Quando Julia Margaret Cameron era in vita molti non volevano darle credito, un po’ perché portava la gonna e un po’ perché la fotografia non era stata ancora completamente accettata. Ma nonostante questo l’intraprendente vittoriana riuscì a produrre un corpus fotografico che resta tuttora uno dei più ammirati.
Parigi
Dal 10 ottobre 2023 al 28 gennaio 2024
Un secolo fa una delle più grandi scrittrici in lingua inglese si cimentava per l’unica volta nella sua carriera nella produzione di un testo teatrale. Si chiamava Virginia Woolf e il titolo della sua pièce era Freshwater: A Comedy. Era il 1923, ma la prima rappresentazione dell’opera si sarebbe tenuta solo nel 1935. I personaggi e l’ambiente sociale in cui si muovevano erano stati ispirati dal circolo di intellettuali e scienziati che si incontravano in un paesino che si chiama appunto Freshwater e si trova all’estremità occidentale dell’Isola di Wight. Il loro luogo di ritrovo era la villa della prozia della scrittrice: nientemeno che Julia Margaret Cameron, la fotografa vittoriana che tutto il mondo celebra incessantemente ma a cui purtroppo l’Italia non ha ancora dedicato una mostra degna della sua importanza storica.
Nemmeno la grande esposizione che sta per essere inaugurata a Parigi varcherà le Alpi, almeno in base a quanto comunicato dal museo Jeu De Paume della capitale francese e dal Victoria and Albert Museum di Londra, dalla cui collezione proviene la maggior parte delle cento opere di Julia Margaret Cameron: Capturer La Beauté.
A caccia di monografie dedicate a Julia Margaret Cameron
In attesa di vedere mostre simili anche in Italia, tuttavia, si può sfogliare una delle varie monografie dedicate alla fotografa; magari la prima edizione di quella curata proprio da Virginia Woolf assieme al critico e artista Roger Fry e pubblicata nel 1926 dalla Hogarth Press, la casa editrice cofondata dalla scrittrice. Di quando in quando se ne trova una copia tra i lotti di qualche asta di libri rari, ma talvolta è disponibile anche nei negozi online per qualche migliaio di euro.
Fotografare la famiglia, biologica e non solo
A ben guardare, tutta la produzione fotografica di Julia Margaret Cameron fu un affare di famiglia. Nata in India nel 1815 e rientrata in Gran Bretagna nel 1845 assieme al marito e ai figli, dimostrò fin da giovane un interesse per la fotografia, a cui venne introdotta già nel 1839 dall’astronomo e matematico John Herschel. Tuttavia iniziò a scattare solo all’età di 48 anni, quando la figlia maggiore le diede come regalo di compleanno il suo primo apparecchio fotografico. In poco più di un decennio, tra il 1864 e il 1875, produsse un numero consistente di opere, apprezzabilissimo se si tiene in considerazione che per ottenere i negativi utilizzava lastre di vetro che dovevano essere esposte quando la soluzione fotosensibile era ancora umida.
I suoi soggetti preferiti erano quelli della sua famiglia, sia quella propriamente detta (tra figli biologici e adottivi ne allevò undici) sia quella allargata, che comprendeva Charles Darwin, Robert Browning, Alfred Lord Tennyson e lo stesso Herschel. Vere e proprie star dell’alta società e del mondo delle lettere e della scienza dell’epoca, tanto che tracciando dei paragoni con il Ventesimo Secolo si potrebbe dire che Julia Margaret Cameron anticipò sia l’intimismo di Nan Goldin e Sally Mann, sia la ‘celebrity culture’ che tanto deve alla fotografia.
Cosa ispirava la fotografia di Julia Margaret Cameron?
Dato che nella seconda metà dell’Ottocento la fotografia era ancora giovane e quindi c’erano pochi punti di riferimento, Julia Margaret Cameron traeva ispirazione da altri campi della creatività umana. Le lettere sicuramente, da cui prendeva spunto per mettere in scena parabole bibliche, racconti della mitologia classica, estrapolazioni dalle opere di John Milton, William Shakespeare e Lord Tennyson. E poi l’arte rinascimentale italiana: in particolare l’iconografia religiosa e i dipinti di Michelangelo e Raffaello. Da quest’ultimo ereditò il gusto per lo sfumato o, come si dice in fotografia, lo sfocato.
Certamente la tecnologia che aveva a disposizione non le avrebbe comunque permesso di produrre immagini dettagliate e nitide, tuttavia quell’effetto ‘velo da sposa’ che si nota in tutti i suoi ritratti faceva parte della sua ricerca artistica ed era quindi il frutto di una scelta consapevole. Così i volti sembrano prendere forma dentro all’inquadratura, uscire da una nebbia invisibile senza abbandonarla mai completamente. Oppure, al contrario, sembrano iniziare a dissolversi sotto gli occhi dell’osservatore, quasi che la geniale vittoriana avesse avuto l’intuizione di non utilizzare la fotografia per arrestare l’oblio che prima o poi avvolge chiunque, ma piuttosto di usarla come un mezzo per visualizzare l’evanescenza dei ricordi.
Julia Margaret Cameron: Capturer La Beauté
- Jeu De Paume, 1 Place de la Concorde – Parigi
- dal 10 ottobre 2023 al 28 gennaio 2024
- martedì-domenica, 11-19
- intero 10 euro, ridotto 7,50 euro
- jeudepaume.org

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