D’accordo, le fake news restano il grande problema della rete e, sebbene ormai le riconoscano anche gli utenti meno “navigati”, è giusto che se ne parli.
Ma c’è una tipologia di informazione più subdola, non proprio falsa ma perlomeno imprecisa, frutto di cialtroneschi copia&incolla, oppure mistificata quel tanto che basta per farti cliccare su un titolo invitante che, però, porta a un articolo che non vale niente. Si chiama clickbait ed è una tecnica eticamente opinabile per incrementare gli introiti legati alle visualizzazioni. È proprio quest’ultima strategia che dovrebbe essere maggiormente penalizzata da Helpful Content, aggiornamento che il più noto fra i motori di ricerca ha implementato da qualche giorno; inizialmente il sistema funzionerà solo sui risultati in inglese, poi si aggiungeranno altri idiomi.
L’obiettivo di Helpful Content, dunque, è premiare l’arrosto e nascondere, per quanto possibile, il fumo. Perciò il browser è stato istruito per distinguere i contenuti originali, autentici, innovativi, autorevoli, creati per informare, da quelli che, invece, sono concepiti e ottimizzati (anche nella forma espositiva) principalmente per essere indicizzati dai motori di ricerca, e magari generati da aggregatori e da automi: una sensibilità che era appannaggio dei revisori umani.
Il bello del nuovo algoritmo Google è che lavora sul posizionamento dei siti e non delle singole pagine: se la percentuale inutile di queste ultime è troppo elevata, l’indicizzazione del sito che le ospita ne soffrirà. In questo senso, Helpful Content ragiona come ultimamente tendono a fare gli inserzionisti più avveduti, che hanno ridotto gli investimenti sulle testate web che per generare traffico pubblicano grandi quantità di articoli insulsi, anziché produrre meno e puntare sulla qualità.

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