Per i suoi progetti autoriali il fotografo Todd Antony ama dedicarsi alle tradizioni e alle usanze che fanno di una particolare comunità qualcosa da preservare. Tra i suoi lavori c’è anche Dekotora: Japanese truck culture, progetto che trova un equilibrio tra la documentazione e la messa in scena, dando voce a una particolare sottocultura giapponese che prevede l’arte di adornare i camion in maniera ricca e luminosa, sia internamente, con tappezzeria a tema, sia esternamente, con una sovrabbondante profusione di luci e graffiti impressi sulla carrozzeria.
Antony porta a galla un’usanza locale, trasmettendone tutta la fascinazione immaginifica tramite un approccio cinematografico all’immagine, facendo dialogare in modo fluido luce naturale e luce artificiale.
L’abbiamo intervistato per farci raccontare la sua visione e il suo progetto.
In cosa consiste la cultura giapponese “Dekotora” e cosa significa questo nome?
La sottocultura giapponese ‘Dekotora’ – una parola composta dalle pronunce giapponesi di ‘decor’ e ‘truck’ – prevede l’elaborata decorazione di un camion seguendo un tema e un’estetica specifici. Da oltre quarant’anni, i camionisti giapponesi ricoprono i loro camion con luci LED, tessuti a fantasia e altri ornamenti stravaganti, creando capolavori in movimento.
La tradizione dei camion decorati, o ‘Dekotora’, ha avuto origine da alcune serie cinematografiche giapponesi degli anni ’70 come Torakku Yaro o Truck Rascals, ispirate ai film americani della serie Smokey and the Bandit. Gli autisti iniziarono a decorare i loro veicoli nello stile visto nei film comici d’azione nella speranza di essere scelti per le produzioni successive. Col tempo, gli stravaganti camion divennero uno stile di vita per molti conducenti, con costi di decorazione che a volte superavano i 100.000 dollari nel corso degli anni.
I camion sono decorati sia internamente che esternamente. C’è un pensiero estetico che mette in comunicazione l’esterno con l’interno?
Di solito ogni conducente decora il proprio veicolo seguendo un tema specifico, che generalmente è più evidente negli interni, dove c’è più spazio per il design. Gli esterni, invece, presentano spesso motivi verniciati a spruzzo che si integrano con lo stile della carrozzeria del camion. Le luci esterne vengono inserite in grandi quantità con l’intenzione di dare al design del veicolo un aspetto abbagliante.
Come hai deciso di incentrare un progetto fotografico su questo tema?
A livello commerciale, sono specializzato in fotografia pubblicitaria, ma ogni anno cerco di intraprendere anche progetti personali più autoriali per mantenere attiva la mia creatività. Questa alternanza mi permette di creare lavori seguendo unicamente i miei gusti, rispondendo solo a me stesso.
Negli ultimi dodici anni circa, questi progetti mi hanno portato a fotografare diverse sottoculture e tradizioni poco conosciute di tutto il mondo. Sono affascinato dalle ‘comunità’ che hanno una prospettiva unica sulla vita e dal modo in cui la affrontano; mi piace osservare persone comuni che conducono vite straordinarie. Così è stato anche per Dekotora.
Oltre a essere creativamente catartico, realizzare questi progetti mi aiuta a ottenere più lavori pubblicitari e, a sua volta, il lavoro pubblicitario contribuisce a finanziare i progetti autoriali successivi. È una perfetta piccola relazione simbiotica.
Di recente sono stato in Tagikistan per fotografare il buzkashi, uno sport equestre tradizionale originario dell’Asia centrale), poi in Sierra Leone per lavorare con calciatori che hanno subito delle amputazioni, in Lapponia per documentare le corse di renne e in Bolivia per fotografare le Cholitas.
È stato mentre facevo ricerche per un nuovo progetto, intorno al 2017, che mi sono imbattuto per la prima volta nella tradizione ‘Dekotora’.
Come ti sei mosso sul campo per produrre il progetto?
Sono stato fortunato perché la mia assistente a Londra è per metà giapponese e parla fluentemente la lingua. Una volta deciso di realizzare il progetto, ho iniziato la ricerca di un fixer locale che ci aiutasse sul campo, sia prima che durante i giorni di produzione. Ci sono molte usanze e tradizioni specifiche in Giappone, quindi avere un fixer locale pensavo fosse fondamentale.
Ho passato alla mia assistente i recapiti del capo di una società di camion che segue la tradizione ‘Dekotora’, Junichi Tajima, conosciuto su internet, e lei lo ha contattato per sapere se fosse interessato, cosa che, per fortuna, è accaduta.
Una volta arrivati a Tokyo, siamo saliti su un treno diretto a Honjo per incontrarlo e prendere un tè insieme, prima di ottenere la sua approvazione finale. Durante il tragitto, però, ci siamo persi nella distesa di entrate e uscite della stazione di Shinjuku e abbiamo fatto tardi. Arrivare in ritardo, in Giappone, è considerato una vera mancanza di rispetto, ma per fortuna Junichi Tajima è stato molto comprensivo. Ottenuta la sua approvazione, siamo tornati a Honjo per cominciare a scattare. Tajima San ha messo a disposizione per noi diversi camion e autisti, che abbiamo fotografato nell’arco di qualche giorno.
La luce che utilizzi, come per molti altri tuoi lavori, è una luce cinematografica. Con che mezzi la produci e che apporto dà al tuo lavoro?
La luce è davvero importante per il tipo di immagini che mi piace produrre, al di là del fatto che la fotografia è ovviamente un mezzo basato sulla luce. Scatto in un modo che mi piace definire ‘realismo stilizzato’. Prendo la quotidianità e la elevo attraverso l’uso di luci e colori, partendo dalla luce dell’ambiente in cui fotografo, alla quale aggiungo l’illuminazione artificiale per modellare la scena a mio piacimento. Inoltre, come parte del processo creativo, applico gelatine colorate sulle luci, ma sto sempre attento a evitare che l’artificio prenda il sopravvento. Non uso luci dirette, sfrutto la somma di varie fonti luminose che si trovano all’interno o appena all’esterno della scena, bilanciandole poi, con le gelatine colorate di cui parlavo poco fa. Da questo equilibrio illuminotecnico tra luce naturale e artificiale nasce la resa cinematografica di cui mi chiedevi.
Il progetto si avvale di ritratti dei camionisti all’interno del loro mezzo e di fotografie ambientate del camion. Che tipo di narrazione genera questa alternanza?
Volevo che la serie assumesse un’atmosfera leggermente ultraterrena, come se i camion e gli autisti fossero in qualche modo interconnessi. I camionisti hanno un profondo amore per i loro veicoli.
Quando ho intervistato Tajima San mi ha detto: ‘Faccio questo lavoro da circa quarant’anni, quindi non è più solo un lavoro, ma un approccio alla vita, e lo faccio per i miei figli, i miei amici, i miei fratelli, per me, perché è parte di me’.
Le immagini esterne mostrano gli autisti di fronte ai veicoli, antropomorfizzando in qualche modo i camion e trasmettendo un senso di riverenza nei loro confronti. Una volta all’interno della cabina, scatto i ritratti creando un unico flusso visivo.
Dalle immagini risalta una chiara messa in scena di taglio cinematografico. Chi o cosa ti ha ispirato per la resa di questo progetto?
Sebbene i colori e i toni di questa serie non siano affatto come i suoi, Gregory Crewdson mi è venuto in mente, a un certo punto, durante i preparativi per il progetto. Il suo modo di creare la scena e l’immagine stessa in modo cinematografico mi affascina. Alla sua influenza ho unito la mia intenzionalità di mettere in scena persone reali nei loro ambienti, elevandole con una resa di tipo cinematografico.
Anche i camion hanno influenzato in larga misura il mio approccio al soggetto, perché sono intrinsecamente cinematografici dal punto di vista della luce e del colore. Dovevano essere fotografati al crepuscolo o di notte per far sì che potessero essere apprezzati appieno. Questa ‘esigenza’, a sua volta, mi ha permesso di ricorrere le tecniche di viraggio cinematografico, sfruttando l’interazione tra i toni freddi della notte, tendenti al verde acqua e quelli più caldi delle luci dei camion.
In che modo questo progetto si inserisce nel tuo modo personale di intendere la fotografia?
Per me, ogni nuovo progetto rappresenta l’opportunità di affrontare le cose in modo leggermente diverso rispetto al lavoro precedente. Cerco di mantenere un aspetto e un’atmosfera che siano riconducibili a un mio stile personale, ma non temo i cambiamenti. Con il mio ultimo progetto sul buzkashi, ad esempio, mi sono allontanato dai colori vivaci di Dekotora e ho lavorato interamente in bianco e nero. Volevo tornare alle basi della tonalità e mi è parso che il soggetto si adattasse perfettamente a questo approccio. Provo a elaborare uno specifico approccio per ogni progetto, con l’intenzione di raccontare ogni storia nel modo migliore, offrendomi al contempo una nuova sfida a livello fotografico.
Ulteriori fotografie e informazioni sul lavoro di Todd Antony sono disponibili sul sito del fotografo www.toddantony.com.
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