiuso
- ingresso gratuito
- www.theimagecentre.ca
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