Roma
Dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027
Quando sarete nella sala 9 cercate l’apicoltore, cercate la teca, cercate “lo scarto”. Perché quello scarto è la chiave di lettura di uno dei più grandi ritrattisti della storia della fotografia.
Parliamo della seconda scelta del celebre ritratto di Ronald Fischer, soggetto iconico di un progetto iconico firmato Richard Avedon: In the American West.
Nel maggio 1981, davanti a un fondale di carta bianca appeso sulla parete esterna di un fienile di Davis (California), la Deardorff di Avedon aveva scattato per due giorni, strizzando il suo occhio meccanico ben 121 volte. Centinaia di api ronzavano e si posavano sul corpo di Fischer, mentre lui – a torso nudo e cosparso di feromone dell’ape regina – faceva quanto gli era stato richiesto per un compenso di 100 dollari: guardare in camera, evitare di sorridere, evitare di muoversi per preservare la messa a fuoco.
All’esposizione del 1985, a Fort Worth (Texas), Avedon scelse di mostrare al mondo lo scatto che tutti conosciamo, ma nella teca di una delle sale della mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma c’è un’imperdibile chicca: la sua seconda scelta. Quella stampa (che abbiamo scelto di non mostrare in questo articolo) va guardata attentamente, ma non da sola. Bisogna far rimbalzare gli occhi tra la teca e la foto a parete – quella nota al pubblico – e saranno sufficienti pochi istanti perché un paio di differenze inizialmente impercettibili diventino cruciali.
Lo sguardo dell’apicoltore si fa intenso, le sue spalle si rilassano e due scatti quasi sovrapponibili si rivelano abissalmente diversi; il Fischer nella teca è remissivo, quello sul muro è imperturbabile.
In quello slittamento millimetrico c’è l’essenza della pratica fotografica di Richard Avedon e nell’occasione di apprezzarlo dal vivo c’è il valore aggiunto della mostra.
Il confronto è illuminante, ci fa toccare con mano il metodo di un maestro, ci mostra il senso della sua perseveranza nello scatto, della sua prossimità al soggetto durante le riprese, dell’attenzione quasi maniacale per tutte le sfaccettature che la superficie di un volto è capace di offrire.
Non sappiamo in che ordine siano state scattate le due foto, ma sappiamo che l’insistenza paga, che il fotografo sceglie cosa mostrare e che la scelta altera profondamente la nostra percezione della persona ripresa. Avedon ha contribuito a smantellare l’illusione della “fotografia sincera”, forte della consapevolezza che basta la presenza di una fotocamera a innescare una performance da parte del soggetto ripreso e che nessun ritratto sarà mai capace di carpire i segreti dell’anima. Tanto vale, a quel punto, mescolare la performance del fotografato con la soggettività del fotografo e offrire al pubblico un’interpretazione.
Avedon osservava i suoi soggetti finché non gli offrivano ciò che lui stava cercando e solo in quel momento scattava.
Quella sua ricetta personale si applicava a qualsiasi ritratto, anche quelli di stampo documentaristico. Va da sé che l’ibridazione oggetto/soggetto caratterizzò anche la rinomata serie realizzata nel West americano, culminando nel ritratto al centro di questa pubblicazione.
La finzione del ritratto dell’apicoltore
Il ritratto di Fischer è il più costruito dei 110 selezionati da Avedon per l’esposizione e per il libro. L’autore lo aveva previsualizzato, ne aveva cercato il soggetto tramite un annuncio su una rivista di apicoltura, aveva ricevuto una Polaroid dal candidato Fischer, lo aveva scelto, lo aveva guidato durante lo shooting e poi, sulla carta, lo aveva scelto di nuovo tra quei due ritratti che lui stesso aveva associato alle immagini di “un martire cristiano” e “un monaco buddhista”. Aveva desiderato quell’immagine e l’aveva creata.
Richard Avedon tra verità e manipolazione
Si può dedurre che Avedon ingannasse il suo pubblico? Non esattamente.
I soggetti di In the American West sono tutti autentici, incontrati grazie a una meticolosa ricerca delle “persone a cui nessuno presta attenzione” nonostante facciano girare il mondo. Non dovevano acconciarsi per lo scatto, Avedon chiedeva loro di piazzarsi davanti al fondale così com’erano, sporchi, stanchi, spettinati, in abiti da lavoro.
È indubbio che il progetto offra al pubblico una panoramica alquanto stravagante delle tipologie umane dell’American West, con un approccio quasi tassonomico alle classi dei lavoratori, dei disoccupati, dei senza fissa dimora, dei pazienti psichiatrici, degli avventori di fiere, rodei e manifestazioni di ogni sorta.
Le didascalie delle foto sono stringate etichette che indicano nome, cognome e categoria del soggetto e luogo e data dello scatto.
La manipolazione di Avedon avveniva in diverse fasi: quando sceglieva il soggetto, quando lo isolava dal suo contesto, quando lo invitava a guardare in camera, quando interagiva con lui, quando decideva il momento in cui scattare.
Le pareti delle sale espositive, dunque, non accolgono semplici testimonianze, ma sono piuttosto il manifesto del modo in cui Avedon vedeva le persone davanti a sé.
I tesori nascosti di In the American West
Quelle foto hanno fatto un pezzo di storia, ciononostante sono solo la punta dell’iceberg. In the American West è un lavoro immensamente più profondo, che richiede il giusto tempo per essere apprezzato appieno.
I testi di Laura Wilson – collaboratrice principale di Avedon per l’intero progetto – pubblicati nel libro In The American West (Harry N. Abrams, New York, 1985) scavalcano qualsiasi livello di finzione fotografica e integrano la serie con preziose descrizioni del contesto geografico, sociale e culturale, miste a coinvolgenti aneddoti del “dietro le quinte”.
Polaroid di backstage e scambi epistolari tra Avedon e le persone da lui fotografate incalzano l’osservatore con il lato più sensibile di un viaggio che ha generato innumerevoli relazioni profonde e durature. Fuori dal set l’infallibile “Dick” smetteva di subire il fascino della superficie e si tuffava a bomba nella profondità delle relazioni umane.
Questo articolo è stato redatto successivamente alla nostra visita alla mostra in corso a Roma. Per leggere la precedente notizia della mostra e avere una visione più completa del progetto fare clic qui.
Richard Avedon. In the American West, 1979–1984
- A cura di Clément Chéroux
- Palazzo Esposizioni Roma, via Nazionale, 194 – Roma
- dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027
- mar-dom 10-20. Lunedì chiuso
- fino al 1° novembre intero 12 euro, ridotto 10 euro. Dal 3 novembre intero 15 euro, ridotto 12 euro
- palazzoesposizioniroma.it
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