In giorni in cui l’America è a ferro e fuoco, sconvolta dagli scontri tra l’autoritarismo e la violenza omicida della milizia privata trumpiana dell’ICE e la popolazione che urla il suo sdegno, il lavoro di Luca Santese e Marco P. Valli, Texas Trigger, appare quanto mai illuminante e rivelatore.
I due fotografi dell’agenzia Cesura, nel pieno fermento delle elezioni americane del 2024, hanno intrapreso il loro road trip lungo tutto il secondo Stato più grande d’America, il Texas, armandosi di flash e dell’intenzione di smascherare la farsa trumpiana. Nel progetto, il grottesco si mescola alla denuncia sociale e politica, con uno stile pulito e profondamente tagliente. Abbiamo intervistato i due fotografi.
Texas Trigger è un vostro viaggio attraverso lo stato del Texas, nel 2024, durante le elezioni presidenziali che hanno visto vincere Trump. Perché avete scelto il Texas?
Abbiamo scelto il Texas perché è uno dei luoghi in cui le contraddizioni dell’America contemporanea si manifestano in modo più netto e concentrato. Politica, armi da fuoco, immigrazione, diritti civili, religione e disuguaglianze sociali convivono qui senza mediazione, spesso in forma estrema. È uno stato enorme, simbolicamente potentissimo, che in Europa è stato per decenni ridotto a pochi stereotipi: cowboy, petrolio, frontiera. Proprio per questo ci è sembrato il luogo ideale per un carotaggio rapido, una sorta di blitzkrieg fotografico.
Inoltre, seguire l’intera campagna elettorale su scala nazionale era impossibile, così abbiamo individuato uno Stato che potesse funzionare come osservatorio privilegiato. Il Texas, più di altri, ha incarnato e continua a incarnare il mito americano esportato fuori dagli Stati Uniti e oggi mostra con particolare chiarezza la persistenza e l’espansione di una cultura che pensavamo superata da un approccio cosiddetto progressista.
Cosa simboleggia la parola “trigger” nel titolo del progetto?
Il termine ‘trigger’ è volutamente stratificato. È innanzitutto il grilletto delle armi da fuoco, elemento centrale dell’identità texana e americana. È anche il dispositivo che attiva il flash fotografico, che nel nostro lavoro diventa uno strumento chirurgico di osservazione del reale. Ma ‘trigger’ è soprattutto un evento attivatore: qualcosa che innesca una reazione emotiva, visiva, politica.
Il libro è costruito come una sequenza di trigger: non ci sono capitoli tradizionali né un indice narrativo, ma soglie, accostamenti e passaggi che permettono allo spettatore di attraversare storie diverse mantenendo un racconto unitario. È un trip allucinatorio, tutto di superficie, in cui il flash registra la pelle del presente, come avviene anche in Italia con il progetto Realpolitik.
Come vi siete mossi sul campo?
Siamo atterrati a Dallas il 13 maggio 2024 e abbiamo percorso circa 5.000 miglia in auto in poco più di un mese. Il viaggio ha attraversato grandi città, periferie, aree rurali e territori di confine: Dallas, Sulphur Springs, Austin, San Antonio ed El Paso. Abbiamo iniziato dal centro di Dallas, lavorando sui senzatetto, per poi muoverci tra convention politiche, meeting della NRA (National Rifle Association, la lobby americana a difesa del secondo emendamento), fabbriche di bunker, comunità LGBTQ+ e infine il confine con il Messico.
L’accesso è stato possibile grazie a un lavoro di pre-produzione molto accurato e, soprattutto, al contatto diretto con le persone. Il nostro approccio non è stato empatico in senso classico, ma osservativo: mostrare tutto con crudezza, anche rischiando lo stereotipo, come scelta narrativa consapevole per questo libro.
L’involuzione culturale, umana, sociale che anima lo stato del Texas, raccontata dal vostro progetto, è metafora di un’involuzione estesa a tutta l’America?
Il Texas non è tutta l’America, ma ne rappresenta alcune dinamiche in forma radicale. Polarizzazione politica, paranoia securitaria, gestione del confine e spettacolarizzazione del potere attraversano l’intero Paese. In Texas questi elementi sono più espliciti, più visibili, e per questo funzionano come una lente di ingrandimento. La rivelazione non sta nel mostrare qualcosa di ‘nuovo’, ma nel prendere coscienza del fatto che questa cultura persiste proprio nel cuore dell’Occidente, là dove per decenni sono stati propagandati valori apparentemente opposti.
Perché il kitsch appare così radicalizzato nell’America trumpiana?
Il kitsch è sempre stato parte dell’immaginario americano, ma nel trumpismo diventa uno strumento politico. Nei raduni elettorali e nelle convention repubblicane abbiamo assistito a una sovrapposizione continua tra propaganda, religione, patriottismo e cultura pop. Gadget, slogan, simboli religiosi e immagini estreme convivono senza filtro.
Questo linguaggio rende l’estremismo più accessibile e più normalizzato. Il discorso pubblico si è ormai fatto stereotipo: non esiste più pudore nel dichiarare ambizioni imperiali e dominatrici. Trump stesso diventa una maschera, identica allo stereotipo del texano armato che spara davanti al mondo intero.
Si percepisce, nel vostro lavoro, un doppio registro: immagini che colgono la desolazione fisica di alcuni luoghi, ma anche la desolazione umana e sociale delle convention e dei raduni collettivi. Come e con che intenti avete orchestrato questo equilibrio di “pieni” e di “vuoti”?
Il progetto alterna spazi fisicamente vuoti — periferie, paesaggi, zone marginali — a contesti saturi come raduni, convention e meeting collettivi. Questo ritmo è stato costruito soprattutto nel montaggio del libro. I pieni e i vuoti non sono in opposizione, ma si rispondono.
Dietro la saturazione simbolica emerge un vuoto morale e ideologico, che riflette un dibattito pubblico internazionale ridotto a una giungla spietata, senza più pudore né necessità di nascondersi. Come in Realpolitik, restiamo sulla superficie delle maschere, perché oggi è la maschera a passare per realtà.
Con Realpolitik avete seguito, tramite ritratti satirici e grotteschi, i protagonisti della politica italiana. In che modo la politica stimola il vostro immaginario?
La politica è una macchina di produzione simbolica potentissima. Come artisti non ci interessa il fatto in sé, ma la sua rappresentazione, ovvero il modo in cui il potere costruisce e impone le proprie immagini. In Texas Trigger abbiamo adottato un linguaggio più immersivo e meno ironico rispetto al contesto italiano, ma questo approccio nasce chiaramente con Realpolitik.
In Realpolitik le immagini fagocitano e sovvertono l’iconografia che la classe politica della cosiddetta ‘Terza Repubblica’ si è auto-attribuita attraverso un uso strategico dei social media. Il lavoro rovescia i codici visivi della comunicazione politica e mette in crisi l’idea stessa di una comunicazione efficace. Realpolitik aspira al sabotaggio di queste immagini–parole d’ordine.
Gli eventi politici non vengono mai rappresentati in modo diretto, ma dirottati: laddove il politico cerca il selfie, imponiamo il ritratto; laddove l’evento richiederebbe la calca, produciamo isolamento; laddove viene ostentata sicurezza, affiora la goffaggine. In Texas Trigger questo metodo si radicalizza. La ‘realissima maschera-stereotipo’ attraversa l’intero libro fino all’incontro finale con Fernando e Maria al confine [due ragazzi incontrati il 7 giugno 2024 nella zona di confine tra El Paso e Juárez, mentre aspettavano che la zona fosse libera dalla pattuglia di frontiera prima di attraversare il fiume Rio Grande, N.d.R.], che reintroduce improvvisamente umanità e realtà. È un risveglio dall’incubo visivo che conduce però a un incubo ancora più concreto. Da qui la necessità di un secondo capitolo che vada oltre la superficie, per indagare in profondità l’America quotidiana degli ultimi, in un’operazione di archeologia del presente, umana e sociale.
Ulteriori fotografie e informazioni sul lavoro di Santese e Valli sono disponibili sul sito cesura.it.

Titolo Texas Trigger
Fotografie di Luca Santese e Matteo P. Valli
Formato24x27cm
Pagine 152
Prezzo 45 euro
Lingua italiano, inglese
Editore Cesura
Data pubblicazione maggio 2025
ISBN 979-12-81396-01-2





















