Tra gli omaggi per festeggiare i cento anni di Nino Migliori c’è anche il libro Nino Migliori. 101 domande e risposte sulla fotografia di Mauro Zanchi. L’arte di Migliori, espressione del dialogo tra la tradizione realista e lo sperimentalismo concettuale, si estende da oltre settant’anni mantenendosi sempre libera da qualsiasi sovrastruttura artistica e di pensiero. Dialogando con Mauro Zanchi, Migliori ripercorre i temi cari alla sua produzione e a quel suo modo di intendere la fotografia come linguaggio che va oltre il dato reale e che trova nella sua matericità l’occasione per nuove visioni.
Abbiamo intervistato Mauro Zanchi per saperne di più.
Da dove nasce il libro Nino Migliori. 101 domande e risposte sulla fotografia?
Il progetto nasce dall’immersione diretta nei materiali d’archivio dell’artista, avviata nel 2019 e portata avanti fino alla primavera del 2026, in costante sinergia con Migliori, la sua Fondazione e Marina Truant, moglie dell’artista. Il libro rappresenta un excursus dedicato a oltre settant’anni di attività. Si tratta di un volume che condensa cinque contributi analitici e undici conversazioni tematiche. L’assiduità della nostra frequentazione ha consentito di sviluppare un’indagine non lineare ma dinamica, in grado di adattarsi alle scoperte progressive dei fondi conservati e di alternare l’osservazione del lavoro sul campo con riflessioni a posteriori. Le 101 questioni affrontate nelle conversazioni mettono in luce le fasi di ricerca più dirompenti e meno battute, svincolando la ricerca di Migliori dal solo periodo realista. È emerso così il profilo di un pioniere dell’avanguardia visiva che ha saputo decontestualizzare e reinventare la grammatica della fotografia con decenni di anticipo sui tempi.
Il numero 101 è venuto casualmente o ha un valore simbolico?
La scelta del 101 non è affatto casuale, ma racchiude alcuni rimandi a questioni simboliche, ereditate dalle ricerche degli alchimisti della tradizione neoplatonica, che ben si sposano con la natura della fotografia e della ricerca di Migliori. In quanto numero palindromo, il 101 richiama la dinamica del Solve et Coagula, ovvero la dissoluzione della materia originaria e la sua ricomposizione in una forma sublimata, processo che rispecchia direttamente le sperimentazioni chimiche, la lavorazione analogica in camera oscura e le opere off-camera.
Inoltre, la struttura del numero descrive questo stesso percorso tradotto in cifre: il primo 1 rappresenta la materia grezza, lo 0 il processo di purificazione o la cattura dell’immagine tramite il dispositivo tecnologico, e l’1 finale il raggiungimento di una forma perfezionata o di una rappresentazione del reale secondo un volere creativo. Tutti i riferimenti teorici ed ermetici che ho fin qui elencato vanno interpretati però secondo la lezione di Marcel Duchamp, che padroneggiava il simbolismo alchemico per poi dissimularlo dietro il filtro del gioco e dell’ironia. In ultima battuta, il numero 101 è stato scelto anche come augurio a Nino per una nuova ripartenza, dopo aver compiuto cent’anni.
Come Migliori si inserisce nel panorama della cultura visiva italiana? Quali le sue influenze, gli artisti con cui si è trovato in dialogo e quali le eredità?
Nino Migliori occupa una posizione del tutto singolare e imprescindibile nella cultura visiva italiana. È da considerarsi come una ‘figura cerniera’, capace di unire con estrema naturalezza la stagione del dopoguerra alla ricerca contemporanea. La critica lo ha spesso imbrigliato nella sola etichetta del realismo per via dei suoi iconici reportage sociali (Gente dell’Emilia, Gente del Sud, Gente del Nord, Gente del Delta). In realtà, la sua statura risiede proprio nella capacità di scardinare i confini rigidi tra i generi, muovendosi simultaneamente tra la documentazione, una radicale sperimentazione d’avanguardia e lavori vicini alla ricerca concettuale. Già dagli anni Cinquanta il suo percorso si inserisce appieno nelle ricerche sulle arti plastiche e figurative a lui contemporanee, mostrando un’affinità con il clima dell’Informale europeo e italiano.
Se il dialogo a distanza con Alberto Burri si manifesta nella condivisione del valore della materia, della ferita e dell’azione del calore sui supporti, quello con Emilio Vedova e con il Gestualismo si ritrova nella rapidità del segno e nella presenza del corpo dell’artista e dell’atto creativo nelle opere off-camera. Al contempo, Migliori raccoglie l’eredità delle avanguardie storiche, superandone però l’impostazione rigida o ideologica per applicarvi una vitalità ironica e un’inesauribile curiosità espressiva. Nel panorama nazionale, la sua figura si affianca a quella dei grandi eretici del medium visivo come Franco Vaccari, Mario Cresci, Paolo Gioli, Ugo Mulas e Adriano Altamira. La sua lezione dimostra che la fotografia è un campo aperto di forze, una disciplina performativa e una forma di scrittura materiale, in cui il supporto, il caso, l’incidente e l’invenzione diventano co-autori dell’immagine.
In cosa consiste l’opera intesa come pastiche di Nino Migliori?
Nel corso del tempo, l’immagine viene a volte smontata, rielaborata, o graffiata, esposta al calore, oppure ricombinata, virata, ricomposta, dimostrando come una medesima matrice possa produrre narrazioni visive tra loro opposte. In questo approccio pienamente postmoderno, la nozione di pastiche diventa una celebrazione dell’intertestualità e della contaminazione dei linguaggi. L’opera di Migliori si inserisce in una fitta rete di rimandi espliciti o sotterranei, che dialogano con la storia dell’arte, la grafica, la chimica e la cultura visiva popolare.
In Photobiographemi ha utilizzato degli scarafaggi, che hanno impresso il loro percorso luminoso direttamente sulla carta fotografica. Nel 2015, a Fotografia Europea, Joan Fontcuberta ha fatto una cosa simile, ma con delle lumache che mangiavano le immagini sottostanti. Due generazioni diverse di artisti, ma anche molto simili…
L’affinità tra i Photobiographemi realizzati da Migliori nel 1985 e l’intervento di Joan Fontcuberta nel 2015 risiede nell’intenzione comune di cedere il controllo dell’atto creativo a una agency non umana, trasformando l’animale in co-autore o agente modificatore dell’immagine. Entrambi gli artisti, appartenenti a generazioni e contesti differenti ma accomunati da un’attitudine ironica, concettuale e fortemente de-sacralizzante nei confronti dell’ortodossia fotografica, mettono in discussione la centralità del fotografo-autore per esplorare i confini della traccia materiale.
Con il supporto scientifico dell’entomologo e critico d’arte Giorgio Celli, capace di selezionare e distinguere gli esemplari per genere, sono stati applicati sul dorso degli scarafaggi piccoli micro-LED (blu per i maschi e rosa per le femmine) alimentati da un reticolo di filo armonico. Lasciati liberi di muoversi al buio sopra grandi fogli di carta fotografica a colori cosparsi di cibo, gli insetti hanno impresso la loro traiettoria biologica sotto forma di luce, dando vita a dei veri e propri “lucigrammi viventi”.
Mentre Migliori raccorda la performance non umana a uno spirito di burla, memoria artistica e dialogo interdisciplinare con l’entomologia, Fontcuberta usa l’intervento delle lumache per riflettere sul deperimento della materia fotografica, sull’oblio e sulla trasformazione dell’icona nell’epoca della sua vulnerabilità fisica.
L’opera di Migliori è pervasa dal concetto di “caso”. Ne sono un esempio le prime Ossidazioni che ha creato a fine anni’40. Come è nata quella produzione e come questo concetto si è poi inserito nel suo linguaggio visivo?
Il concetto di “caso” e la sua progressiva domatura costituiscono uno degli snodi fondanti dell’intera poetica di Migliori. La nascita delle Ossidazioni attorno al 1948 rappresenta l’innesco fortuito che ha aperto la strada alla sua complessa indagine sulle componenti primarie del linguaggio visivo. La genesi di questa produzione ha origine in un ambiente domestico, all’interno della camera oscura che Migliori allestiva nel bagno di casa per poter stampare durante le ore notturne. Durante le operazioni di riordino al mattino, nel gettare via alcune strisce di carta usate per testare la gradazione dei bagni chimici, l’artista notò la presenza di lievi sfumature cromatiche, un fenomeno del tutto anomalo trattandosi di materiale fotografico in bianco e nero. Anziché liquidare l’evento come un banale errore di laboratorio, iniziò a indagare le ragioni di quelle reazioni, dando vita a un’intensa stagione di sperimentazione diretta sui reagenti.
Nell’analizzare la natura di quel processo, l’artista bolognese si rese conto che, pur rinunciando all’uso della macchina fotografica, stava impiegando gli elementi essenziali e costitutivi del medium: la carta fotosensibile, la luce, le soluzioni di sviluppo e fissaggio, il tempo di esposizione e le variazioni termiche. L’artista ha convertito la scoperta fortuita in una prassi di controllo guidato, sostituendo le colature accidentali con l’impiego di pennini, spugne, batuffoli di cotone e gesti calibrati sul supporto sensibile. Migliori è riuscito a infrangere i vincoli del conformismo dell’epoca – che pure continuava a praticare con successo attraverso la produzione figurativa e realista destinata ai concorsi – per dimostrare che la natura dell’immagine fotografica risiede contemporaneamente nella reazione chimico-luminosa e nel gesto, dove anche l’imprevisto diventa matrice di possibili nuove invenzioni concettuali o formali.
Quanto l’ironia, il senso del gioco e del divertimento ludico, influiscono nella ricerca di Migliori?
L’ironia, il gioco e la dimensione ludica si configurano per Nino come una vera e propria metodologia d’indagine critica, attraverso cui scardinare la presunta sacralità del medium fotografico, minarne l’illusione di verità e coinvolgere gli spettatori in una costante prassi di dubbio e ri-codificazione del significato.
Titolo Nino Migliori. 101 domande e risposte sulla fotografia
Di Mauro Zanchi
Fotografie di Nino Migliori
Formato 17 x 24 cm
Pagine 248
Prezzo 30 euro
Lingua italiano
Editore Dario Cimorelli Editore
Data pubblicazione settembre 2026
ISBN 9791255612926
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