Bolzano
Dal 28 marzo al 13 settembre 2026
Franco Vaccari ha sempre inteso l’immagine come strumento di comunicazione, scandagliando la fotografia come un oggetto materico, un’evidenza di ciò che “è stato” per poi proseguire nel tempo, lasciando dietro di sé una traccia, una presenza. Nel suo concetto di “opera” l’autore era messo da parte e lo spettatore, in un certo senso, prendeva il suo posto come assegnatore di senso e significato.
Lo spazio adibito ad animare questo processo artistico era quello che Franco Vaccari chiamava “ambiente”, luogo esperienziale dove il visitatore non era più semplice spettatore, ma parte attiva dell’esperienza che lo metteva in dialogo con sé stesso, rendendolo parte dell’opera. Fino al 13 settembre, la mostra Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari al Museion di Bolzano, a cura di Frida Carazzato e Luca Panaro, fa rivivere alcuni dei celeberrimi “ambienti vaccariani”, che tanto hanno ispirato l’arte contemporanea. Ne abbiamo parlato con il co-curatore della mostra Luca Panaro.
Perché il titolo Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari?
Le opere di Vaccari, fin dall’inizio, si sono sempre caratterizzate per la partecipazione attiva dei visitatori, stimolando una retroazione, un feedback a un’indicazione data. Alla Biennale di Venezia del 1972, ad esempio, dentro lo spazio che avrebbe accolto la sua installazione, Vaccari ha lasciato allo spettatore il seguente messaggio: ‘Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio’ e il pubblico ha risposto entrando nella cabina Photomatic, ospitata nella sala, e appendendo la propria fototessera al muro. Per questa ragione, con Frida Carazzato, co-curatrice della mostra, abbiamo pensato a questo specifico titolo, già impiegato da Vaccari per un’opera video, che è anche un termine utilizzato in ambito tecnologico, di quelli molto graditi all’artista stesso.
La mostra è il risultato di una tua personale ricerca e prossimità al mondo e all’opera di Franco Vaccari. Com’è nata e come si è evoluta questa mostra, anche in considerazione della recente morte dell’autore?
Da tempo discutevo con Vaccari della necessità di valorizzare alcuni aspetti della sua pratica legati alla costruzione di architetture effimere o riadattamenti di spazi preesistenti, riconfigurati per essere trasformati in luoghi esperienziali, quelli che nell’ambito delle arti visive vengono definiti ‘ambienti’. Tra il 2019 e il 2020 ho frequentato assiduamente lo studio di Vaccari con lo scopo di raccogliere informazioni su questa particolare tipologia di opere, contando quarantatré ambienti realizzati dal 1968 al 2017.
L’idea è stata fin da subito quella di riattivare alcuni di questi ambienti in una grande mostra, capace di riposizionare Vaccari nel più esteso dibattito sull’arte contemporanea, facendolo uscire dalla nicchia degli artisti che lavorano solo con la fotografia. L’incontro con Frida Carazzato è stato fondamentale. Come curatrice scientifica di Museion, infatti, aveva già iniziato a lavorare su Vaccari perché al museo di Bolzano sono conservate diverse opere dell’artista, tra cui un ambiente. Abbiamo iniziato i lavori per la mostra nel 2024 e nonostante la scomparsa di Vaccari la ricerca è proseguita sull’idea iniziale, divenendo un tributo a questo grande autore.
Nella visione di Vaccari, come l’esperienza, l’ambiente e l’inconscio tecnologico interagivano?
Gli ambienti sono per Vaccari dei detonatori di esperienza, all’interno di questi ‘spazi privati in spazio pubblico’ i visitatori possono entrare in rapporto con il proprio corpo e le proprie paure, attivando tutti i sensi, non soltanto la vista, ma possono anche mettere in discussione la visione antropocentrica guardando la città ad altezza di cane, oppure diventare un mito anche solo per un istante, come già suggeriva Andy Warhol. A Vaccari interessava la tecnologia e l’inconscio che l’automatismo della macchina è in grado di manifestare, divenendo uno strumento di scoperta, come la fotografia, che l’artista non ha mai inteso come un mero strumento di documentazione della realtà.
Quali sono gli ambienti che avete ricostruito fedelmente e come avete lavorato per ricrearli?
Abbiamo ricostruito otto ambienti a partire dalla ricerca che avevo condotto insieme all’artista, sulla base di materiali d’archivio come fotografie, disegni preparatori, pubblicazioni, integrandoli con informazioni utili ricavate da conversazioni con chi ha lavorato con Vaccari in questi anni. Un importante contributo è stato dato da Fosbury Architecture che ha curato il progetto espositivo e ben utilizzato i materiali cari all’artista, dando forma a questa ricerca.
Il primo ambiente in ordine cronologico risale al 1968 e si intitola Scultura buia: l’interesse dell’artista per l’assenza di luce e il desiderio di far interagire il pubblico in uno spazio privo di quei riferimenti visivi a cui si è normalmente abituati, è un tema ricorrente che intreccia la dimensione onirica, e la ricerca del perturbante, come accade anche in Sogni n. 1 (1975), Codemondo (1980) e Ambiente grigio multiuso (1987). Le opere si relazionano per rimandi tematici, accompagnate da immagini di raccordo utili alla comprensione della pratica dell’artista.
Al quarto piano Mito Istantaneo (1974), Bar Code – Code Bar (1993) e Mini Cinema (2003) si configurano nello spazio più luminoso di Museion, favorendo l’interazione del pubblico con questi ambienti all’interno dei quali vivere esperienze forti, ma contestualmente capaci di offrire ristoro, come prendere un caffè comodamente seduti in un’opera-bar. Uno degli ambienti, il primo che il pubblico incontra alla biglietteria del museo, si intitola Biomassa (2007) e misura il peso complessivo dei visitatori, la massa organica che entra a Museion da inizio a fine esposizione. Vaccari non mancava certo di ironia.
La storicità della mostra antologica come dialoga con il “concettualismo pragmatico” dell’opera di Vaccari?
La mostra non vuole essere un’antologica bensì un focus tematico su un certo tipo di produzione dell’artista. Le strutture sono concepite da Vaccari come attivatori di esperienze, non tanto come ‘opere’. L’esposizione non ha dunque un taglio storico, la disposizione degli ambienti in mostra è volutamente a-cronologica, risponde piuttosto alla necessità di fare vivere la ricerca dell’artista al di fuori della documentazione che spesso l’ha sostituita.
Quanto, secondo te, la sua riflessione ha influenzato il post-fotografico della contemporaneità?
Vaccari è stato tra i grandi precursori della contemporaneità. Sicuramente ha contribuito con la sua ricerca a portare la fotografia più lontano di quanto abbiano fatto certi fotografi. Il suo libro Fotografia e inconscio tecnologico (1979) rimane tra i principali contributi teorici del Novecento sul linguaggio fotografico e l’influenza del suo pensiero sulle nuove generazioni è indubbia, come hanno testimoniato i giovani artisti di varie nazionalità che hanno presenziato il giorno dell’opening della mostra. Il prelievo d’immagini condivise, la co-autorialità di molte pratiche contemporanee trovano in Vaccari un grande anticipatore dello scenario più attuale.
Se parliamo di eredità relativa all’opera di Franco Vaccari, che artisti contemporanei ti vengono in mente?
Se devo citare alcuni nomi, semmai tra gli italiani che hanno subito maggiormente l’influenza di Vaccari, penso a Fabrizio Bellomo e Fabio Sandri, artisti di generazioni differenti che hanno ereditato rispettivamente la riflessione di Vaccari sul rapporto uomo-macchina-inconscio e l’interazione con un pubblico partecipante. Devo dire che trovo anche insospettabili somiglianze con l’opera di Maurizio Cattelan, non tanto nella forma, ma sicuramente nel desiderio di entrambi di lavorare sull’occasione, concependo opere ‘in tempo reale’.
In mostra il pubblico potrà apprezzare anche una serie di opere scultoree dalla serie Omaggi (1973), realizzate dall’interazione tra Franco Vaccari e un costruttore di orchestrine a pedali. L’artista, raccontando le sembianze e le pratiche di alcuni celebri artisti al burattinaio, lasciava che quest’ultimo interpretasse i suoi racconti dando forma alla scultura. All’omaggio a Warhol, Fabro, De Dominicis e agli altri artisti segue quello che, invece, omaggia, concettualmente, la figura dell’artista. Ed è proprio in questa ultima scultura che si potrà notare una certa somiglianza ai Mini-me di Cattelan o al suo celebre bambino che suona il tamburo.
Avendo approfondito sia la conoscenza personale dell'artista sia quella della sua opera, sai quale fosse il suo pensiero sull’uso dell’intelligenza artificiale oggi?
Vaccari amava tutte le tecnologie che spesso de-funzionalizzava. Capitava di sentirlo ragionare sul rapporto tra l’intelligenza artificiale e la casualità. La sua ricerca si è sempre distinta per una specifica attenzione alla comunicazione anonima, soprattutto spontanea, particolarità che lo colloca tra gli anticipatori delle più recenti tecnologie relazionali. Già negli anni Settanta aveva intuito che gli sarebbe bastato occultarsi come autore per generare un capovolgimento dei normali ruoli legati alla fruizione artistica, creando forme di relazione inaspettate. Servendosi della fotografia e dell’inconscio tecnologico del mezzo, ha anticipato la riflessione teorica sull’utilizzo dei social media e dell’AI, aprendo la strada alle future generazioni di autori.
Feedback. Gli Ambienti di Franco Vaccari
- A cura di Frida Carazzato e Luca Panaro
- Museion, piazza Piero Siena, 1 – Bolzano
- dal 28 marzo al 13 settembre 2026
- mar-dom 10 -18, gio 10-22;. Lunedì chiuso
- intero 10 euro, ridotto 5 euro
- museion.it
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