Nel 1936 il visionario editore americano Henry Luce fondò l’arcinota rivista fotografica LIFE. Determinato a rivoluzionare il linguaggio del giornalismo, Luce fece della fotografia il cuore della narrazione del suo magazine, la finestra sul mondo che avrebbe emozionato e coinvolto il lettore, rendendolo parte dell’esperienza raccontata. Dal 1936 al 2000 LIFE ha commissionato più di dieci milioni di immagini, producendo un imponente archivio che contiene la memoria storica e culturale di quasi settant’anni del secolo scorso. Da quell’immenso serbatoio di fotografie provengono i quasi cento scatti della mostra Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972, allestita negli affascinanti ambienti sotterranei degli Scavi Scaligeri di Verona in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.
Dalle Olimpiadi di Garmisch-Partenkirchen del 1936 a quelle di Sapporo del 1972, gli scatti dei più abili fotoreporter del tempo tracciano il ritratto esaustivo di un’epoca, partendo dagli eventi sportivi per poi allargare la visuale sul contesto culturale che li accoglieva.
L’idea della mostra è di Giuseppe Ceroni, i layout sono di Francesca Marra e la curatela è di Simone Azzoni, con il quale abbiamo scambiato due chiacchiere per “entrare” meglio in un importante capitolo di storia della fotografia.
Nell’immenso archivio di LIFE ci sono molte immagini dedicate agli sport invernali? Per la selezione degli scatti in mostra è stata necessaria una corposa scrematura o una ricerca certosina?
In quasi due anni di lavoro ho visionato oltre un milione di immagini, esplorando un archivio online fluido e sempre aggiornato. Le Olimpiadi invernali non erano un argomento di principale interesse per la rivista, ma un ambiente in cui cogliere storie, racconti, vite degne di una copertina, come quella che ritrae la pattinatrice artistica Peggy Fleming. Nella mia ricerca mi sono servito di poche parole chiave, come Wintergames, o i nomi dei fotografi che poi ho scelto di esporre, tra i quali John Dominis, Ralph Crane, George Silk, Nat Farbman e Joe Scherschel.
I reporter di LIFE avevano il compito di coinvolgere il lettore. Come ci riuscivano?
L’immagine era la storia, l’immagine era narrazione. L’impaginazione, con il suo storytelling, era lo strumento con cui LIFE costruiva l’immedesimazione. Il lettore entrava nella storia che gli si apriva davanti, fatta di introduzione, climax e conclusione.
Lo scatto di Ralph Crane usato per la copertina del numero della rivista pubblicato il 14 febbraio del 1964 è piuttosto spettacolare. Si sa qualcosa del backstage di quell’immagine?
Putroppo nulla di specifico a proposito di quella fotografia, ma sappiamo che Crane osava punti di vista coraggiosi e azzardati. Niente lo fermava. Gli aneddoti su di lui raccontano che attraversava addirittura le zanzariere per arrivare prima sul luogo dello scatto. Sempre frenetico, con tre macchine al collo, beveva tè per rimanere vigile e attento. Lavoratore meticoloso, sapeva gestire qualsiasi tipo di storia, gorgogliando sempre di vitalità e della calorosa risata che gli valse il soprannome di ‘Gru convulsa’.
[clic qui per sfogliare virtualmente il fascicolo di LIFE pubblicato il 14 febbraio del 1964].
Navigando in rete siamo riusciti a sfogliare virtualmente quel fascicolo e certamente lo hai fatto anche tu…
Sì, come ogni fascicolo della rivista aveva un palinsesto che, senza soluzione di continuità, univa dramma e commedia secondo i dettami del repubblicano Henry Luce, vale a dire mostrare come gli americani dovevano essere e cosa dovevano fare. Nel numero relativo agli sport invernali del 1936, ad esempio, c’è una carrellata di immagini su Hitler, la sua infanzia e la sua adolescenza. Le storie si dilatavano su una quindicina di pagine o addirittura, se interessanti, su più fascicoli.
Durante l’organizzazione della mostra avete avuto accesso a racconti o appunti che descrivessero i contesti di realizzazione delle fotografie che sarebbero state esposte?
Il fotografo, responsabile del solo click, spediva i suoi appunti in redazione, e questi diventavano materia per costruire le didascalie, anche se spesso queste didascalie non rispettavano né il contesto, né le intenzioni del fotografo al momento dello scatto. Celebre il caso delle note sulla liberazione del campo di concentramento di Buchenwald scritte da Margaret Bourke-White, che appuntò tutto ciò che vide su decine di fogli a quadretti e spedì il testo alla redazione di LIFE assieme ai rullini.
Noi non abbiamo avuto modo di accedere ad annotazioni dei fotografi in mostra a Verona, ma materiali di questo tipo sono negli archivi di LIFE e sono stati esposti solo in occasione di una mostra allestita al Museum of Fine Art. Nel meraviglioso e corposo catalogo di quella mostra sono presenti appunti e notule altrimenti inaccessibili al pubblico.
Quali erano le più grandi difficoltà tecniche per i fotografi dell’epoca?
Fotografare il movimento era una vera e propria sfida. Per George Silk, ad esempio, fermare un corpo in movimento era uno studio che proseguiva quelli di Muybridge, Marey e Bragaglia. È il caso di ricordare che questi fotografi scattavano con una 35mm che pretendeva precisione sulla scelta del punto di ripresa e dell’attimo in cui premere il pulsante di scatto, con la consapevolezza che, a differenza di quanto accade con la fotografia digitale, il risultato sarebbe stato visibile a distanza di settimane e chilometri. Ciò detto, va ricordato anche che i fotografi in mostra provenivano da fronti di guerra, e che certamente si erano dimostrati capaci di lavorare in contesti di gran lunga più problematici.
Le fotografie di Winter Games! Sono molto variegate e non è esagerato dire che sono un prezioso scrigno della memoria storica e culturale di un’epoca. Perché?
Sono fotografie che raccontano l’evoluzione dei costumi e della fotografia stessa. Osservando in modo diacronico gli scatti ritroviamo delle linee di continuità che raccontano come è cambiato l’abbigliamento e come si sono trasformati il rapporto degli atleti con l’immagine e la retorica della narrazione sportiva. Basti pensare che gli atleti di oggi cercano l’immagine e l’inquadratura. Ronaldo che si pettina il ciuffo prima di battere una punizione è consapevole di essere inquadrato.
Ci parli della scelta di includere in mostra, ad esempio, la foto del cameriere scivolato sul ghiaccio?
La foto dei camerieri è di Alfred Eisenstaedt e risale a prima della nascita di LIFE. La rivista americana acquistò lo scatto dopo la sua prima pubblicazione su una omologa tedesca. Mi interessava perché rappresenta il contributo dell’autore a LIFE con scatti incentrati su movimento, istantaneità e teatralità, una ‘freschezza’ che Eisenstaedt portò in America dalle avanguardie europee. E poi in quello scatto c’è tutta l’ironia di LIFE interessata a S. Moritz come luogo per il piacere di una nobiltà che era decaduta, ma forse ancora non se ne era resa conto.
Credi che i reporter sportivi di oggi stiano producendo “pezzi di memoria” altrettanto esaustivi?
I fotoreporter, oggi come allora, si concentrano sulle storie. La fotografia sportiva oggi segue l’emozione del momento, dell’attimo decisivo, ma soprattutto prende in considerazione i diversi mezzi linguistici con cui raggiungerà il suo pubblico, dai social alle pagina cartacee.
In ogni caso, c’è ancora chi dedica le proprie immagini a ciò che accade al di fuori delle gare, con un approccio da fotoreportage e fotografia documentaria.
Come si integrano le foto della mostra nella speciale location che le ospita?
Ho cercato di assecondare la filosofia giapponese del Ma: usare i passaggi senza immagini per lasciar sedimentare le immagini. Ho voluto costruire nel percorso ad anello una sorta di collana di perle dedicate a sei aree tematiche. I pannelli, poi, sono retroilluminati per valorizzare il lavoro fatto dall’Architetto Cecchini con il cemento armato e alcuni pannelli sono ‘impaginati’ come da rivista, cioè con immagine al vivo e didascalia.
Ulteriori informazioni sulla mostra Winter games! Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi LIFE 1936-1972 sono disponibili sul sito mostrawintergames.it.
In Iran, sull’isola dove le “Figlie del mare” sono libere di pescare
La serie “Daughters of the Sea”...
L’intelligenza artificiale di Phillip Toledano ci porta in un’Inghilterra immaginifica e senza tempo
“Another England” è il terzo libro...
Horst P. Horst: perfette sculture di luce
dal 21 febbraio al 5 luglio...
Il filo tra cinque sconosciute della generazione che “scrolla”
Una fotografa millennial mette a fuoco...
Street photography a Brooklyn con una toy camera
“Wonderland” è il progetto di Valery...
Sconosciuti su foglia d’oro: le affascinanti fotografie anonime collezionate da Lee Shulman
L’Artiere pubblica “Golden Moemories”, il libro...





















