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Home CULTURA INTERVISTE

Wulz, il ritratto dell’evoluzione fotografica

Una mostra che ripercorre la storia fotografica della famiglia Wulz, che dalla seconda metà dell’Ottocento al 1981 ha raccontato la società triestina e l’evoluzione stessa del linguaggio fotografico.

Francesca Orsi di Francesca Orsi
11 Gennaio 2025
in INTERVISTE
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Fotografia Wulz. Trieste, la famiglia, l’atelier

Nella storia della fotografia la famiglia Wulz, con il suo atelier aperto alla fine dell’Ottocento a Trieste, dimostra come il linguaggio fotografico sia anche un’eredità intergenerazionale. La mostra al Magazzino delle Idee di Trieste, Fotografia Wulz. Trieste, la famiglia, l’atelier, visitabile fino al 27 aprile, ricalca il percorso storico e formale di uno stile ritrattistico familiare, quello che da Giuseppe fino alle nipoti Wanda e Marion ha permesso alla famiglia Wulz di essere riconosciuta e apprezzata.

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Se per il fondatore Giuseppe Wulz la fotografia era semplicemente uno strumento per raccontare la società triestina, con la modernità e le sperimentazioni delle correnti avanguardistiche diventò, per le giovani Wanda e Marion, un linguaggio di espressione identitaria e di genere. La fotografia dell’atelier Wulz, quindi, si manifesta come testimonianza di un periodo storico, oltre a fare da termometro rispetto all’andamento degli stili e gusti fotografici nell’arco di un secolo. Ne abbiamo parlato con Federica Muzzarelli, curatrice della mostra insieme ad Antonio Giusa.

Giuseppe Wulz, Ritratto di un ciclista in sella al suo penny-farthing, Trieste, ca. 1880
Giuseppe Wulz, Il Palazzo Municipale in un giorno di mercato, Trieste, ca. 1876

Qual è la storia dello studio fotografico Wulz di Trieste?

Raccontare la produzione dell’atelier Wulz significa ripercorrere oltre un secolo di storia della città di Trieste, sullo sfondo dei suoi cambiamenti sociali, politici ed economici. Parallelamente significa seguire l’evoluzione della storia della fotografia italiana nelle sue tendenze, nelle tecniche, nei formati e nei materiali: stampe all’albumina, aristotipi e gelatine ai sali d’argento; carte de visite, cabinet portrait e stereoscopie; vintage, lastre di negativi e strumenti di incisione e ritocco.

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Le fotografie della famiglia Wulz raccontano anche i cambiamenti del gusto e delle tendenze stilistiche: dal romanticismo al pittorialismo di tardo Ottocento e inizio Novecento, per arrivare fino alle sperimentazioni del secondo Futurismo degli anni Trenta e al proseguimento dell’attività ritrattistica da studio. Tutto questo seguendo tre generazioni di una stessa famiglia: dagli esordi del fondatore Giuseppe Wulz, nella seconda metà dell’Ottocento, per giungere, attraverso l’attività del figlio Carlo che prese in mano l’atelier fino alla prematura scomparsa nel 1928, alle nipoti Wanda e Marion che portarono avanti lo studio fotografico fino alla sua chiusura nel 1981.  

Carlo Wulz, Ritratto del pittore Arturo Rietti, Trieste, 1927
Carlo Wulz, Serie di ritratti di uno schermidore nelle posizioni dell’esercizio Jaeger, Trieste, anni Venti

Nella produzione di Giuseppe, Carlo, Marion e Wanda cosa li distingue uno dall’altro e cosa li ricongiunge in una stessa estetica familiare?

Giuseppe ha lasciato una cospicua produzione fotografica capace di documentare la vita di Trieste, sia da un punto di vista paesaggistico (le vedute marine, il castello di Miramare, l’urbanistica), sia sociale, testimoniando i più significativi eventi cittadini. Carlo fu altrettanto interessato alla ritrattistica, che seppe interpretare con un raffinato gusto pittorialista, ottenendo premi e prendendo parte a importanti esposizioni. Le sorelle Wanda e Marion portarono avanti l’attività di ritrattistica della società triestina, che diventò per loro una costante specifica con poche, anche se importanti, eccezioni come il reportage che Marion realizzò nelle settimane in cui Trieste visse la fine del secondo conflitto mondiale.

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La ritrattistica è, senza dubbio, la costante intergenerazionale della fotografia dei Wulz, che si è evoluta negli stili e nel gusto. Proprio questa costante è la cornice entro cui è stata progettata la mostra. Il ritratto, nella dimensione anche privata del loro album di famiglia, accompagnò l’attività professionale in un rituale tramesso da Giuseppe a Carlo, e da lui a Wanda e Marion che, rimaste sole a condurre l’atelier, realizzarono ritratti reciproci e autoritratti come forme di evasione immaginaria e per esprimere desideri di mutuo rispecchiamento identitario. È questa dimensione relazionale e mnemonica della pratica ritrattistica fotografica a essere l’aspetto più affascinante e unificante del loro lavoro.

Carlo Wulz, Marion e Wanda Wulz, Trieste, 1927
Marion Wulz, Wanda Wulz, Trieste, ca. 1930

Come il lavoro di Wanda e Marion è stato importante sia per l’evoluzione del riconoscimento sociale della donna sia, dal punto di vista contenutistico, per una nuova visione sul corpo femminile?

Le sorelle Wulz continuarono anche da adulte a fotografarsi reciprocamente, ma usarono la fotografia anche per ritrarre la modernità di altre donne, il loro uso del corpo libero e dinamico in qualità di sportive, ballerine, ginnaste e danzatrici (Irene Camber, Nini Perno, Olga Reich). Il tema del corpo libero delle donne e della danza, ebbe in quegli anni una consonanza potente anche con le esperienze delle artiste futuriste (Valentine de Saint-Point, Giannina Censi) e con altre produzioni fotografiche internazionali (di Anne Brigman e di Charlotte Rudolph). Non si trattava esclusivamente di soggetti nuovi ma anche di nuovi sguardi e prospettive: quelli delle donne sul corpo di altre donne. L’obiettivo delle sorelle si soffermò anche su altre figure femminili di artiste, poetesse, scrittrici e attrici, da Leonor Fini a Paola Borbone, da Pia Rimini a Ketty Daneo.

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In questo scenario un ruolo speciale giocò il rapporto esistenziale e fotografico con l’amica Anita Pittoni. Scrittrice, editrice e designer, la Pittoni entrò nella fotografia delle Wulz in diversi modi: come soggetto fotografato e come ideatrice di una nuova idea di moda moderna che lei e le sorelle indossarono a turno fotografandosi come prime modelle del suo progetto di ricostruzione estetica dell’abito. Le immagini delle due sorelle Wulz possono essere lette come l’occasione di visualizzare concretamente i progressivi mutamenti dell’identità delle donne, che nei primi decenni del Novecento intrapresero una delle fasi più importanti del loro percorso di emancipazione e di indipendenza.

Wanda Wulz, Io + gatto, Trieste, 1982
Wanda Wulz, Io + gatto, Trieste, 1982

Una delle foto più famose, all’interno dell’archivio Wulz, è sicuramente Io + gatto, Trieste, 1932 di Wanda Wulz. Ci puoi raccontare quell’immagine e come si inserisce nel panorama fotografico del periodo?

Tra il 1° e il 17 aprile del 1932 Wanda Wulz partecipò alla Mostra Nazionale di Fotografia Futurista a Trieste, organizzata da Bruno Giordano Sanzin, sotto l’egida dell’Esposizione Permanente del Sindacato delle Belle Arti. Nel catalogo, Wanda Wulz venne menzionata come autrice di sei fotografie: Colazione futurista, Ritratto, Jazz-band, Io + gatto, Esercizio, ‘Wenn die Elisabeth nicht so schöne Beine hätt’ (da ‘Wunder-Bar’). Delle sei fotografie esposte a Trieste nel 1932, gli Archivi Alinari conservano oggi quella che è la traccia più preziosa e iconica: i due negativi di Io + gatto, ancora composti nel modo stabilito da Wanda, sovrapponendo un suo autoritratto al volto dell’amato gatto Mucincina.

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Di questa operazione si conservano anche i due singoli vintage dell’Autoritratto di Wanda e del ritratto del gatto che la fotografa titolò, non senza ironia e intelligenza, Gatto meno io, oltre alla stampa di Io + gatto realizzata nel 1982 da Wanda su richiesta di Italo Zannier. L’originale di Io + gatto, esposto a Trieste nel 1936 è, invece, conservato al Metropolitan Museum of Art di New York.
Wanda non ebbe interesse e occasione per proseguire la produzione futurista, eppure in quell’unica esperienza riuscì a lasciare, unica donna fotografa dell’avanguardia italiana, un’eccezionale testimonianza in cui le sue sperimentazioni della tecnica (solarizzazione, sovraimpressione, fotodinamismo) servirono anzitutto a uno scopo individuale, e femminista, di costruzione/ricostruzione identitaria e di genere.

Marion Wulz, “In guardia”, Irene Camber, Trieste, 1952
Wanda Wulz, Autoritratto, Trieste, 1932

Cosa l’archivio Wulz ha lasciato in eredità alla società contemporanea e al linguaggio fotografico contemporaneo?

La ricchezza di stampe, negativi, documenti e materiali vari riconducibili alle attività private e professionali dello studio Wulz costituisce oggi un patrimonio fotografico e documentario, custodito presso gli Archivi Alinari di Firenze, che può essere finalmente approfondito. In particolare, per quanto riguarda l’eredità non trovo che ci siano esperienze davvero paragonabili a quanto le sorelle Wulz svilupparono nel loro uso della ritrattistica fotografica.

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Per trovare dimensioni concettuali simili, si deve pensare alle immagini familiari di Clementina Hawarden, oppure all’originale produzione fotografica di coppia di Claude Cahun e Marcel Moore. Certo, Wanda e Marion sono senz’altro leggibili come anticipatrici di un’identità del fotografico in senso autobiografico che ha trovato in molte artiste e fotografe un’eredità importante, come in Anna di Prospero o Simona Ghizzoni solo per fare esempi italiani. Credo però che il loro lascito più importante stia in una complessiva e precoce intuizione del potere del fotografico come strumento di emancipazione sociale, identitaria e performativa.

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Fotografia Wulz. Trieste, la famiglia, l’atelier

  • A cura di Federica Muzzarelli e Antonio Giusa
  • Magazzino delle Idee, Corso Camillo Benso di Cavour 2, Trieste
  • dal 14 dicembre 2024 al 27 aprile 2025
  • mar-dom 10-19. Lunedì chiuso
  • intero 8 euro
  • magazzinodelleidee.it
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