Fino al 4 aprile 2026, Interzone Galleria, a Roma, ospita la mostra di Guido Gazzilli, Cara Foresta, a cura di Lorenzo Castore. Con uno stile intimista e materico – cadenzato da un bianco e nero che rimanda alle porosità della vita e da barlumi di colore che, come la luce e il vento, generano momenti di chiarezza e respiro – Guido racconta la foresta vicino a casa sua, dove si è trasferito da qualche anno, come momento di ricongiunzione con le sue radici e come apertura alla vita che verrà.
Cara Foresta si anima delle complessità che la vita ha riservato a Guido, dalla malattia di suo padre ai fantasmi che questo rapporto ha generato nella contingenza della sua quotidianità e nel suo immaginario mentale, e dall’incontro con Victoria fino alla nascita di loro figlio Rumi. Gazzilli usa le profondità esistenziali come materia grezza con cui imprimere le sue immagini, tasselli di un luogo che è fisico, ma soprattutto mentale ed emozionale.
Martedì 17 marzo 2026 alle ore 19, presso la libreria Leporello (via del Pigneto 162/e) verrà presentato il libro Cara Foresta edito da Grani Edizioni, saranno presenti l’editore Valentino Barachini e l’autore, che nel frattempo abbiamo intervistato.
Cara Foresta parla della tua storia personale, ce la racconti?
Cara Foresta nasce da un rapporto molto intimo con il bosco, che per me è diventato nel tempo un luogo di rifugio, di trasmissione e di rinascita. È lì che ho ritrovato frammenti della mia infanzia e una direzione possibile.
La mia storia è segnata dal rapporto difficile con mio padre. Era una persona fragile, bipolare e schizofrenica, e la sua malattia ha segnato profondamente la mia famiglia. Da bambino ho vissuto molta paura, molta instabilità, e mia madre a un certo punto ha dovuto portarci via per proteggerci. La mia infanzia è stata per lungo tempo una fuga e un grande silenzio.
Eppure, c’è un ricordo molto forte che mi accompagna: quello di mio padre che mi portava nella foresta vicino alla sua casa di campagna. Lì succedeva qualcosa di strano e bellissimo. In mezzo agli alberi sembrava più sereno, come se i suoi demoni si allontanassero per un momento. Senza saperlo mi stava indicando una strada. Molti anni dopo sono fuggito anch’io dalla città, da un ambiente che sentivo soffocante e pieno di negatività. Tornando nella foresta ho iniziato a respirare di nuovo. Ho capito che quel bisogno di natura non era solo una scelta estetica o romantica, ma qualcosa di molto più profondo, quasi ancestrale.
Nel frattempo nella mia vita è arrivata Victoria. Con lei è stato un riconoscersi oltre le parole. L’ho invitata a seguirmi in questo spazio selvaggio e lei ha accettato con fiducia. Oggi viviamo in una casa circondata dalla stessa foresta che esploravo con mio padre, e da poco è nato nostro figlio, Rumi. In un certo senso questo lavoro racconta proprio questo passaggio: dalla fuga alla radice, dal dolore alla possibilità di trasformare lo stesso dolore in qualcosa di fertile.
Come lo stile del progetto, la resa estetica, entra in dialogo con la storia di cui parli?
Lo stile del progetto nasce dallo stesso processo interiore che racconto. Non volevo un’immagine pulita o perfetta, ma qualcosa che fosse vivo, fragile, attraversato dal tempo e dalla materia. Per questo ho lavorato molto con processi analogici e con tecniche che permettono all’imprevedibilità di entrare nell’immagine.
Uso stampe ai sali d’argento su carte che preparo io stesso con emulsioni liquide, tratto le superfici con macerazioni di ghiande raccolte nel bosco in cui viviamo, e in alcuni casi ho interrato i negativi nella foresta per molti anni. In questo modo il bosco non è solo il soggetto delle fotografie ma diventa anche il co-autore dell’opera. La natura interviene fisicamente sull’immagine, la trasforma, la segna.
È un processo molto lento, fatto di attesa, silenzio e cura, quasi rituale. In questo senso l’estetica del lavoro rispecchia esattamente il suo contenuto: un’immersione nel tempo della natura e nella memoria.
Il titolo del progetto rimanda a una lettura affettiva della natura, ma visivamente la natura appare anche oniricamente oscura, per certi versi disturbante. Quale è il suo significato?
La foresta non è solo un luogo rassicurante. È anche uno spazio profondo, misterioso, a volte inquietante, come la memoria o come la psiche. Per questo nel lavoro convivono luce e ombra.
La foresta è il luogo dove ho incontrato sia il dolore che la possibilità di guarigione. È un territorio dove la vita nasce, ma dove tutto è anche fragile e in continuo mutamento. L’aspetto onirico e a volte inquieto delle immagini riflette proprio questo: il viaggio dentro una zona dell’anima dove salvezza e ferita si toccano.
Visivamente, che apporto ha dato al progetto la nascita di tuo figlio?
La nascita di Rumi ha rappresentato una svolta anche dal punto di vista visivo. Con lui è entrata nel progetto una dimensione di futuro e di continuità. Le immagini diventano più aperte, più luminose, come se nel racconto comparisse una nuova radice. Prima il lavoro era molto legato alla memoria, alla ricerca del padre e al peso del passato; con Rumi emerge invece l’idea della trasmissione, di ciò che riceviamo, ciò che trasformiamo e ciò che scegliamo di consegnare a chi verrà dopo di noi. Visivamente questo si traduce in immagini più delicate, intime, legate alla vita che nasce e alla possibilità di ricominciare.
Per le stampe, dicevi, hai utilizzato dei processi artigianali molto particolari. Ci parli nello specifico del ritratto di tuo padre?
Il progetto è costruito anche attraverso processi materiali molto sperimentali e artigianali. Ho lavorato con polaroid originali, stampe su carta giapponese, negativi sepolti nella foresta per anni, trattamenti al litio e stampe in camera oscura ai sali d’argento su carte trattate con emulsioni liquide e macerazioni naturali, come le ghiande raccolte dalle querce secolari della foresta dove vivo.
Il caso più simbolico è il ritratto di mio padre. Per quella stampa ho utilizzato proprio il litio, lo stesso farmaco con cui era stato curato per la sua malattia. Mescolare quel materiale nella chimica della stampa è stato un gesto molto forte: è come se la sostanza che aveva segnato e consumato il suo corpo tornasse a vivere in un’immagine, trasformata in memoria e in forma visiva. È un modo per rielaborare il dolore e trasformarlo in qualcosa di diverso, quasi in un atto di riconciliazione.
Il tuo stile intimista e diaristico che influenza ha?
Effettivamente, il mio lavoro nasce da un approccio molto personale e diaristico. È un modo di raccontare la mia vita, ma anche di trasformare l’esperienza privata in qualcosa di universale. La foresta, la famiglia, il rapporto con mio padre, con Victoria e con Rumi diventano elementi di un racconto più ampio sul tempo, sulla memoria e sulla possibilità di rinascita.
Anche la curatela di Lorenzo Castore non è un caso, per me rappresenta la chiusura di un cerchio, fa parte del processo stesso che ha dato luogo al progetto. È come se Cara Foresta si completasse attraverso relazioni e collaborazioni che hanno un significato personale profondo. Il lavoro non nasce mai solo dall’artista, ma anche dalle persone che entrano nel suo percorso e lo aiutano a prendere forma.
Nel progetto il bianco e nero risalta maggiormente, ma ci sono anche delle isole di colore. Perché queste incursioni del colore?
Il bianco e nero è il linguaggio principale del progetto perché ha una dimensione più sospesa, quasi fuori dal tempo. Mi permette di lavorare sulla memoria, sull’intimità e sull’essenza delle immagini, eliminando tutto ciò che è superfluo. Le incursioni del colore, invece, funzionano come delle apparizioni, dei momenti di intensità. Sono come piccole epifanie nel racconto, frammenti di vita, di luce, di presenza. In mezzo alla dimensione più meditativa del bianco e nero, il colore emerge come un segnale di vitalità, quasi come un respiro della foresta o della vita stessa.
Immagino che potrebbe essere un lavoro eternamente in corso. È un lavoro che reputi concluso o continuerai ad alimentarlo, con l’evolversi della vita di Rumi, del rapporto con Victoria, del dialogo con la tua foresta?
Cara Foresta nasce come un progetto molto legato alla vita, quindi è difficile pensarlo come qualcosa di completamente concluso. La foresta cambia continuamente, proprio come noi. Le stagioni passano, gli alberi crescono, e anche la mia vita si trasforma: come dici tu, il rapporto con Victoria, la crescita di Rumi, il dialogo continuo con questo luogo. Per questo sento che il progetto potrebbe continuare a evolversi nel tempo. Forse alcune parti si chiudono, ma altre continuano ad aprirsi. In fondo è un lavoro che parla proprio di questo, di trasformazione, di radici e di ciò che scegliamo di far crescere nel tempo.
Ulteriori informazioni sul lavoro di Guido Gazzilli sono disponibili sul sito del fotografo, guidogazzilli.com.
Titolo Cara Foresta
Fotografie di Guido Gazzilli
Formato 28×42 cm
Fotografie 60+
Lingua italiano/inglese
Prezzo 65 euro
Editore Grani Edizioni
Data di pubblicazione febbraio 2026
Edizione limitata 100 copie firmate e numerate
Guido Gazzilli. Cara Foresta
- A cura di Lorenzo Castore
- Interzone Galleria, via Macerata, 46 – Roma
- dal 7 marzo al 4 aprile 2026
- mar-ven 15-20, sab 11-13/16-20. Domenica e lunedì chiuso
- ingresso gratuito
- interzonegalleria.it
Inquietudini spettacolari: Nick Brandt a Torino con i quattro capitoli di “The Day May Break”
dal 18 marzo al 6 settembre...
Robert Doisneau dà il cambio a Vivian Maier
dal 5 marzo al 19 luglio...
La magica finestra di Saul Leiter ancora in giro per l’Italia
dal 5 marzo al 19 luglio...
Ruth Orkin condiva la fotografia con il dinamismo della settima arte
dal 5 marzo al 19 luglio...























